Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post

giovedì 21 marzo 2013

Trouble Will Find Me

Una rapida comparsa su questo blog - prima che ritorni l'ispirazione per qualcosa di impegnativo - per segnalare che quella qui a fianco è la copertina del nuovo album dei The National, che poco fa si è saputo chiamarsi Trouble Will Find Me: uscirà il 20 maggio prossimo in Inghilterra e il giorno dopo negli Stati Uniti. Produce la 4AD, anche se come sostiene un amico parlare di musica citando le case discografiche è il primo passo verso il nerdismo spinto. Ora comunque sarebbe bello sentire anche qualche nuovo pezzo, se mai Berninger e compagni ne avessero voglia.

mercoledì 9 gennaio 2013

Which One Are You

Giusto perché mi ripeto, torna il blog e torna anche l'ossessione personale per Sufjan Stevens. In questi mesi di mia assenza Sufjan se ne sarà sicuramente accorto, visto che ha cominciato a tenere un blog che prima non esisteva: Tumblr Ghetto, una pagina aggiornata in maniera piuttosto assidua, piena zeppa di cagate, di robe tipicamente sue, tipo colori schizzati, animazioni e giochini da nerd, ma anche roba più seria e interessante, come le anticipazioni di quello che poi sarebbe stato il secondo volume della raccolta natalizia e soprattutto la pubblicazione di canzoni inedite. L'altro giorno, come viatico per un buon anno - e chissà che non arrivi un album vero e proprio nel 2013, magari in sintonia con la strepitosa e a tratti inascoltabile, nonostante ciò bellissima, Christmas Unicorn - l'altro giorno, dicevo, Sufjan ha postato una canzone inedita dell'album strumentale BQE, che poi così strumentale non era visto che già anni fa era uscito un singolo (che ora non trovo per linkare) e ora si ripresenta con questa notevole Which One Are You: si trova al fondo della prima pagina del blog, e non so perché non si riesce a linkare come post singolo. Buon ascolto.

Poi domani esce Cloud Atlas, che considero un grande film e allora se trovo l'ispirazione ne scrivo.

giovedì 20 settembre 2012

Many Happy Returns

Ecco un buon motivo per tornare a scrivere di corsa un post per questo blog ultimamente un po' trascurato: la possibilità, al tempo stesso remota e probabile, che Sufjan Stevens se ne esca tra un po' con un nuovo cofanetto di canzoni natalizie, dopo che i primi quattro volumi della serie finirono anni fa in questa gemma di capolavori e simpatiche minchionerie e gli altri due finirono inghiottiti nella rete, rintracciabili tra scaricamenti illegali, filmati su YouTube e apparizioni radiofoniche. Con un intervento a sorpresa sulla sua pagina web rinnovata (ma poi Sufjan ne ha un'altra, di pagina web, che della cosa non dice nulla), oggi sono comparsi frammenti di canzoni vecchie e nuove, foto nel suo solito stile fumettoso schizzato e alienato, commenti sulla pagine Tumblr e, più in generale, un incertezza di notizie e supposizioni in pieno stile Sufjan, che non fanno che confermare quanto lui sia un po' matto, parecchio furbo nel creare mistero attorno a sé e magari perennemente in crisi creativa o, all'opposto, in costante evoluzione. (Grazie a Giacomo).

lunedì 20 agosto 2012

Cose successe mentre ero via

Giusto due cose successe mentre ero via, poi con l'inizio della Mostra di Venezia ricomincerò a scrivere sul blog con un po' più di regolarità. Dunque... La rivista inglese Sight & Sound, dopo aver anticipato una decina di giorni fa il risultato delle votazioni per i cento film più belli di sempre, ha pubblicato anche le liste dei critici che hanno votato. Per ciascuno di essi, me compreso, ha creato una pagina apposita in cui compaiono i film votati. Qui, se vi va, c'è la mia pagina. La metterò anche qui a fianco, così, giusto per vantarmi un po'.

Nel frattempo, qualche giorno fa, Melika Bass, bravissima regista e videoartista americana, scoperta lo scorso anno durante la selezione di Onde, e inserita nel programma del Torino Film Festival con il suo splendido cortometraggio Waking Things, un oggetto così puro e limpido da sembrare un ufo nel panorama del cinema americano (un'ambientazione da medioevo, un mondo privo di coordinate temporali e spaziali, una rappresentazione pittorica da realismo ottocentesco), Melika Bass, dicevo, ha girato il video della canzone Varðeldur dei Sigur Ros. Il lavoro fa parte di un progetto legato all'ultimo album del gruppo islandese, Valtari (che dopo aver lasciato da parte al secondo ascolto ora sto riscoprendo con lento e sommo piacere), il cosiddetto Valtari Mystery Film Experiment, che prevede la realizzazione di un video per ciascuna canzone della tracklist, a firma di un regista scelto dal gruppo stesso e lasciato libero di lavorare. Tutti i lavori realizzati finora si possono vedere qui e quello di Melika Bass, ipnotico, solenne, cucito perfettamente sulla solenne malinconia della musica dei Sigur Rós, sta un metro sopra il resto. Qui poi si trova anche un bel articolo sulla realizzazione del video.

martedì 12 giugno 2012

The Idler Wheel... in streaming

Non sono un grande conoscitore di Fiona Apple. La ammiro, perché ha una voce intensa ed è molto bella, ma non la conosco. Ricordo che anni fa mi innamorai della sua versione di Across the Universe che accompagnava i titoli di coda di Pleasantville, ma così è troppo facile. Diciamo quindi che non attendevo con eccessiva ansia il suo ritorno con l'album The Idler Wheel..., che uscirà martedì dopo un sacco di anni di silenzio, ma al tempo stesso ero curioso di ascoltare e conoscere, ché non si sa mai che poi mi piace un sacco e finisco per innamorarmi di tutto, non solo di una cover. Quindi oggi ho ascoltato (male e velocemente) l'anteprima in streaming dell'album e l'impressione iniziale è buona, l'album è potente e per nulla banale, più incisivo di altre voci femminili eteree, sognanti e indie (che ne so, ad esempio Joanna Newsom, Marissa Nadler o Agnes Obel) che alla lunga finiscono per dissolversi e dare solamente l'idea di un morbida malinconia. In Fiona Apple c'è qualcosa in più, una tensione inespressa e da sfogare, una creatività energica e rabbiosa, per quanto a volte fin troppo rivolta al jazz. In ogni caso riascolterò. Qui, per inciso.

lunedì 7 maggio 2012

Beach House, Bloom (in streaming)

Dopo una lunga serie di anticipazioni, di cui ho parlato qui e qui, oggi è uscito in streaming il nuovo album dei Beach House, Bloom. Per qualche giorno lo si potrà ascoltare qui, sulla solita NPR, e confermo che dopo un paio di ascolti si conferma come da impressione iniziale un album notevole. Buon ascolto a tutti. Non buon divertimento, perché il tono generale è piuttosto malinconico-melodioso, se non piacevolmente disperato.

mercoledì 2 maggio 2012

Yes it's only knock and know all, but I like it

Silvia Pareschi, traduttrice e autrice di questo interessante e curatissimo blog, ha pubblicato oggi un bel pezzo sui Mondegreen, definizione fino a oggi a me sconosciuta che indica, cito, «una parola che risulta dall'inesatta percezione di una frase, di una parola o - soprattutto - del verso di una canzone». L'etimologia deriva dall'errata interpretazione di un verso della ballata scozzese The Bonny Earl of Murray e la si deve alla scrittrice Sylvia Wright (per sapere in che modo, andate sul post di Silvia). Per quel che mi riguarda non penso di aver mai fatto altro nella mia vita: e cioè pensare di imparare una canzone, soprattutto se straniera, a volte anche italiana, e poi accorgermi di non aver capito nulla di quello che effettivamente diceva. Gli esempi sono così tanti che se provo a pensarci nemmeno me ne vengono: è tutta la mattina che ci provo, ma mi vengono solo brandelli di canzoni di cui ora conosco il testo perché ho corretto l'errore. C'è però una cosa che mi sembra ancora più geniale, e la devo a Peter Gabriel: l'utilizzo di un mondegreen consapevole per citare - o sfottere, a seconda di come la si vuol leggere - una canzone. Nel caso specifico succede nell'ultimo verso dell'ultima canzone di The Lamb Lies Down on Broadway, l'ho anche messo nei commenti del blog di Silvia. Il verso di It dice infatti: «Yes it's only knock and know all, but I like it» (ed è da ripetere un sacco di volte: «Yes it's only knock and know all, but I like it, like it, like it, like it...»), ma se lo si legge velocemente diventa «Yes it's only rock and roll, but I like it». Più o meno, Silvia lo conferma, significa «Sì, it è solo botta e risposta ma mi piace» (It è il protagonista della canzone, l'essenza immateriale e immanente in cui si trasforma il personaggio Rael): non vuol dire nulla, come gran parte delle cose geniali, stupide e folli che Gabriel ha scritto in quell'album, ma a me è sempre piaciuta (but I like it, like it, like it), con quel suono acido e pazzesco, quella genialità arrogante che smonta e rimonta il rock e in fondo si comporta come ogni mondegreen: si prende una canzone, la stravolge e la trasforma in qualcosa di personale e ridicolo che piace solo a chi l'ha inconsapevolmente inventata.

martedì 24 aprile 2012

Riconoscimenti tardivi e anticipati

Non avevo mai sentito parlare degli Spiritualized e conoscevo solo di fama il loro leader - e a quanto pare unico membro fisso della band - Jason Pierce, meglio noto come Spaceman. L'altra settimana, invece, incuriosito da quella che può tranquillamente essere considerata una delle copertine più avvilenti dell'anno (vedi, però, a volte, quanto una roba fatta, pur volontariamente, coi piedi possa essere più efficace di una ragionata e perfettina...), ho ascoltato il loro ultimo album, che si chiama Sweet Heart Sweet Light, e al secondo o terzo ascolto, roba di poche ore fa, è scattata la scintilla. E allora mi è venuto di dirlo qui sopra: Sweet Heart Sweet Light è un album molto molto bello (ma proprio, fidatevi), fatto di ballate apparentemente semplici e pezzi orchestrali di grandi magniloquenza, di reminiscenze psichedeliche e di freschezza contemporanea, senza cazzeggi citazionisti e una volta sana di scrivere musica melodica e piena di vitalità, nonostante, ovviamente, le atmosfere inquiete e strappacuore. Se per caso ci riuscite, concedetegli un paio d'ascolti. E se possibile fate (facciamo) lo stesso, quando uscirà tra qualche settimana fa, con Bloom, il nuovo album dei Beach House fino a ora anticipato da tre singoli anche in questo caso notevoli (qui qui e un po' meno qui). Essendoci di mezzo il cronico disadattamento dell'indie, siamo come al solito alle prese con un mondo malinconico, cupo, felicemente abbandonato. Meglio, comunque, del primo album da solista di Jack White, Blunderbuss, che per quanto sia bello energico e pompato alla fine si rivela una gran palla.

martedì 10 aprile 2012

Le grandi pause del rock

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, traduzione italiana un po' paracula ma in fondo onesta dell'originale A Visit from the Goon Squad, Premio Pulitzer per la narrativa lo scorso anno, uscito da poco per Minimum Fax (traduzione di Matteo Colombo), è un libro molto bello, un pastiche letterario simile a una raccolta di racconti, in cui si trova tutto ciò che rende umana, disperata e terribilmente affascinante la cultura underground americana, l'indie e l'industria dello spettacolo, New York e San Francisco, i loft di Soho e il West Village, i quartieri per ricchi e il punk, gli anni '80 e downtown, il rock e le droghe. A tratti, poi, ci sono cose che non ti aspetti, come un folgorante ritratto di Napoli carico di luce e toni da quadro romantico, o alcuni passaggi stucchevoli, come l'incontro con un dittatore africano che potrebbe essere Gheddafi ma non lo è, e in ogni caso non c'entra nulla con il resto del libro. Il vero protagonista, come dice il titolo italiano, è il tempo. Il tempo come dimensione fisica, quasi quantificabile, e il tempo come presenza aliena e inafferrabile; il tempo concreto di ogni vita, con i rimpianti e i fallimenti che genera, e il tempo astratto, liquido, in cui ciascuno si disperde nella folla e ogni sentimento o vicinanza non ha valore, perché destinato a passare. E il ricordo dei morti è sempre la cosa più straziante, specie se citati di sfuggita, come frammenti di storie non vissute, impossibili da raccontare. Il romanzo stesso, poi, con i suoi capitoli in cui nuovi personaggi si aggiungono ai vecchi, tra amicizie, amori, rapporti lavorativi, sfioramenti, brandelli di vite e polaroid di ricordi, è esso stesso liquido: una corrente casuale che va dagli anni '80 al Duemila (con i '90 che diventano storia lontana, quasi più sfumata del decennio precedente) e con violenza inesorabile si porta via ogni frase o personaggio, ogni sperimentazione linguistica o passaggio lirico. A un certo punto, infine, c'è una cosa piuttosto sorprendente, un chiaro sfoggio di genialità che al tempo stesso spiazza, meraviglia e fa storcere il naso: un intero capitolo di slide in Power Point. Sembra, ed è, un esercizio di stile, ma ha la sua logica: sia perché illustra il funzionamento della mente di una bambina, sia perché parla di una lasso effimero di tempo, quello cioè che occupano le pause nelle canzoni rock (Il tempo è un bastardo è un libro sul rock, sulla malinconia gratuita della cultura rock; e sul tempo infinitamente grande e su quello infinitamente piccolo). La Egan cita canzoni specifiche (da Hendrix, Police, Bowie, Four Tops), indica i secondi di durata delle pause e il punto esattoin cui si trovano nelle canzoni: mentre ieri leggevo mi segnavo i titoli per verificare se fosse vero quello che scriveva. Poi oggi sul sito della scrittrice newyorchese ho scoperto questo e ho visto che è vero: buona lettura, e buona sorpresa.

lunedì 2 aprile 2012

Cose per mettere un po' di link

Sufjan Stevens è da qualche giorno in tour, oltre ad aver pubblicato un EP abbastanza brutto, insieme con Serengeti e Son Lux (si chiama Beak & Claw, è firmato S / S / S, lo si trova qui, e se non c'entrasse Sufjan - e in una canzone anche Shara Worden - non mi sognerei mai di ascoltarlo: però una canzone bella, Museum Day, ce l'ha). Il tour è un esperimento tra indie e musica orchestrale condotto insieme con il giovane compositore Nico Muhly e il chitarrista dei National Bryce Dessner, che non è nuovo a cose del genere (come del resto Sufjan), facendo parte del gruppo di musica da camera Clogs. Se non sbaglio dovrebbero arrivare anche in Europa, a Londra e Amsterdam. Su Stereogum oggi è uscito il video amatoriale della prima canzone inedita del concerto, Venus (grazie a memoria esterna), e la cosa sembra interessante (poi magari esce un altro EP, un altro cazzeggio che ritarda l'album vero e proprio, che alla fine non arriva mai e fa credere a tutti che Sufjan si sia rincoglionito: la storia si ripete, insomma). Tra le novità della giornata: un nuovo video di Lynch per una canzone del suo album, Crazy Clown Time, che su Facebook il purtroppo ex regista definisce un lavoro di “follia e psicotica, stimolata dalla birra", e a guardarlo fa venire un po' di tristezza a pensare quanto il suo cinema potrebbe ancora essere potente e quanto, in fondo, non potrebbe più esserlo, e l'annuncio da parte dei Dirty Projectors di un nuovo album, Swing Lo Magellan, in uscita il prossimo luglio, a tre anni di distanza dal precedente, grandissimo Bitter Orca (che tanto per intenderci conteneva questa meraviglia): per il momento si può ascoltare una prima traccia qui.

mercoledì 7 marzo 2012

Nuovo pezzo dei Beach House

Il prossimo album dei Beach House, a cui tra l'altro è dedicato uno dei primissimi post di questo blog, dovrebbe arrivare a maggio: si chiamerà Bloom e oggi per la prima volta se ne è potuto ascoltare un brano. Si intitola Myth, si trova sul sito ufficiale del duo di Baltimora e se per caso siete pigri anche qui sotto. La canzone è molto bella, in linea melodica con il precedente Teen Dream, che conteneva, tra le altre, questa meraviglia.

martedì 6 marzo 2012

Museum Day

Ci risiamo. Sto via da internet qualche ora e al mio ritorno trovo una nuova canzone di Sufjan Stevens, questa volta non da solista, come suo solito, ma in compagnia di altri due musicisti: Son Lux e il rapper Serengeti. Il supergruppo, come si dice in questi casi, si fa chiamare s / s / s (un nome che Pitchfork definisce "ingooglabile": ecco un neologismo di cui potremmo un giorno servirci) e il 20 marzo se ne uscirà con l'EP Beak & Claw. Nella prima traccia disponibile, Museum Day, in streaming qui, si ritrovano l'Auto-Tune di Sufjan e i suoi inconfondibili passaggi corali, oltre al rap di Serengeti. Non male, anche se niente di eccezionale. La collaborazione con Serengeti (di cui nel frattempo ho perso ovviamente le tracce, ignorando in toto la cultura rap) aveva in passato già prodotto questa traccia, che è anche una delle cose migliori del Sufjan post-Illinois, che ormai veleggia verso lidi noti solo a lui, pur stranamente mantenendo intatta la sua natura. Sarà per questo che a mio parere resta un piccolo gradino sopra chiunque altro.

lunedì 5 marzo 2012

Compleanni

Qualche giorno fa, venerdì 2 marzo, è stato il settantesimo compleanno di John Irving, lo stesso giorno di Lou Reed, che pure lui ne faceva settanta. Volevo scrivere pure io il mio post celebrativo, con la citazione dalle Regole della casa del sidro e il link a wuocondewuaildsaid, ma poi me ne sono dimenticato e i settant'anni dei due sono passati. Siccome però va un sacco di moda ricordare i compleanni postumi, le commemorazione in morte, il giorno in cui tizio ha fatto la cosa per cui ora non è più semplicemente tizio ma uno famoso, dopo che il 29 febbraio tutti parlavano di Gioacchino Rossini come se tutti sapessero che era nato il 29 febbraio, dopo che per i cinquant'anni di Foster Wallace sono uscite un sacco di cose interessanti, dopo che fin da questa mattina presto ho letto pezzi sui trent'anni dalla scomparsa di John Belushi e sugli ipotetici novanta di Pasolini, ho deciso di dedicare il post di oggi al fatto che tra quattordici giorni Philip Roth compirà settantanove anni, tra centodiciassette Sufjan Stevens trentasette, tra trecentosette E. L. Doctorow ottantadue, tra duecentocinquatasette Scorsese settanta e che tra ventinove giorni ne saranno sedicimilaesettantuno da quando Martin Luther King è stato ucciso. Per questo motivo metto il link alla canzone che gli hanno dedicato gli U2, visto che tra sette giorni il bassista Adam Clayton compirà cinquantadue anni.

giovedì 1 marzo 2012

Nel paese della libertà

Come tutti, sono rimasto interdetto alla notizia della morte di Lucio Dalla. Non che lo amassi, anzi negli ultimi anni provavo un certo disagio a vederlo così buffo e polveroso come un salotto di Gozzano; ma come tutti pensavo che negli anni '70 avesse fatto grandi cose e non ho mai dimenticato quanto a dodici anni mi facesse ridere ascoltare Disperato erotico Stomp, naturalmente senza coglierne la rabbia e la genialità. Lucio Dalla, insomma, lo davo per scontato: perché c'era già prima di me, perché era già famosissimo prima di me e perché le sue canzoni, non il disperato segaiolo, stavano sui sussidiari. E almeno una di quelle, scritta a quattro mani con De Gregori, ho sempre pensato fosse straordinaria. E' questa, è famosissima, oggi la posteranno in migliaia, e mi ci metto pure io. Poi basta.

martedì 28 febbraio 2012

Cose che mi stavo perdendo (e che segnalo)

Ieri sono stato lontano da internet quasi tutto il giorno e quando la sera sono riuscito ad accendere il computer mi sono accorto che nel frattempo: 1) era uscito in streaming l'ultimo album dei Magnetic Fields, Love at the Bottom at the Sea (l'ho ascoltato una volta sola, ma già al primo ascolto mi sembra logico poter dire che è bellissimo. Ma in fondo Merritt ha mai fatto qualcosa di brutto?); 2) era uscito in streaming l'ultimo album di Andrew Bird, Break It Yourself (l'ho ascoltato più di una volta, e pure in questo caso mi sento di dire che è molto bello, per quanto manchi della spigolosità che faceva del precedente Noble Beast qualcosa in più di un bellissimo album indie-folk. Questo è più soave e leggero, ma proprio nella leggerezza di tono Bird conferma di avere una voce limpida e placidamente americana. E poi è ritroso e simpatico, e mi piace per questo). 3) era uscito su Vimeo il video di Towers, una delle canzoni più strepitosamente strepitose dello strepitosamente strepitoso album di Bon Iver (è la solita roba alla Thoreau - nemmeno Douglas Sirk arrivava a tanto - ma invece di un bambino c'è un anziano pescatore che a un certo punto sembra dirigersi verso la Terra di mezzo). 4) erano usciti su YouTube le registrazioni live di due nuovi pezzi dei Radiohead, eseguiti nella prima data del tour americano: Identikit e Cut a Hole (dai video non si capisce se sono belle o brutte, però sono nuove e fanno notizia a sé). 5) era uscita in streaming una nuova canzone, All the Rowboats, dall'imminente album di Regina SpektorWhat We Shaw From the Cheap Seats (questa non l'ho ancora ascoltata, per cui non dico nulla. Ma la parola Roawboats mi fa venire in mente una delle mie canzoni preferite: c'entra un tubo, ma volevo riascoltare la canzone).

C'è per caso altro che mi sono perso?

domenica 26 febbraio 2012

Rooms Filled with Light

Sarà ancora in streaming per qualche giorno, sul sito della radio NPR, Rooms Filled with Light, il nuovo album dei Fanfarlo, gruppo svedese attivo a Londra (e ispirato nel nome a una novella di Baudelaire) che tre anni fa esordì con uno degli album migliori della recente produzione indie, Reservoir, vero e proprio manifesto di rock corale (o se volete anthem rock) con la fortuna di incontrare sulla propria strada David Bowie: una dichiarazione fatta un po' per caso che finì per spianare la strada del successo a un album comunque notevole di per sé, ispirato in maniera evidente agli Arcade Fire ma capace benissimo di vivere di vita propria, trovando accenti di pura esaltazione malinconica (ecco cosa disse Bowie: “I Fanfarlo hanno quella particolare capacità di creare una musica esaltante, che al tempo stesso è benedetta da una deliziosa malinconia”). Rooms Filled with Light, anticipato nei mesi scorsi da alcuni dei suoi pezzi migliori (Recplicate, DecostructionShiny Things: ma perché sempre più spesso i gruppi svelano da subito le loro carte vincenti?), sembra a un primo ascolto meno ispirato di Reservoir, meno coinvolgente ed emotivo, per quanto meno incline a svoltare verso il pop. Come c'era da aspettarsi, c'è il più classico degli sguardi retrospettivi sulla new wave anni '80 (mai, comunque, come con gli M83) e un uso tutt'altro che al risparmio di fiati e ritmi sincopati. Prese singolarmente le tracce sono belle, ma in generale, soprattutto dopo la coralità coinvolgente di Reservoir, questo album sembra avere il fiato più corto, scritto con finezza, è ovvio, ma senza lo stato di grazia che rendeva brani come Comets o Finish Line strazianti. Succede sempre così, comunque, quando si ama alla follia un album: quello che viene dopo parte svantaggiato. Poi so già che una volta uscito (dovrebbe arrivare la prossima settimana), lo riascolterò e cambierò idea.

lunedì 30 gennaio 2012

I 100 dischi italiani più belli di sempre

Oggi Rolling Stone, senza peraltro che se ne sentisse il bisogno o che qualcuno glielo avesse chiesto (ma si sa, queste cose van di moda, e adesso si comincia a farle pure in periodi dell'anno a caso, non solo a fine dicembre), oggi, dicevo, Rolling Stone ha pubblicato la lista dei 100 dischi italiani più belli di sempre, scelti da altrettanti giurati d'eccezione (così almeno dico loro). Un'idiozia di per sé, sia chiaro, ma come tutte le classifiche anche un'iniziativa curiosa e divertente, foss'anche solo per scorrerla e pensare ma-questi-non-capiscono-proprio-una... E in effetti la classifica è demenziale, oggi pomeriggio è girata parecchio su internet, dal Post a Twitter a Facebook, e un sacco di gente ha detto la sua, il più delle volte, ovvio, insultando e indignandosi. La ragione per cui la pubblico è perché oggi non ho di meglio da scrivere, ma soprattutto perché anche chi non l'avesse ancora letta possa pure lui giocare al gioco dei ma-questi-non-capiscono-proprio-una... In fondo, basta vedere il primo titolo, basta sapere che per loro, i giurati d'eccezione, Crêuza de mä non è il più bel disco italiano di sempre, e il resto vien da sé.

martedì 10 gennaio 2012

Ancora sulle (inutili) classifiche

Le classifiche delle cose migliori dell'anno andrebbero fatte ad anno finito. Chissenefotte, direte voi. Ma se quella delle migliori canzoni l'avessi fatta l'altro giorno, e non tre settimana fa, sicuramente mi sarei goduto di più questo magnifico pezzo: Circuital dei My Morning Jacket, tratta dall'album omonimo (che giusto per rimanere in tema, ha una delle peggiorni copertine dell'anno - quella qui di fianco). Un pezzo inventivo e potente, tra il rock classico e l'indie, con buona pace di Castaldo, non diverso per ambizione da Art for Almost dei Wilco, di cui avevo parlato qui con toni entusiastici, salvo poi dimenticarmente al momento di stilare la classifica. Sono entrambi gran pezzi e siccome oggi non so bene cosa scrivere, mi limito a invitare all'ascolto di entrambi.

Sempre a proposito di classifiche, ieri mi è arrivata la lista dei quindici film dell'anno di Massimo Causo, che uno dei migliori critici in circolazione. Anche se il tempo è scaduto, la pubblico lo stesso: non per farvi sapere quali sono i suoi film preferiti, ma per segnalare alcuni titoli che non sono usciti nelle sale, che non sempre sono facile da scovare (ma con un po' di impegno...) e che soprattutto spero possano destare l'attenzione di qualche lettore. Eccola qui sotto, la classifica di Causo:

lunedì 9 gennaio 2012

Maglioni per dischi

L'ho appena letta su Manteblog, via Lorenzoc e all'origine via Nielsnen Soundscan, e la riporto qui sopra, perché penso sia una bella notizia. Secondo i dati di Nielsen Soundscan riferiti al mercato musicale americano 2011, le vendite complessive di album, contando sia quelle fisiche sia quelle digitali, sarebbero al +3%, il vinile al +36% e quelle digitali, prese singolarmente, addirittura al 50,3%. Non conosco la portata della crisi del mercato e nemmeno i dati dei bei tempi andati (in pratica non so un cazzo, per cui non so in base a cosa scrivo questo post: forse perché mi conforta l'euforia degli altri), ma questi sembrano dati importanti. Soprattutto in tempi di crisi, come tutti ci dicono. E il merito sappiamo di chi è. Sì, esatto, di internet. Della condivisione che mette a disposizione. Anche, e soprattutto, di quella illegale. O in modo meno giacobino, di quella resa possibile dallo streaming, dai video su YouTube, dalle anteprime sulle riviste on line: tutti questi servizi, più del passaggio radiofonico di una canzone, che mai si sapeva quando e se sarebbe arrivata, ai tempi in cui si passavano interi pomeriggi col dito in attesa sul tasto Play, mettono a disposizione una cosa fondamentale per il commercio (o almeno credo sia così): la prova d'uso gratuita e a piacimento. Come comprarsi un maglione, indossarlo per due giorni e poi restituirlo se non piace o acquistarlo se va bene. Con la musica, ormai, è così da parecchi anni: un gigantesco shopping digitale, in cui alla fine lasci un mucchio di vestiti in camerino, ma con qualcosa finisce sempre che te ne vai. Alla lunga il camerino ha cominciato a svuotarsi e i dischi, in formati vecchi e nuovi, come non importa, hanno ricominciato a vendersi.