Visualizzazione post con etichetta Silvia Pareschi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Silvia Pareschi. Mostra tutti i post

mercoledì 2 maggio 2012

Yes it's only knock and know all, but I like it

Silvia Pareschi, traduttrice e autrice di questo interessante e curatissimo blog, ha pubblicato oggi un bel pezzo sui Mondegreen, definizione fino a oggi a me sconosciuta che indica, cito, «una parola che risulta dall'inesatta percezione di una frase, di una parola o - soprattutto - del verso di una canzone». L'etimologia deriva dall'errata interpretazione di un verso della ballata scozzese The Bonny Earl of Murray e la si deve alla scrittrice Sylvia Wright (per sapere in che modo, andate sul post di Silvia). Per quel che mi riguarda non penso di aver mai fatto altro nella mia vita: e cioè pensare di imparare una canzone, soprattutto se straniera, a volte anche italiana, e poi accorgermi di non aver capito nulla di quello che effettivamente diceva. Gli esempi sono così tanti che se provo a pensarci nemmeno me ne vengono: è tutta la mattina che ci provo, ma mi vengono solo brandelli di canzoni di cui ora conosco il testo perché ho corretto l'errore. C'è però una cosa che mi sembra ancora più geniale, e la devo a Peter Gabriel: l'utilizzo di un mondegreen consapevole per citare - o sfottere, a seconda di come la si vuol leggere - una canzone. Nel caso specifico succede nell'ultimo verso dell'ultima canzone di The Lamb Lies Down on Broadway, l'ho anche messo nei commenti del blog di Silvia. Il verso di It dice infatti: «Yes it's only knock and know all, but I like it» (ed è da ripetere un sacco di volte: «Yes it's only knock and know all, but I like it, like it, like it, like it...»), ma se lo si legge velocemente diventa «Yes it's only rock and roll, but I like it». Più o meno, Silvia lo conferma, significa «Sì, it è solo botta e risposta ma mi piace» (It è il protagonista della canzone, l'essenza immateriale e immanente in cui si trasforma il personaggio Rael): non vuol dire nulla, come gran parte delle cose geniali, stupide e folli che Gabriel ha scritto in quell'album, ma a me è sempre piaciuta (but I like it, like it, like it), con quel suono acido e pazzesco, quella genialità arrogante che smonta e rimonta il rock e in fondo si comporta come ogni mondegreen: si prende una canzone, la stravolge e la trasforma in qualcosa di personale e ridicolo che piace solo a chi l'ha inconsapevolmente inventata.

lunedì 26 marzo 2012

The opposite of white was not red, but black

Qualche settimana fa ho letto un libro molto bello, The Buddha in the Attic di Julie Otsuka, in Italia uscito con il titolo Venivamo tutte per mare e tradotto da Silvia Pareschi. Un libro breve e intenso, scritto da un'autrice americana di origini giapponesi con una lingua scarna e profondissima, con alle spalle quello che immagino essere stato un faticoso, mirabile lavoro di sintesi espressiva, una limatura continua dell'ispirazione per arrivare al grado unico della parola, al valore oggettivo, quasi materiale, di un aggettivo, un verbo, un sostantivo, forse anche un avverbio o una congiunzione. E' un romanzo raccontato da più voci che parlano come una sola, una moltitudine di protagoniste femminili che insieme creano un'unica, bellissima anima femminile, capace di abbracciare decenni di dolore, orgoglio, dignità e segretezza. Il libro racconta la tragedia delle ragazze giapponesi emigrate giovanissime negli Stati Uniti per andare in spose a uomini della stessa nazionalità, molto più grandi e mai incontrati prima. Ambientato tra San Francisco e il nord della California, in uno spazio che la voce off collettiva rende una terra onirica, offuscata e sconosciuta, The Buddha in the Attic abbraccia un arco di tempo che va indicativamente dall'inizio del '900 alla Seconda guerra mondiale, quando i giapponesi - uomini, donne, vecchi e bambini, agricoltori e commercianti, lavoratori o delinquenti - vennero segregati nei campi di prigionia. Sull'argomento, che emerge nella storia americana come una pagina polverosa volutamente appallottolata sul fondo di un cassetto, c'è anche un bel film, che non è Benvenuti in paradiso di Parker, ma Littlerock di Mike Ott, un paio di anni fa programmato al Torino Film Festival.