sabato 18 febbraio 2012

Spudoratezza del cuore, pudore della morte

War Horse di Spielberg, che è uscito ieri nelle sale italiane, è un film decisamente inattuale: un drammone anni '50, pomposo e magniloquente, con diverse pause intimiste e silenziose; un racconto di guerra, questa volta la Prima, da una prospettiva privata, che per il regista di Salvate il soldato Ryan significa inscenare lo sfaldamento di una famiglia e la sua lotta per sopravvivere al vento della Storia. Il trauma della separazione è ancora il tema centrale di Spielberg e il ritorno a casa la forma di narrazione naturale. In War Horse c'è un animale magnifico, che sa correre e tirare come nessun altro animale costretto alla guerra, e tanti figli e fratelli e orfani e nonni amorevoli e soldati pietosi che se lo scambiano di mano e lo perdono, lo comprano e lo cedono, ogni volta sacrificando un po' del loro amore: una catena ripetitiva e circolare con cui Spielberg riprende gli schemi del cinema classico, le ripetizioni, le risoluzioni, gli strappi e la riconferma dell'ordine di partenza. Il tutto in due ore e passa di film prevedibile eppure magnetico, con un finale che rappresenta uno dei momenti più eccessivi del suo cinema, un omaggio a John Ford che richiama I cavalieri del Nord Ovest nei colori e Sentieri selvaggi nella raffigurazione del ritorno a casa. La differenza sta nel fatto che per Spielberg una casa pronta ad accogliere l'eroe alla fine della strada c'è sempre e un modo per comunicare - un telefono o un richiamo per cavalli - pure. Semmai ho qualche dubbio sull'opportunità di aggredire l'iconografia del paesaggio europeo con colori così spropositati e violenti da essere affascinanti: una scelta spudorata tanto coraggiosa quanto irritante, che contraddice il pudore dell'intero film, con la morte lasciata fuori campo e la presenza di ciò che resta (i cavalli senza cavalieri, come ai tempi di La guerra dei mondi i vestiti sugli alberi) a ribadirne l'oscenità.

mercoledì 15 febbraio 2012

Dirk Diggler in gonnella

E' incredibile, comunque, il livello di servilismo della stampa festivaliera nei confronti del cinema americano. Oggi è passato fuori concorso l'ultimo film di Soderberg, Haywire (da noi in uscita la prossima settimana con il titolo Knockout - Resa dei conti) e per la prima volta la sala delle conferenze stampa era così colma da costringere alcuni giornalisti a seguire l'incontro con regista e attori sui televisori all'ingresso. Certo, oltre a Soderbergh c'erano Fassbender (ma quanti film fa?), Banderas e la protagonista del film, l'attrice-lottatrice Gina Carano, che avà pure un bel viso ma in vestito da sera sfoggia i proverbiali polpacci da stopper. Certo, sono divi. Ma altrettanto certo è che  Haywire, che arriva subito dopo l'assai migliore Contagion, è un film evanescente, scritto coi piedi, girato con il polso sinistro, nemmeno con la mano sinistra, dove Soderbergh - a suo modo coerente e furbo, se vogliamo anche bravo - continua il suo gioco al massacro del cinema hollywoodiano, questa volta prendendo il thriller d'azione, con agenti speciali traditi e funzionari di Washington che ordinano omicidi, e riducendo il fantomatico genere a una serie di situazioni-pretesto per lasciare che i personaggi si massacrino di botte, che le location saltino da una parte all'altra del globo (Stato di New York, Barcellona, Dublino, San Diego, New Mexico) e che una serie impressionante di attori famosi sfili davanti la macchina da presa, presumibilmente al minimo della paga sindacale. Per una robetta di un'ora e mezza, girata in un digitale leggero e nei momenti d'azione ispirata furbamente alle serie tv anni '70, quelle con le musichette un po' jazz e un po' dance di cui Paul Thomas Anderson fece la parodia in Boogie Nights (Gina Carcano è forse una Dirk Diggler in gonnella?), ci sono, oltre a quelli presenti qui a Berlino, anche Michael Douglad, Channing Tatum e Bill Paxton, ciascuno con i propri cinque minuti di film e poi via, ancora un po' di botte e poi tutti verso un altro progetto, un altro cast da Hollywood classica, un'altra presa per il culo che i giornalisti dei festival saranno costretti a bersi perché arrivati fin qui a fare il loro lavoro... Soderbergh, forse, è meno scemo di quel che sembra.

martedì 14 febbraio 2012

Forme inattuali

Tabu di Miguel Gomes, visto oggi in Concorso, è uno di quei film che tra qualche anno verranno ricordati come espressione di quella malattia vintage che colpì il cinema all'inizio del XXI secolo: un melodramma in bianco e nero, modellato per buona parte sul cinema muto e ispirato fin dal titolo a Murnau. Rispetto a un'operazione simile come The Artist, è una riflessione questa volta autentica sulle forme del cinema passato e sulle sue ragioni storiche. Il melodramma in Tabu è inattuale, perché inattuali erano nella prima metà del '900 le colonie portoghesi; e a sua volta il cinema muto è un discorso fiabesco e antistorico (dal momento che viene usato per raccontare eventi ambientati negli anni '60) perché segno di un tempo irrecuperabile e fuori dalla Storia, qualcosa che resta nel cuore, come l'amore impossibile tra i due protagonisti, ma che può rivivere solo come racconto mitologico, in voce off, distante dal mondo e dalla vita. Tutto si disperde, in Tabu, tutto sfoca nel ricordo, e l'immagine non può certo recuperarlo: come dice una voce femminile nel prologo ironico, si può scappare lontano quanto si vuole, ma non si può sfuggire al proprio cuore. Forse il cinema, che la realtà del passato non può resuscitarla in forma viva, dovrebbe ricordarselo di più.

lunedì 13 febbraio 2012

Son of No One

L'enfant d'en haut di Ursula Meier e' il secondo film degno di stare in concorso visto finora alla Berlinale. Ed essendo lunedi', a meta' festival cioe', non e' proprio una gran bella cosa per la Berlinale.... La regista Ursula Meier ambienta una sorta di 400 colpi moderno sulle montagne della Svizzera, sugli impianti sciistici dove i ricchi vanno a divertirsi e i poveri come Simon, il protagonista preadolescente del film, va a rubare accessori vari (sci, occhiali, guanti, a volte pure del cibo) per poi rivenderli. Simon vive con la sorella maggiore, che ha una ventina d'anni, che e' bellissima, ma e' squinternata, totalmente incapace di badare a se stessa. Tra fratello e sorella c'e' un insano rapporto di dipendenza, con il piccolo a gestire la grande in una casa minuscola e disordinata, dove la macchina da presa sembra una presenza di troppo, mobile e ingombrante. Fino a quando, almeno, Simon dice una frase di troppo e la realta' vista fino a quel momento viene completamente ribaltata, con i personaggi che mutano di segno e portano la relazione tra il ragazzino e la sorella su un altro piano, molto piu' grave. Merito di una sceneggiatura precisa e mai sbavata, di un modo di filmare i corpi che non lascia nulla al sentimentalismo, ma prepara lo spettatore a un colpo di scena scioccante eppure quieto, non insistito. Niente dramma, niente compassione, solo uno sguardo ravvicinato e delicato, che filma la verita' dei rapporti umani e prova a trovare un senso al continuo vagare di Simon, figlio di nessuno in un mondo indifferente e distante.

domenica 12 febbraio 2012

Sorrow

Mentre il concorso della Berlinale langue, con i Taviani che fanno i Taviani, brechtiani e giusti masaicheppalle, e con Barbara di Christian Petzold che e' un monumento di medieta' cinematografica, ieri al Forum sono passati due film interessanti. L'americano For Ellen di So Yong Kim, classico indie film su un musicista distrutto che cerca di riallacciare il rapporto con la figlia ancora bambina, e l'iraniano Paziraie Sadeh (Modest Reception), sorprendente racconto di carita' e colpa sul potere del denaro e sulla colpa di lo possiede. La cosa interessante di For Ellen e' la precisione con cui tratteggia il protagonista, un rocker fuori dal mondo che non ha nulla di nuovo, ma ha qualcosa di potente e di diverso rispetto alle persone normali che lo circondano. Paul Dano, l'attore protagonista, e' costantemente soffocato dalla macchina da presa, non ha quasi mai la liberazione di un controcampo, a parte quando incontra la figlia e trova per un attimo, e a fatica, un ruolo nella societa'. Naturalmente per lui la felcita' dura poco, il dolore e' la sua condizione naturale, ma il film si conclude con una bella e inattesa citazione da Cinque pezzi facili di Rafelson (ecco da dove viene gran parte del cinema indie di oggi) e con Sorrow dei National (ovvio no...): per pochi minuti di film non potevo chiedere di piu'.

Paziraie Sadeh sorprende invece per la tenuta di una storia che all'inizio potrebe sembrare uno sketch da reality show: il tono e' quello della commedia, il ritmo quello di una comica, ma senza preoccuparsi di avere una costruzione solida e procedendo invece per strattonim, il film alterna, o meglio fonde, risata e tragedia, con borsate di denaro a incombere sulla serenita' del persone e sul loro desiderio di sbarazzarsene. Un film al contrario di come va il mondo, che gira e gira e gira e trova una soluzione (il denaro almeno all'inizio e' sempra una soluzione), salvo poi dissolversi nel nulla.

sabato 11 febbraio 2012

Nuova, completamente nuova

Ieri primo bel film del concorso, A moi seule di Frédéric Videau, preciso e intenso racconto del ritorno a casa di un´adolescente sequestrata quando era bambina e incapace di adattarsi alla vita: tra sindrome di Stoccolma e crudezza della messinscena, Videau dipinge il ritratto di due solitudini, quella del sequestratore e della sequestrata, senza scendere nella crudezza espesperata di un film simile visto a Cannes, l´orrido Michael. A moi seule e´un film di volti e di personaggi, con due attori magnifici che spesso racchiudono in primi piani di grandi intensita il mistero dei loro sentimenti, lui le ragioni per un gesto clamoroso e non spiegato, lei lo smerrimento per una condizione esistenziale azzerata. Il film non è perfetto e forse manca dell´ambizione necessaria per essere davvero grande: ma il sentimento di libertà che celebra mi è sembrato interpretare in forma metaforica un desiderio di rinnovamento che va oltre il proprio racconto. Non è un caso che  A moi seule si concluda con le parole della protagonista che, finalmente libera di viaggiare dove vuole e senza più legami, dice a se stessa, “Nuova, completamente nuova, ora vivro così”. Vale per lei, e pure per quel mondo che il cinema ogni tanto cerca ancora di raccontare.

venerdì 10 febbraio 2012

Film che dialogano con la vita

Prima di partire per Berlino ho scritto un lungo pezzo per Doppiozero su Hugo Cabret: in parte riprende quello che avevo gia' scritto qui e qui, in parte aggiunge cose nuove. Se vi va di leggerlo, lo trovate qui. Nel frattempo qui a Berlino ieri sera e' passato al Forum La demora, nuovo film di Rodrigo Plá, regista uruguayano che qualche anno fa si fece notare con La zona. Il film parla di una donna che abbandona il padre anziano perche' non puo' occuparsi di lui e della lunga attesa di quest'uomo nel gelo dell'inverno sudamericano, solo, ammalato e convinto che prima o poi la figlia venga a recuperarlo. Una film onesto ma irrisolto, che nelle scelte amorali dei personaggi ricorda il Loach di qualche anno fa: sono uscito un po' annoiato e un po' indifferente. Poi sono andato a casa e li' ho scoperto che per errore non avevo le chiavi di casa. E nel gelo della sera berlinese, solo e pure io un po' ammalato, ho atteso che qualcuno arrivasse... Fanculo i film che dialogano con la vita: se almeno La demora fosse stato bello...

giovedì 9 febbraio 2012

Stai dritta, Zoé

Ora che Cronenberg non gira piu i suoi magnifici film sulla mutazione della carne, sulla memoria trattenuta dai corpi e sugli oggetti antropoformi: Ora che Agnès Varda e' forse troppo anziana per fare film, e comunque ha gia' lasciato il suo testamento con il magnifico Les plages d'Agnès, fa un certo effetto vedere un film come Tiens moi droite, con cui la giovane francese Zoé Chantre, una matta con una facilita' di tratto esaltante e forse fin troppa fantasia, parla della sua malattia alla testa e alla schiena, del suo rapporto con il corpo e soprattutto della relazione di quest'ultimo con il mondo circostante. Il film e' un diario privato aperto al pubblico, una dichiarazione di vita in prima persona, montato con iMovie e Garageband e ravvivato dalla stop motion di disegni in carta, dalla voce fuori campo un po' seria e un po' scema, da una costante lotta contro se stessi che non sfocia in rabbia, ma in creativita'. Leggero eppure inquietante, intimo e impudico, Tiens moi droite e' un film cybertech senza tecnologia e senza mutazione. E' la storia dell'ossessione per la propria spina dorsale da parte della regista, e' come provare a plasmare il proprio corpo ammalato contro un oggetto qualsiasi e farlo fondere. Assurdo. Ma Zoe Chantre lo fa.

mercoledì 8 febbraio 2012

Berlinale, domani

Domani comincia il Festival di Berlino e io sarò là per quasi tutto il tempo. Di conseguenza scriverò un po' di cose sui film che vedrò, quando ne avrò voglia e soprattutto tempo. Nel frattempo qui in Italia non uscirà nulla di interessante, a meno che non consideriate interessante l'ennesima nuove versione di Guerre stellari, il cui principale contributo al cinema contemporaneo è li fatto che - ovvio - questa volta è in 3D e che l'intera saga verrà proiettata in ordine cronologico, a partire cioè dalla Minaccia fantasma. Poi ci sarà Albert Nobbs, il film con Glen Close vestita da uomo per sopravvivere nell'Irlanda di fine '800 (l'hanno candidata all'Oscar, ovviamente), un classicone con la stanchezza dentro che non consiglio a nessuno. Per il resto, meglio se fate altro o se leggete i report da Berlino.

lunedì 6 febbraio 2012

Luck

Tanto per non perdere il filo del discorso, ieri sera è cominciata la prima stagione di Luck, la serie televisiva creata da David Milch, che da neofita quale sono ho da poco scoperto essere una specie di idolo per gli esperti di tv americana,e soprattutto, per quanto mi riguarda, prodotta da Michael Mann, di cui avevo già parlato qui, a metà dicembre, in occasione della messa in onda della puntata pilota (diretta dallo stesso Mann). La serie, che è realizzata dalla HBO, interpretata tra gli altri da Dustin Hoffman e Nick Nolte e diretta da gente esperta e un tempo pure ambiziosa come Terry George, Allen Coulter, Philip Noyce, Mimi Leder, parla di corse di cavalli, di scommesse, di traffici criminali, di allenatori e di fantini, di colpi di fortuna per poveracci col vizio del gioco e di spettacolo, ovvio, ché gli americani quello sanno fare, interpretare lo showbiz in mille e infinite forme. Per quel che mi riguarda, è una delle cose più attese di questo 2012, dopo naturalmente la quinta stagione di Mad Men, ora che mancano meno di due mesi alla messa in onda: a conferma che ormai parlare di cinema americano contemporaneo significa (anche e soprattutto) parlare delle cose migliori che si girano in tv. Se solo si avesse il tempo di vederle tutte...