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giovedì 5 settembre 2013
Venezia 70 - Errol Morris + Frederick Wiseman
domenica 1 settembre 2013
Venezia 70 - Memphis, Tim Sutton
Ieri ho visto Memphis, il nuovo film di Tim Sutton, regista americano conosciuto lo scorso anno quando presentò il precedente film Pavilion al Torino Film Festival. È un film liberissimo e per questo affascinante. Su CineforumWeb ne ho scritto, e lo rimetto qui sotto. Poi ieri è stato presentato Il nuovo corto di Miguel Gomes, Redemption, che è un capolavoro commovente, insieme alla nuova puntata di Heimat la cosa più bella vista a questa Mostra. Se riesco ne scrivo domani.
Memphis, quartiere popolare, esterno giorno. La macchina da presa scorre lenta a inquadrare con un carrello laterale due ragazzine di colore che camminano lungo un marciapiede. Una voce chiama da lontano, nessuno sa a chi appartenga, una delle due bambine si volta verso l'obiettivo e interrogativa chiede cosa fare. Stacco. Un uomo di colore parla alla tv, altro luogo, altri personaggi, comincia il racconto. Ma il film è segnato, sono bastati secondi.
La trama ha per protagonista un bluesman in crisi creativa (interpretato dal vero musicista Willis Earl Beal) impegnato a incidere un album con alcune leggende della scena locale, ma tentato da un desiderio di sparizione e rinascita spirituale. Sembra un pazzo posseduto, porta su di sé il peso di una grande tradizione, non sa che farsene e a chi donare il suo talento. Il film lo segue, lo filma nel quotidiano, con i suoi amici, le sue donne, i suoi deliri, lo abbandona nelle zone senza speranza della sua anima, ne fa una figura senza guida. Più che un racconto di perdizione, il suo è un cammino incerto, una freccia lanciata verso il nulla. Tutto sta in quel primo sguardo in macchina, che nemmeno appartiene al protagonista ma che grazie alla struttura liberissima, inafferrabile del film graffia come un'epigrafe, lascia senza risposta una domanda d'aiuto, la richiesta di un senso compiuto di fronte allo smarrimento.
E Memphis, secondo film dell'americano Tim Sutton dopo lo splendido Pavilion, realizzato all'interno della Biennale College, di risposte non ne offre: è un film libero e vagabondo come il suo protagonista e come la mitologia americana che scandaglia. È il racconto lieve di una ricerca esistenziale confusa, la ricerca dei frammenti di una cultura black dispersa, lo sguardo mai partecipe su una comunità nera sospesa tra sciamenisimo e fede, messe cantate e idolatria fanatica. Un mondo senza appigli, senza direzione, se non quella che riporta, come dice il suo protagonista in una confessione delirante e sincera, verso la terra madre e il suo calore accogliente buono anche da fottere.
Memphis, quartiere popolare, esterno giorno. La macchina da presa scorre lenta a inquadrare con un carrello laterale due ragazzine di colore che camminano lungo un marciapiede. Una voce chiama da lontano, nessuno sa a chi appartenga, una delle due bambine si volta verso l'obiettivo e interrogativa chiede cosa fare. Stacco. Un uomo di colore parla alla tv, altro luogo, altri personaggi, comincia il racconto. Ma il film è segnato, sono bastati secondi.
La trama ha per protagonista un bluesman in crisi creativa (interpretato dal vero musicista Willis Earl Beal) impegnato a incidere un album con alcune leggende della scena locale, ma tentato da un desiderio di sparizione e rinascita spirituale. Sembra un pazzo posseduto, porta su di sé il peso di una grande tradizione, non sa che farsene e a chi donare il suo talento. Il film lo segue, lo filma nel quotidiano, con i suoi amici, le sue donne, i suoi deliri, lo abbandona nelle zone senza speranza della sua anima, ne fa una figura senza guida. Più che un racconto di perdizione, il suo è un cammino incerto, una freccia lanciata verso il nulla. Tutto sta in quel primo sguardo in macchina, che nemmeno appartiene al protagonista ma che grazie alla struttura liberissima, inafferrabile del film graffia come un'epigrafe, lascia senza risposta una domanda d'aiuto, la richiesta di un senso compiuto di fronte allo smarrimento.
E Memphis, secondo film dell'americano Tim Sutton dopo lo splendido Pavilion, realizzato all'interno della Biennale College, di risposte non ne offre: è un film libero e vagabondo come il suo protagonista e come la mitologia americana che scandaglia. È il racconto lieve di una ricerca esistenziale confusa, la ricerca dei frammenti di una cultura black dispersa, lo sguardo mai partecipe su una comunità nera sospesa tra sciamenisimo e fede, messe cantate e idolatria fanatica. Un mondo senza appigli, senza direzione, se non quella che riporta, come dice il suo protagonista in una confessione delirante e sincera, verso la terra madre e il suo calore accogliente buono anche da fottere.
sabato 31 agosto 2013
Venezia 70 - La moglie del poliziotto
Ieri sera è passato in concorso il film parecchio disturbante di Philip Gröning, Die Frau des Polizisten. Ne ho scritto per Cineforum e il pezzo lo trovate qui oppure qui sotto, se vi va.
Anfang, cioè inizio. Ende, cioè fine. Apertura e chiusura, dentro e fuori, prima e dopo, sopra e sotto. Così, meccanicamente, come un telaio che ripete la stessa operazione fino a tessere la tela, Philip Gröning costruisce la trama del suo Die Frau des Polizisten. Al centro c’è l’orrore della violenza domestica, le percosse di un marito poliziotto alla moglie e la coercizione psicologica della loro bambina di quattro anni. Ma in realtà al centro di Die Frau des Polizisten non c’è nulla, perché Gröning differisce la sua stessa trama, gioca di sottrazione fino ai limiti del divertimento, sceglie soprattutto di restare sulla soglia: di un racconto, che dei suoi 59 capitoli coglie solamente l’anfang e l’ende, le cause e le conseguenze, mai l’evento in sé; di una casa, filmata come luogo distante e impossibile, angusto oppure gigantesco, innaturale oppure accogliente; di una famiglia, di cui si osserva la progressiva distruzione come evento puro e immutabile. Tutto quanto – il racconto, la casa, la famiglia – è lì di fronte, esposto nella sua evidenza, ma il film non può coglierlo. Osserva per tre ore banali situazioni domestiche (dormire, svegliarsi, lavarsi, mangiare, giocare) e a ogni passaggio, senza che nulla apparentemente cambi, con i soli lividi sul corpo della donna a urlare segnali muti, rende esplicito un dolore mai mostrato. Per Gröning l’iperrealismo è una questione di dimensioni, la sua messinscena non concede appigli, sfugge a ogni tentativo di essere afferrata; come una scultura a forma umana di Ron Mueck provoca disagio percettivo, così realistica da porsi come specchio, così sproporzionata da disturbare il corpo prima ancora che l’occhio. Non a caso Die Frau des Polizisten è un film di oggetti, di coperte, di lenzuola, di divani, e di sensazioni fisiche, di puzza, di paura che si odora, di sangue che scorre sotto la pelle e di lividi che crescono sopra la pelle. Dentro, però, non si entra mai, dentro non si può entrare: lì l’orrore sarebbe intollerabile, impossibile da reggere. Come gli occhi di una bambina che ti fissano vuoti e interrogativi.
Anfang, cioè inizio. Ende, cioè fine. Apertura e chiusura, dentro e fuori, prima e dopo, sopra e sotto. Così, meccanicamente, come un telaio che ripete la stessa operazione fino a tessere la tela, Philip Gröning costruisce la trama del suo Die Frau des Polizisten. Al centro c’è l’orrore della violenza domestica, le percosse di un marito poliziotto alla moglie e la coercizione psicologica della loro bambina di quattro anni. Ma in realtà al centro di Die Frau des Polizisten non c’è nulla, perché Gröning differisce la sua stessa trama, gioca di sottrazione fino ai limiti del divertimento, sceglie soprattutto di restare sulla soglia: di un racconto, che dei suoi 59 capitoli coglie solamente l’anfang e l’ende, le cause e le conseguenze, mai l’evento in sé; di una casa, filmata come luogo distante e impossibile, angusto oppure gigantesco, innaturale oppure accogliente; di una famiglia, di cui si osserva la progressiva distruzione come evento puro e immutabile. Tutto quanto – il racconto, la casa, la famiglia – è lì di fronte, esposto nella sua evidenza, ma il film non può coglierlo. Osserva per tre ore banali situazioni domestiche (dormire, svegliarsi, lavarsi, mangiare, giocare) e a ogni passaggio, senza che nulla apparentemente cambi, con i soli lividi sul corpo della donna a urlare segnali muti, rende esplicito un dolore mai mostrato. Per Gröning l’iperrealismo è una questione di dimensioni, la sua messinscena non concede appigli, sfugge a ogni tentativo di essere afferrata; come una scultura a forma umana di Ron Mueck provoca disagio percettivo, così realistica da porsi come specchio, così sproporzionata da disturbare il corpo prima ancora che l’occhio. Non a caso Die Frau des Polizisten è un film di oggetti, di coperte, di lenzuola, di divani, e di sensazioni fisiche, di puzza, di paura che si odora, di sangue che scorre sotto la pelle e di lividi che crescono sopra la pelle. Dentro, però, non si entra mai, dentro non si può entrare: lì l’orrore sarebbe intollerabile, impossibile da reggere. Come gli occhi di una bambina che ti fissano vuoti e interrogativi.
giovedì 29 agosto 2013
Venezia 70 - La donna è il futuro dell'uomo
Purtroppo questo blog vive solo ogni tanto: quando ho tempo di scrivere, quando non ho troppo lavoro, quando sono ai festival. All'inizio era diverso, mi ero imposto di scrivere ogni giorno, rispettavo la consegna: oggi invece non è più così, oggi se chiedi il servizio in camera è già tanto se ti arriva di giovedì... Comunque, Casinò a parte, oggi sono a Venezia, per cui ho tempo di scrivere, anche se poi alla fine non scrivo esattamente per il blog, ma per il sito di Cineforum (se vedo film che mi piacciono), e qui sopra metto quello che scrivo dall'altra parte, e se mi va anche altre robe.
Come primo pezzo metto quello che ho scritto sul nuovo, spledente sito di Cineforum a proposito di Die andere Heimat di Edgar Reitz, quinta puntata della saga, lunga tre ore e cinquanta e a parte le sbandate colorate in uno splendido mare di bianco e nero, un film bellissimo. L'ho visto dopo Gravity di Cuaron, che come film d'apertura ci sta benissimo, è visivamente strabiliante e pomposo da un punto di vista estetico e spirituale, un po' cattolico e un po' darwinista - un colpo di qui e uno di là - come si addice ai tempi. Poi c'è Sandra Bullock che quando si toglie la tuta spaziale e resta in canotta e shorts fa parecchio bene agli occhi e al cuore, è sexy quanto Sigourney Weaver nel finale di Alien (e francamente non pensavo di trovare qualcosa di altrettanto eccitante, al cinema, di Sigourney Weaver nel finale di Alien); e ancora è un film bello perché fa piacere capire dopo quasi dieci anni il senso del titolo di un vecchio film di Hong Sangsoo, La donna è il futuro dell'uomo, che all'epoca, era il 2004 credo, non sapevo come collocare e ora dopo Gravity sì, ora so che dopo lo spazio profondo e il bimbo di 2001 si può ancora rinascere e rimettersi in piedi, con una bella manciata di fango in mano. Solo che Adamo è donna, e dunque è Eva, e se per caso viene cocciuta come le donne al volonte di Via Castella Bandiera di Emma Dante sono cazzi (però anche segno di una forza così dirompente che dalla sindrome da lemming dell'umanità - vedi l'ultima, infinita inquadratura del film - non può che venir fuori qualcosa di buono).
Come primo pezzo metto quello che ho scritto sul nuovo, spledente sito di Cineforum a proposito di Die andere Heimat di Edgar Reitz, quinta puntata della saga, lunga tre ore e cinquanta e a parte le sbandate colorate in uno splendido mare di bianco e nero, un film bellissimo. L'ho visto dopo Gravity di Cuaron, che come film d'apertura ci sta benissimo, è visivamente strabiliante e pomposo da un punto di vista estetico e spirituale, un po' cattolico e un po' darwinista - un colpo di qui e uno di là - come si addice ai tempi. Poi c'è Sandra Bullock che quando si toglie la tuta spaziale e resta in canotta e shorts fa parecchio bene agli occhi e al cuore, è sexy quanto Sigourney Weaver nel finale di Alien (e francamente non pensavo di trovare qualcosa di altrettanto eccitante, al cinema, di Sigourney Weaver nel finale di Alien); e ancora è un film bello perché fa piacere capire dopo quasi dieci anni il senso del titolo di un vecchio film di Hong Sangsoo, La donna è il futuro dell'uomo, che all'epoca, era il 2004 credo, non sapevo come collocare e ora dopo Gravity sì, ora so che dopo lo spazio profondo e il bimbo di 2001 si può ancora rinascere e rimettersi in piedi, con una bella manciata di fango in mano. Solo che Adamo è donna, e dunque è Eva, e se per caso viene cocciuta come le donne al volonte di Via Castella Bandiera di Emma Dante sono cazzi (però anche segno di una forza così dirompente che dalla sindrome da lemming dell'umanità - vedi l'ultima, infinita inquadratura del film - non può che venir fuori qualcosa di buono).
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