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martedì 10 aprile 2012

Le grandi pause del rock

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, traduzione italiana un po' paracula ma in fondo onesta dell'originale A Visit from the Goon Squad, Premio Pulitzer per la narrativa lo scorso anno, uscito da poco per Minimum Fax (traduzione di Matteo Colombo), è un libro molto bello, un pastiche letterario simile a una raccolta di racconti, in cui si trova tutto ciò che rende umana, disperata e terribilmente affascinante la cultura underground americana, l'indie e l'industria dello spettacolo, New York e San Francisco, i loft di Soho e il West Village, i quartieri per ricchi e il punk, gli anni '80 e downtown, il rock e le droghe. A tratti, poi, ci sono cose che non ti aspetti, come un folgorante ritratto di Napoli carico di luce e toni da quadro romantico, o alcuni passaggi stucchevoli, come l'incontro con un dittatore africano che potrebbe essere Gheddafi ma non lo è, e in ogni caso non c'entra nulla con il resto del libro. Il vero protagonista, come dice il titolo italiano, è il tempo. Il tempo come dimensione fisica, quasi quantificabile, e il tempo come presenza aliena e inafferrabile; il tempo concreto di ogni vita, con i rimpianti e i fallimenti che genera, e il tempo astratto, liquido, in cui ciascuno si disperde nella folla e ogni sentimento o vicinanza non ha valore, perché destinato a passare. E il ricordo dei morti è sempre la cosa più straziante, specie se citati di sfuggita, come frammenti di storie non vissute, impossibili da raccontare. Il romanzo stesso, poi, con i suoi capitoli in cui nuovi personaggi si aggiungono ai vecchi, tra amicizie, amori, rapporti lavorativi, sfioramenti, brandelli di vite e polaroid di ricordi, è esso stesso liquido: una corrente casuale che va dagli anni '80 al Duemila (con i '90 che diventano storia lontana, quasi più sfumata del decennio precedente) e con violenza inesorabile si porta via ogni frase o personaggio, ogni sperimentazione linguistica o passaggio lirico. A un certo punto, infine, c'è una cosa piuttosto sorprendente, un chiaro sfoggio di genialità che al tempo stesso spiazza, meraviglia e fa storcere il naso: un intero capitolo di slide in Power Point. Sembra, ed è, un esercizio di stile, ma ha la sua logica: sia perché illustra il funzionamento della mente di una bambina, sia perché parla di una lasso effimero di tempo, quello cioè che occupano le pause nelle canzoni rock (Il tempo è un bastardo è un libro sul rock, sulla malinconia gratuita della cultura rock; e sul tempo infinitamente grande e su quello infinitamente piccolo). La Egan cita canzoni specifiche (da Hendrix, Police, Bowie, Four Tops), indica i secondi di durata delle pause e il punto esattoin cui si trovano nelle canzoni: mentre ieri leggevo mi segnavo i titoli per verificare se fosse vero quello che scriveva. Poi oggi sul sito della scrittrice newyorchese ho scoperto questo e ho visto che è vero: buona lettura, e buona sorpresa.

giovedì 29 marzo 2012

La questione dei radical chic (ancora)

E' tornata di gran moda la questione dei radical chic. Grazie a Mariarosa Mancuso, critico cinematografico e letterario di area destrorsa, che su Lettura ha pubblicato un articolo sulla fine del fenomeno, sulla crisi dei programmi di La7 (Guzzanti, Dandini, Bignardi) e su quanto Franzen sia un figo perché in Libertà, da radical chic qual è, se la sia presa, a dire della Mancuso, contro i radical chic, contro la povera Patty Berglund in quanto altoborghese insoddisfatta e alcolizzata, nonostante in gioventù fosse dedita al burgul e alla raccolta differenziata. Il pezzo è di una decina di giorni fa, Bordone ne ha parlato a lungo sul suo blog e, nonostante mi abbia fatto crescere la carogna, volevo soprassedere. Che, infatti, tanto per dirne una, la Mancuso prenda le prima trenta pagine di Libertà a paradigma dell'intero romanzo, quando invece il lavoro di Franzen è molto più profondo e doloroso, non è certo una novità: ne ha scritto qui e qui più di un anno fa. Se mai, poi, qualcuno volesse comprendere il significato dell'espressione "radical chic" potrebbe andare ancora sul blog di Bordone e avere tutte le indicazioni che desidera: la questione è vecchia e ampiamente sviscerata. Ma questa mattina, dopo aver letto questo articolo di Michele Masneri sulla rivista Studio (grazie alla segnalazione di un amico) mi è tornata la carogna e ho ricominciato a rodermi il fegato, a pensare che ai giornalisti di area Foglio piace un sacco modellare la realtà sui loro bisogni di intellettuali lucidi e veggenti e soprattutto piace pensare che l'Italia sia ancora piena di signorotti di sinistra con l'appartamento in centro e la villa a Forte dei Marmi, come negli anni '60, quando Tom Wolfe coniava il termine radical chic, New York era piena di signore miliardarie che flirtavano coi rivoluzionari o di un Leonard Bernstein che invitava nel suo salotto le Pantere nere. Il termine viene da lì, da una società inesistente, tanto era ricca ed esclusiva, che cinquant'anni fa seguiva le mode e le dirigeva forte del proprio potere di persuasione. Eppure per qualcuno esiste ancora, per quanto imborghesito, impoverito e ridimensionato. Per qualcuno è un problema, quando, invero, è una totale astrazione, il trastullo malinconico di un gruppo di intellettuali di destra (e dunque, dal loro punto di vista, indipendenti), che scrivono da fustigatori dei costumi della sinistra, ma per farlo si aggrappano a categorie inesistenti, parziali, ignare del tessuto, questo sì sociale, delle persone che in Italia consumano cultura, e cioè, stando a Masnieri, leggono più di dodici libri l'anno oppure vanno al cinema, scaricano le serie tv e seguono i festival letterari.