E' tornata di gran moda la questione dei radical chic. Grazie a Mariarosa Mancuso, critico cinematografico e letterario di area destrorsa, che su Lettura ha pubblicato un articolo sulla fine del fenomeno, sulla crisi dei programmi di La7 (Guzzanti, Dandini, Bignardi) e su quanto Franzen sia un figo perché in Libertà, da radical chic qual è, se la sia presa, a dire della Mancuso, contro i radical chic, contro la povera Patty Berglund in quanto altoborghese insoddisfatta e alcolizzata, nonostante in gioventù fosse dedita al burgul e alla raccolta differenziata. Il pezzo è di una decina di giorni fa, Bordone ne ha parlato a lungo sul suo blog e, nonostante mi abbia fatto crescere la carogna, volevo soprassedere. Che, infatti, tanto per dirne una, la Mancuso prenda le prima trenta pagine di Libertà a paradigma dell'intero romanzo, quando invece il lavoro di Franzen è molto più profondo e doloroso, non è certo una novità: ne ha scritto qui e qui più di un anno fa. Se mai, poi, qualcuno volesse comprendere il significato dell'espressione "radical chic" potrebbe andare ancora sul blog di Bordone e avere tutte le indicazioni che desidera: la questione è vecchia e ampiamente sviscerata. Ma questa mattina, dopo aver letto questo articolo di Michele Masneri sulla rivista Studio (grazie alla segnalazione di un amico) mi è tornata la carogna e ho ricominciato a rodermi il fegato, a pensare che ai giornalisti di area Foglio piace un sacco modellare la realtà sui loro bisogni di intellettuali lucidi e veggenti e soprattutto piace pensare che l'Italia sia ancora piena di signorotti di sinistra con l'appartamento in centro e la villa a Forte dei Marmi, come negli anni '60, quando Tom Wolfe coniava il termine radical chic, New York era piena di signore miliardarie che flirtavano coi rivoluzionari o di un Leonard Bernstein che invitava nel suo salotto le Pantere nere. Il termine viene da lì, da una società inesistente, tanto era ricca ed esclusiva, che cinquant'anni fa seguiva le mode e le dirigeva forte del proprio potere di persuasione. Eppure per qualcuno esiste ancora, per quanto imborghesito, impoverito e ridimensionato. Per qualcuno è un problema, quando, invero, è una totale astrazione, il trastullo malinconico di un gruppo di intellettuali di destra (e dunque, dal loro punto di vista, indipendenti), che scrivono da fustigatori dei costumi della sinistra, ma per farlo si aggrappano a categorie inesistenti, parziali, ignare del tessuto, questo sì sociale, delle persone che in Italia consumano cultura, e cioè, stando a Masnieri, leggono più di dodici libri l'anno oppure vanno al cinema, scaricano le serie tv e seguono i festival letterari.
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giovedì 29 marzo 2012
domenica 18 marzo 2012
Inseguitori e inseguiti
Michele Serra ha parlato male di Twitter. Ha scritto che gli fa schifo. Un sacco di gente s'è incazzata. Così tanto che Repubblica ha messo su un boxino in cui Serra rispiega la sua posizione in un video (perché, poi, un video debba essere più chiaro di un articolo non saprei...). Qualche giorno fa Jonathan Franzen ha parlato male di Facebook, e di rimando pure di Twitter. In generale dei social network, che a lui sembrano brutti e inutili. Parese suo. Facebook delle parole di Franzen non se ne è nemmeno accorto: essendo un mezzo autenticamente popolare non ha bisogno di erigersi in propria difesa. Due o tre anni fa sarebbe andata diversamente, ma da quando abbiamo saputo quanto Zuckerberg possa essere stronzo, nessuno più fiata. Si posta e basta. Con Twitter invece no. Twitter è elitario, esclusivo, mette in vetrina rispetto al mondo, la regola è far vedere di seguire pochissima gente ed essere seguiti da una moltitudine. Twitter fa bene, dicono. Per cui non va toccato. Twitter siamo noi e nessuno si avvicini senza saperlo. Se Serra ne parla male, in tanti se la legano al dito e lo sbertucciano. Questo articolo di Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano, con il suo ridicolo miscuglio di superficialità e populismo (davvero c'è ancora qualcuno che crede alla sinistra in velluto che osserva il mondo dal salotto foderato con l'opera omnia di Kierkegaard?), è la radiografia perfetta di cosa sia Twitter: una gara a chi dimostra più furbizia, demagogia culturale, purezza di spirito. La differenza sta nel fatto che Scanzi ha scritto un tweet di 3800 battute e non 140. La modalità invece è la stessa. Si parte dall'idea che solo una ristretta cerchia di eruditi delle dita sappia condensare concetti in poche parole e si prosegue accusando i non adepti di superficialità, invidia, trombonaggine, elitarismo erudito. Eh già, perché sono sempre gli altri a non capire la portata popolare delle rivoluzioni. In fondo siamo un po' tutti egiziani, veniamo tutti da piazza Tahrir.
venerdì 1 luglio 2011
Giorgio Carbone e i radical chic
Nella storia del critico di Libero, Giorgio Carbone, che recensendo 13 assassini ha scambiato Takashi Miike con Takeshi Kitano (se n'è parlato tanto su Facebook e se ne può trovare una presa per il culo qui), la cosa che mi fa pensare non è tanto l'infinita ignoranza del tizio in questione, o in generale la ridicola pressapocaggine di quel giornale e dei suoi autori, ma - credo - la ragione di tanta ignoranza e di tanta pressapocaggine. E cioè il fatto che il signor Carbone compie la più clamorosa delle topiche perché intento non a parlare del film, a giudicarlo, a raccontarlo, a recensirlo insomma, come uno che fa il suo mestiere dovrebbe fare, ma, come al solito con questa destra affetta da eterno e aggressivo complesso di inferiorità, intento a prendersela con i supposti intellettuali di sinistra e soprattutto a redimere la loro ingenuità. Perché, lo sappiamo, gli intellettuali di sinistra si appassionano ai registi impegnati - ai loro presunti vezzi d'autore che fanno imbestialire i puri appassionati di destra - e così facendo perdono la misura del giudizio, si fanno buggerare allegramente da minchiate spacciate per arte superiore. Gli intellettuali di destra, invece, bontà loro, sono vigili come falchi, stanno sempre attenti al divenire dell'arte e non si affrettano ad allinearsi per scelta di comodo; loro lo sanno come vanno le cose, loro hanno il senso della misura e la consapevolezza di quello che vedono, per cui apprezzano 13 assassini perché - naturalmente seguendo l'incredibile delirio di Carbone - quella roba lì "non è il vero Kitano", e per fortuna, dicono loro, poiché "certi autori sono anche più bravi quando si allontanano dai loro vezzi".
sabato 25 giugno 2011
So I ignored everything for a long time
In un modo o nell'altro si torna di continuo a parlare di David Foster Wallace. Perché qualche mese fa è uscito il suo romanzo incompiuto, il magico, abissale, complesso The Pake King (che ho provato a leggere e capire in lingua originale, ma non essendo abituato l'ho mollato abbastanza presto), perché ogni tanto qualcuno ne parla, tipo Franzen, che durante il tour promozionale per Libertà ha parlato spesso e volentieri, con un misto di commozione e affetto, dell'amico perduto, e tipo sua moglie Karen Green, che oggi, come mi hanno segnalato alcuni amici, ha concesso la sua prima intervista da quando, quasi tre anni fa, il più grande scrittore americano dagli anni '80 in poi, eccessivo e lucidissimo (troppo eccessivo, troppo lucido) genio del discorso e della costruzione logica delle frasi, ha dichiarato conclusa la sua battaglia contro la depressione e deciso di impiccarsi. L'interivsta è lunga e toccante, soprattutto perché la signora Green, che è un'artista, svicola abilmente dal dolore nascondondosi dietro la storia della "macchina del perdono", un marchingenio di sua invenzione che servirebbe a incanalare la rabbia verso chi se ne è andato o verso chi l'ha fatto andare. Poi parla del suo essere vedova, del suo rapporto con il marito ora che non c'è più. E tratteggia quello che mi sembra un ritratto perfetto e malinconico del dolore silenzioso e dubbioso di una donna che non sa cosa pensare, ora che la vita la costringe a essere una nuova persona, staccata da quello che era il suo illustre marito:
giovedì 16 giugno 2011
Regista, architetto, scrittore
A quasi tre mesi dall'uscita italiana, Libertà di Jonathan Franzen è ancora un caso letterario: il sito di Einaudi lo mette sempre tra i cinque titoli più richiesti e nella classifica dei 100 libri più venduti su Ibs viene al 31° posto dopo essere stato per parecchio tra i primi 25. Non so con certezza se questi siano dati significativi, ma essendo quello di Franzen un romanzo "difficile e impegnato", come direbbe la mia vicina di casa, credo sia un caso abbastanza raro nella recente editoria di casa nostra. La ragione è perché l'hanno pubblicizzato a non finire, con sta maledetta dendroica cerulea usata come esca narrativa ("ma che cazzo c'entrerà un uccellino con Jonathan Franzen?", si chiede il lettore ignaro...); perché da noi è arrivato sull'onda di un successo ancora più in grande in patria; e naturalmente perché Franzen è un grande scrittore e con Libertà ha scritto il suo romanzo più complesso e al tempo stesso leggibile. C'è poco da girarci intorno - e chi l'ha letto lo capisce dopo cinquanta pagine (e chi lo odia lo odia per la stessa ragione): il talento infinito sta proprio nella capacità di nascondere la complessità del romanzo dietro la sua forma elementare; nella costruzione accurata, inattaccabile di una tela gigantesca che prova a contenere il mondo intero. Libertà è come un film di Polanski, uno a caso, o se vogliamo scendere nello specifico come il suo ultimo, meraviglioso L'uomo nell'ombra. Perché Polanski è un regista nel pieno controllo della forma espressiva, sempre capace di insinuare in costruzioni perfette e narrativamente impeccabili riferimenti fulminanti sull'attualità e sull'universalità del comportamento umano. E Franzen opera nella stessa maniera, semplicemente sostituendo il thriller con il melodramma.
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