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mercoledì 30 marzo 2011

Senza buchi né macchie

Nei giorni in cui più o meno ogni scuola d'Italia si sbatte per proiettare film sul Risorgimento, optando inevitabilmente per Noi credevamo, che è bellissimo ma poco adatto agli studenti, o finendo per scegliere Senso, ché tanto di altre robe famose su quel periodo non ne esistono, se ne è andato anche Farley Granger, che di quel film era il protagonista e che Luchino Visconti considerava una seconda scelta rispetto all'agognato, e non ottenuto, Marlon Brando, insieme con l'altrettanta agognata, e l'altrettanto non ottenuta, Ingrid Bergman. Farley Granger era invece un attore caro a Hitchcock, che gli ha dato in due casi parti di personaggi ambigui e paurosi, un omesessuale assassino in Nodo alla gola e un tennista assassino per procura in L'altro uomo, forse per via di quella faccia decadente e melliflua, elegante e lamentosa, perfetta anche per il mélo (L'altalena di velluto rosso). Come per Liz Taylor pochi giorni fa, anche in questo caso mi chiedo quanto la sua bravura d'interprete incidesse sull'efficacia delle sue interpretazioni, quanto soprattutto più del talento dei singoli attori nel cinema classico contasse il potere immaginifico di un intero sistema produttivo e narrativo. Quel cinema era una gabbia perfetta dove tutto stava insieme e niente sfuggiva ("senza buchi né macchie", ha scritto Truffaut), e Hitchcock che lo sapeva più di ogni altro nei suoi film ci metteva sempre strutture geometriche, linee diritte o perfettamente circolari. Sapeva, lui, che fuori da quel mondo i suoi attori non avrebbero retto. E se sulla Bergman, alla quale sconsigliò di fuggire da Rossellini, si sbagliava, su Farley Granger, vista la reazione di Visconti, aveva visto giusto.

sabato 13 novembre 2010

iTunes di provincia

Nella sua rubrica Dekoder, Dipollina ha parlato ieri della Apple Tv e della possibilità di noleggiare film su iTunes. "Un giorno o l’altro", ha scritto, "sarebbe il caso di creare un mercato vero, mettendo a disposizione tutti quei film che escono al cinema solo nelle grandi città e poi spariscono, che in provincia non arrivano e in tv nemmeno o quasi, compresa la produzione italiana indipendente. Quello sarà un bel giorno". Già, sarebbe proprio un bel giorno: peccato però che non arriverà mai, perché le persone che avrebbero soldi e interessi per allestire un servizio del genere, sono gli stessi che hanno soldi e interessi per produrre film con budget milionari e se ne fottono della produzione indipendente o dell'elevazione culturale del pubblico di provincia e di quello televisivo (che poi, forse, sono la stessa cosa). Lo si diceva anche dieci anni fa, quando cominciarono ad arrivare le multisale: sarà un risorsa per il cinema, dicevano gli esercenti in malafede, ci saranno più sale e dunque più proposta. Sto cazzo, cari esercenti in malafede. In una provincia come la mia, nelle multisale che costeggiano i campi piatti e le strade diritte, non passa più nulla, solo robaccia americana o, peggio, italiana: di tutti i film di cui ho parlato ultimamente - Post mortem, Uomini di dio, The Social Network, Noi credevamo, L'illusionista, Potiche e pure il bellissimo Animal Kingdom, di cui parlo domani e che è davvero un filmone potente e implacabile - nessuno è passato e nessuno sta passando. Mi chiedo solo se poi a qualcuno interessi davvero che arrivi quel bel giorno auspicato da Dipollina: non è che forse lo sperano solo quelli che vivono in città e che dunque non ne avrebbero poi così bisogno?

giovedì 11 novembre 2010

Ancora su Noi credevamo

Domani arriva nelle sale anche Noi credevamo, il fluviale film di treoreenonsoquantiminuti che Mario Martone ha dedicato al Risorgimento italiano, dai moti carbonari degli anni '20 del XIX secolo fino al periodo successivo l'unità d'Italia. Arriva per celebrare i 150 anni, certo, ma anche, come ha scritto Alessandro Leogrande su Minima et moralia, il blog culturale di Minimum Fax, per presentare "la miglior risposta da dare a chi oggi intende riscrivere il nostro Ottocento". Perché racconta di alcuni patrioti e democratici meridionali "stritolati da una Storia travagliata", perché celebra quella gente, il loro idealismo e la loro integrità. Del film, del tradimento alla base della storia italiana, dell'inadeguatezza endemica della sinistra italiana ("noi credevamo... scusate se credevamo...") avevo già scritto qui, quando il film fu presentato a Venezia: siccome ripetere non serve mai a troppo e oggi non ho molto tempo, rimando a quel pezzo e soprattutto a quello di Leogrande. Naturalmente, poi, consiglio di andare a vedere il film, di fare pipì prima di entrare e di portare il thermos del caffè e un paio di biscotti.

giovedì 9 settembre 2010

Venezia 67 - Noi credevamo

Dopo la visione di Noi credevamo di Martone, dopo le tre ore e ventiquattro minuti sorbite alle 8.30 di ieri, sono uscito con l'orgogliosa idea che il Risorgimento è stato un tradimento storico. Avrei voluto essere documentato per dire che si tratta della tesi più ricorrente, in fondo è anche ciò che afferma Visconti in Senso, ma purtroppo non sono così ferrato come vorrei. Per fortuna, però, il film evita di dare troppi riferimenti geografici o temporali e schiva abilmente (e pure un po' furbescamente) qualsiasi forma di didascalicità: non è una lezione di storia, ma semmai di moralità della storia. Se vale - e vale - lo deve al controllo con cui racconta il Risorgimento attraverso vicende che sono prima di tutto umane e poi storiche.