Promised Land è un favoletta ben confezionata sui dubbi morali di un uomo onesto e appassionato del proprio lavoro. Non che sia da buttare, ma nonostante il nome di Van Sant dà l'idea di essere un lavoro anonimo e giusto, qualcosa che andava fatto anche se non se ne sentiva il bisogno. C'entra il problema ambientale, ovviamente, ma quello lo si può considerare un adattamento ai tempi che corrono. Anni fa, al posto dell'impatto ambientale di una pompa che estrae gas, c'era il nucleare, si giravano film come Sindrome cinese o Silkwood e l'impegno degli attori coinvolti (allora Jane Fonda, Michael Douglas, Meryl Streep), spesso in prima linea più dei registi, era pari a quello che oggi fa di Promised Land un film più di Matt Damon (co-sceneggiatore e inizialmente anche potenziale regista) che di Van Sant, senza per questo nulla togliere alla normale dialettica tra cinema di ricerca e cinema commerciale nella filmografia del regista. La cosa interessante di Promised Land, però, volendo cercare i segni della presenza del regista di Portland, Oregon, terra a ovest sospesa tra selvaggio west e sonnolenza da sobborgo, è proprio il conflitto tra l'universo geografico dell'autore e uno spazio americano per lui inedito, quello cioè delle comunità rurali della costa est, chiuse, calme e spesso nascoste all'occhio della tradizione cinematografica: mondi - americani anche quelli - lontani migliaia di chilometri dagli spazi aperti e dalle nuvole in viaggio dell'Idaho o della Death Valley. Il paesino della Pennsylvania in cui è girato il film è verdeggiante, quieto e povero, è la terra della crisi devastante racconta da Ruggine americana, una terra senza più identità o risorse, dove i segni della disperazione non sono nemmeno visibili, tanto sono incastonati nei volti e nei luoghi, ma proprio per questo lasciano spazio a un'idea diversa di comunità e ricchezza. La risorsa del futuro è invisibile: concretamente viene dalla terra, da una materia prima per cui nessuno può garantire la sicurezza; idealmente, invece, viene dall'intimità di ciascun individuo, da chi è libero di decidere con la propria testa e il proprio cuore.
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venerdì 8 febbraio 2013
venerdì 6 gennaio 2012
Rivelazione
Ieri ho scritto di J. Edgar e di quello che a mio parere è l'aspetto più interessante del film: la riflessione sul rapporto in democrazia tra dimensione pubblica e sfera privata. Sempre ieri sera, poi, ho visto alcuni episodi di Boss, serie tv sugli intrighi e sulle manovre politiche del potentissimo sindaco di Chicago Tom Kane. A un certo punto ho avuto una rivelazione, una scena di pochi minuti che conferma quanto ogni prodotto culturale non arrivi mai solo sulla scena, quanto sia figlio del proprio tempo e sappia dialogare in modo anche inconsapevole con opere coeve. Succede quando Kane e la moglie, una bellissima e perfida signora d'alta corte, discutono della figlia Emma, un'ex tossica diventata ministro protestante con la quale entrambi hanno chiuso i rapporti. Ecco cosa dice la donna al marito che vorrebbe tornare sui propri passi:
Credo che per conservare quello che abbiamo, abbiamo fatto una scelta. Una scelta che non ha niente a che vedere con queste sciocchezze sulle situazioni che cambiano. Abbiamo scelto di essere forti contro tutti gli istinti naturali e di allontanarci da nostra figlia. Mi ricordo che fosti molto chiaro con me sul perché tutto questo fosse necessario. Quindi non startene lì seduto a rimuginare su chissà quali pensieri. Abbiamo fatto una scelta. Ci siamo impegnati. Emma è un punto debole. Lo era prima e lo è adesso. Per la vita che abbiamo. Il suo comportamento era intollerabile. Andava eliminata. Questo non cambia. Non posso accettare questo cambiamento.Boss, insomma, la consiglio vivamente, soprattutto per capire meglio il film di Eastwood. E da strenuo difensore del cinema e timido appassionato di serie tv, per accorgersi di quanto ormai le seconde godano di una compressione narrativa e una profondità immediata, senza simbolismi ma semplici rapporti umani, che il primo si sogna.
martedì 20 dicembre 2011
La città che sale
L'11 dicembre scorso la HBO ha mandato in onda la puntata pilota di Luck, la serie ambientata nel mondo delle corse dei cavalli che segna il ritorno in televisione di Michael Mann, per l'occasione anche regista e non solo produttore. Come già era successo il mese scorso con il pilota di Boss diretto da Van Sant e l'anno scorso con l'episodio di Boardwalk Empire diretto da Scorsese, ho guardato il film e so già fin da ora che non avrò la costanza di coprire l'intera serie, anche se pure questa volta le premesse sono piuttosto buone. Se c'è una cosa che mi fa impazzire di Mann è il movimento che riesce a infondere ai suoi film, come se ogni scena o inquadratura fosse spina da un'energia troppo forte per essere contenuta, sempre in bilico tra la tenuta dello stile classico e la sperimentazione sulla luce, il colore, il corpo, gli oggetti. In Luck le corse dei cavalli sono riprese con un'andatura che mi ha ricordato La città che sale di Boccioni, linee e traiettorie che sfrecciano sullo schermo e quasi diventano fili di luce. In certi momenti mi sembrava di vedere scene di caccia da quadro inglese del Settecento, che all'improvviso si animavano e schizzavano: la macchina da presa a mezz'aria, il fantino chino sulla schiena del cavallo e la forza dell'animale a trascinare via la coda dell'occhio. Fantastico. Soprattutto, uno capisce perché Mann abbia deciso di girare nel mondo delle corse. Di tutto il resto, invece, di tutto ciò che ruota attorno all'ippodromo, al sistema della scommesse, alle strategia di gara, al rapporto tra proprietari dei cavalli, allenatori e fantini, si rischia di capire poco: fortuna che esiste questa guida alla terminologia e alle caratteristiche del mondo delle corse e della serie stessa, che comincerà ufficialmente il 29 gennaio prossimo. Mi sa che stavolta arrivo fino alla fine.
mercoledì 26 ottobre 2011
Doppio Van Sant
domenica 9 ottobre 2011
Restless
L'amore che resta, stupidissima versione italiana dell'originale Restless (chissà, forse hanno pensato che rest significa restare), è un esempio contemporaneo di melodramma hollywoodiano, argomento che come si vede qui a fianco mi è parecchio caro e che negli ultimi anni faccio fatica a ritrovare al cinema. Perché a Hollywood il melodramma, come in un certo senso era prima degli anni '50 (decennio che come si vede qui a fianco mi è parecchio caro), non viene praticato come genere a sé, sempre che sia un genere (e per questo rimando al primo capitolo del mio libro), ma come sottotraccia di altri racconti, altre storie, altre atmosfere. Il melodramma scorre undercurrent alla produzione mainstream, è un genere fantasma che alimenta altri generi. Van Sant lo riporta invece in superficie, ne affronta la dimensione malinconica e funebre con una storia di amore impedito dalla morte, una storia di fantasmi reali e fantasmi della mente, di funerali e di ospedali, di luoghi oscuri dove fare l'amore e altri alla luce del sole dove vivere la malattia. La bellezza di L'amore che resta sta nella sua semplicità: è un film indie al passo coi tempi, un teen movie fondato sull'estetica del carino, del minimale, del vintage, a partire dall'abbigliamento degli interpreti fino alla scelta della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan), che con la sua estetica un po' compiaciuta e un po' commovente - che in ogni caso ha proprio in Van Sant uno dei suoi creatori - restituisce come materia pura il soffio del cinema classico. Come un film classico è pieno di case, di oggetti, di inquadrature, luoghi e momenti di passaggio; e come film classico perfetto è una sorta di risarcimento per quei sentimenti universali e spesso banali - l'amore, la paura, la speranza - che nessun altra forma di rappresentazione ha raccontato in modo altrettanto sincero.
martedì 16 agosto 2011
Il nulla del niente (o il niente del nulla)
Di cose successe in questi giorni di assenza e di vacanza, ce ne sono parecchie. Siccome di economia non so una mina, parlo di quell'altra cosa che è capitata a Londra qualche giorno fa e che al momento è sparita dai giornali, pronta sicuramente a ritornare tra qualche mese o anno, magari in qualche altre città d'Europa. Dopo Parigi, Londra e chissà quale altra. Non ne parlo per dare la mia interpretazione, ma per riprendere alcuni passaggi di un articolo di Adriano Sofri, pubblicato sulla Repubblica del 10 agosto scorso e chiamato significativamente La violenza del niente. Scrive Sofri a proposito dei saccheggiatori minorenni:
"Si sono accorti di poter razziare e devastare su una scala colossale, e ci si sono avventati (...). “Brucia ragazzo, brucia”: lo slogan è vecchio, modernissima è questa slogatura di tutti i legami sociali, questa impennata delle vendite di manganelli e mazze da baseball dichiarata da Amazon, questa convocazione via Blackberry, questi racconti orgogliosi di reduci: 'Sono tornato con un plasma da 42 pollici e una Playstation 3'. Arraffa, ragazzo, e spacca. Tanto, non è tuo, e non lo sarà mai. Questi davvero non hanno da perdere niente, nemmeno le catene. (...) Un mio amico ha visto salire domenica sul suo bus un ragazzo con indosso una quantità inverosimile di felpe, e non è che facesse fresco; l´indossatore ha spiegato agli spettatori, peraltro abbastanza indifferenti: 'È il solo modo che abbiamo per fare la spesa'. Fare la spesa è l´unico comandamento universale... ".
domenica 9 gennaio 2011
Cose viste ieri sera
A caldo, questa mattina, ho scritto per un giornale quello che ho pensato ieri sera appena ho visto le immagini della strage in Arizona. Lo metto qui, perché in fondo riguarda argomenti di cui ho spesso scritto.
Questo anno apertosi con l’ennesima strage politica negli Stati Uniti, piombata sulle nostre prime pagine come un evento che ci riguarda da vicino, e non come una tragedia successa a dieci ore di volo aereo, ci ricorda quanto la morte sia il metronomo del nostro tempo. Solo i massacri collettivi ci spingono a chiederci quali derive stia prendendo la nostra società; solo l’uccisione di un militare in Afghanistan induce i politici a interrogarsi sul senso della missione in Medio Oriente; solo l’ennesima semina di cadaveri nel golfo di Sicilia – e a volte nemmeno più quella – fa sorgere dubbi sui prezzi da pagare nell’era del benessere. La morte è sempre lì, in agguato, coccolata dalla morbosità delle breaking news, di cui proprio gli americani ci hanno insegnato la meraviglia, e al tempo stesso temuta come un evento impossibile da spiegare.
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