L'11 dicembre scorso la HBO ha mandato in onda la puntata pilota di
Luck, la serie ambientata nel mondo delle corse dei cavalli che segna il ritorno in televisione di
Michael Mann, per l'occasione anche regista e non solo produttore. Come già era successo il mese scorso con il pilota di
Boss diretto da
Van Sant e l'anno scorso con l'episodio di
Boardwalk Empire diretto da
Scorsese, ho guardato il film e so già fin da ora che non avrò la costanza di coprire l'intera serie, anche se pure questa volta le premesse sono piuttosto buone. Se c'è una cosa che mi fa impazzire di Mann è il movimento che riesce a infondere ai suoi film, come se ogni scena o inquadratura fosse spina da un'energia troppo forte per essere contenuta, sempre in bilico tra la tenuta dello stile classico e la sperimentazione sulla luce, il colore, il corpo, gli oggetti. In
Luck le corse dei cavalli sono riprese con un'andatura che mi ha ricordato
La città che sale di Boccioni, linee e traiettorie che sfrecciano sullo schermo e quasi diventano fili di luce. In certi momenti mi sembrava di vedere scene di caccia da quadro inglese del Settecento, che all'improvviso si animavano e schizzavano: la macchina da presa a mezz'aria, il fantino chino sulla schiena del cavallo e la forza dell'animale a trascinare via la coda dell'occhio. Fantastico. Soprattutto, uno capisce perché Mann abbia deciso di girare nel mondo delle corse. Di tutto il resto, invece, di tutto ciò che ruota attorno all'ippodromo, al sistema della scommesse, alle strategia di gara, al rapporto tra proprietari dei cavalli, allenatori e fantini, si rischia di capire poco: fortuna che esiste questa
guida alla terminologia e alle caratteristiche del mondo delle corse e della serie stessa, che comincerà ufficialmente il 29 gennaio prossimo. Mi sa che stavolta arrivo fino alla fine.
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