Visualizzazione post con etichetta Berlinale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Berlinale. Mostra tutti i post

giovedì 14 febbraio 2013

Berlinale 63 - Due americani un po' così

Oggi non mi viene niente da dire sui film che ho visto qui a Berlino nei giorni passati e anche solo fino a qualche minuto fa. Potrei scrivere di Side Effects di Soderbergh, che è un buon film (e quanto è bella Rooney Mara?) e che soprattutto fa del suo regista uno dei più bravi in circolazione a usare il digitale o quanto meno a porsi delle questioni rispetto all'uso ormai inevitabile che se ne fa. L'immagine di Soderbergh, almeno a partire da Contagion, sta diventando sempre più lucida, plastica, senza profondità, e la sua una voce così priva di inclinazione, così senza stile da celare in realtà, è facile arrivarci, una ricerca stilistica profonda e oggettiva. Poi i suoi film, Side Effects compreso, si perdono o non riescono mai a conquistare fino in fondo (qui, dopo un'inizio da psicodramma si sfocia nel thriller a incastro, e personalmente quando capisco che i pezzi stanno andando al loro posto, io comincio ad annoiami), ma la buona impressione generale è che il loro regista stia portando avanti un gioco teorico sull'identità del cinema nell'era digitale (il cinema girato e proiettato in digitale), nascosto dietro il genere. Niente male, in ogni caso. In tema di Stati Uniti potrei parlare di Prince Avalanche, con cui David Gordon Green torna a essere un regista degno di questo nome, per quanto ormai il suo vecchio stile sospeso e abbandonato all'estasi dello spazio americano sia diventato la lingua principale dell'indie e dunque debba per forza trovarsi un'altra strada. Qui, in un film interamente girato su una strada (remake dell'islandese Either Way, che nel 2011 vinse il TFF), la carriera cinematografica del suo regista – che dieci anni fa era il più bravo di tutti gli indie e poi si è incredibilmente sputtanato con commediacce per teenager – ha una perfetta e chissà quanto voluta esemplificazione, con due operai che dipingono le strisce di mezzeria di una strada di montagna e tra boschi incendiati e case diroccate finiscono per litigare, bere, fare a botte, rincorrersi, confidarsi, lasciarsi al proprio destino e dunque imparare qualcosa delle rispettive vite. In effetti c'è molta empatia tra i due personaggi, il regista e lo spettatore, e il film ne guadagna in autenticità e dolcezza. Certo, Prince Avalanche resta una robetta, con i ralenti nei momenti di massima disperazione dei personaggi e la musica post-rock che prova a creare atmosfere abbandonate e magiche: per l'appunto, uno stile non così di primo pelo. Ma il livello della scrittura di Gordon Green, anche sceneggiatore del suo film, è un buon punto di ripartenza per ridare forza al suo lavoro, dopo che la macchina che spara vernice sull'asfalto ha smesso di procedere diritta e ha macchiato tutto di giallo a zig zag. Sembra, ovviamente, se di questa roba qua ce ne importi ancora qualcosa.

venerdì 11 maggio 2012

Senza identità

Oggi esce nei cinema Sister di Ursula Meier, che all'ultima Berlinale (ne ho scritto qui) ha vinto l'Orso d'argento e che ora arriva in Italia grazie alla Teodora. In originale si chiama L'enfant d'en haut e quello italiano è anche il titolo internazionale. Raccontare per intero la storia del film sarebbe da criminali, e se questo fosse un blog di appassionati di serie tv, giunto alla quinta riga, probabilmente avrei già utilizzato almeno tredici volte la parola spoiler e invitato chiunque abbia visto o vedrà il film a non raccontare a chi non l'abbia ancora fatto cosa succede a un certo punto della storia. Perché quello che fa di Sister non solo un racconto segnato da un colpo di scena clamoroso, ma una storia di sentimenti spaventosi e negati, è un colpo al cuore e alle certezze dello spettatore. Certo, i Dardenne, nonostante il titolo originali li chiami in causa in modo diretto, sono altra cosa: più fisici, soffocanti, in grado di costruire trame inesistenti e racconti poderosi. Ma Sister è soprattutto un film di parole e di scelte narrative, non di corpi ed emozioni impresse nell'immagine. Se ha il difetto di essere troppo esplicito, di credere in maniera fin eccessiva nel potere del racconto, proprio grazie al coraggio di imbastire una storia, di tratteggiare dei personaggi, di catturare lo spettatore, e poi a un certo punto ribaltare tutto, guadagna una forza inattesa. E' un pugno allo stomaco che nasce da una parola di troppo, che si rivela scioccante ma al tempo stesso quieto, non insistito. Niente dramma, niente compassione, solo uno sguardo delicato che filma la verità dei rapporti umani e prova a trovare un senso al vagare di un piccolo protagonista che vive da figlio di nessuno in una terra, la Svizzera delle stazioni sciistiche, delle montagne pelate, dei lavori stagionali, anch'essa sospesa e senza identità.

martedì 14 febbraio 2012

Forme inattuali

Tabu di Miguel Gomes, visto oggi in Concorso, è uno di quei film che tra qualche anno verranno ricordati come espressione di quella malattia vintage che colpì il cinema all'inizio del XXI secolo: un melodramma in bianco e nero, modellato per buona parte sul cinema muto e ispirato fin dal titolo a Murnau. Rispetto a un'operazione simile come The Artist, è una riflessione questa volta autentica sulle forme del cinema passato e sulle sue ragioni storiche. Il melodramma in Tabu è inattuale, perché inattuali erano nella prima metà del '900 le colonie portoghesi; e a sua volta il cinema muto è un discorso fiabesco e antistorico (dal momento che viene usato per raccontare eventi ambientati negli anni '60) perché segno di un tempo irrecuperabile e fuori dalla Storia, qualcosa che resta nel cuore, come l'amore impossibile tra i due protagonisti, ma che può rivivere solo come racconto mitologico, in voce off, distante dal mondo e dalla vita. Tutto si disperde, in Tabu, tutto sfoca nel ricordo, e l'immagine non può certo recuperarlo: come dice una voce femminile nel prologo ironico, si può scappare lontano quanto si vuole, ma non si può sfuggire al proprio cuore. Forse il cinema, che la realtà del passato non può resuscitarla in forma viva, dovrebbe ricordarselo di più.

lunedì 13 febbraio 2012

Son of No One

L'enfant d'en haut di Ursula Meier e' il secondo film degno di stare in concorso visto finora alla Berlinale. Ed essendo lunedi', a meta' festival cioe', non e' proprio una gran bella cosa per la Berlinale.... La regista Ursula Meier ambienta una sorta di 400 colpi moderno sulle montagne della Svizzera, sugli impianti sciistici dove i ricchi vanno a divertirsi e i poveri come Simon, il protagonista preadolescente del film, va a rubare accessori vari (sci, occhiali, guanti, a volte pure del cibo) per poi rivenderli. Simon vive con la sorella maggiore, che ha una ventina d'anni, che e' bellissima, ma e' squinternata, totalmente incapace di badare a se stessa. Tra fratello e sorella c'e' un insano rapporto di dipendenza, con il piccolo a gestire la grande in una casa minuscola e disordinata, dove la macchina da presa sembra una presenza di troppo, mobile e ingombrante. Fino a quando, almeno, Simon dice una frase di troppo e la realta' vista fino a quel momento viene completamente ribaltata, con i personaggi che mutano di segno e portano la relazione tra il ragazzino e la sorella su un altro piano, molto piu' grave. Merito di una sceneggiatura precisa e mai sbavata, di un modo di filmare i corpi che non lascia nulla al sentimentalismo, ma prepara lo spettatore a un colpo di scena scioccante eppure quieto, non insistito. Niente dramma, niente compassione, solo uno sguardo ravvicinato e delicato, che filma la verita' dei rapporti umani e prova a trovare un senso al continuo vagare di Simon, figlio di nessuno in un mondo indifferente e distante.

sabato 11 febbraio 2012

Nuova, completamente nuova

Ieri primo bel film del concorso, A moi seule di Frédéric Videau, preciso e intenso racconto del ritorno a casa di un´adolescente sequestrata quando era bambina e incapace di adattarsi alla vita: tra sindrome di Stoccolma e crudezza della messinscena, Videau dipinge il ritratto di due solitudini, quella del sequestratore e della sequestrata, senza scendere nella crudezza espesperata di un film simile visto a Cannes, l´orrido Michael. A moi seule e´un film di volti e di personaggi, con due attori magnifici che spesso racchiudono in primi piani di grandi intensita il mistero dei loro sentimenti, lui le ragioni per un gesto clamoroso e non spiegato, lei lo smerrimento per una condizione esistenziale azzerata. Il film non è perfetto e forse manca dell´ambizione necessaria per essere davvero grande: ma il sentimento di libertà che celebra mi è sembrato interpretare in forma metaforica un desiderio di rinnovamento che va oltre il proprio racconto. Non è un caso che  A moi seule si concluda con le parole della protagonista che, finalmente libera di viaggiare dove vuole e senza più legami, dice a se stessa, “Nuova, completamente nuova, ora vivro così”. Vale per lei, e pure per quel mondo che il cinema ogni tanto cerca ancora di raccontare.

venerdì 10 febbraio 2012

Film che dialogano con la vita

Prima di partire per Berlino ho scritto un lungo pezzo per Doppiozero su Hugo Cabret: in parte riprende quello che avevo gia' scritto qui e qui, in parte aggiunge cose nuove. Se vi va di leggerlo, lo trovate qui. Nel frattempo qui a Berlino ieri sera e' passato al Forum La demora, nuovo film di Rodrigo Plá, regista uruguayano che qualche anno fa si fece notare con La zona. Il film parla di una donna che abbandona il padre anziano perche' non puo' occuparsi di lui e della lunga attesa di quest'uomo nel gelo dell'inverno sudamericano, solo, ammalato e convinto che prima o poi la figlia venga a recuperarlo. Una film onesto ma irrisolto, che nelle scelte amorali dei personaggi ricorda il Loach di qualche anno fa: sono uscito un po' annoiato e un po' indifferente. Poi sono andato a casa e li' ho scoperto che per errore non avevo le chiavi di casa. E nel gelo della sera berlinese, solo e pure io un po' ammalato, ho atteso che qualcuno arrivasse... Fanculo i film che dialogano con la vita: se almeno La demora fosse stato bello...

giovedì 9 febbraio 2012

Stai dritta, Zoé

Ora che Cronenberg non gira piu i suoi magnifici film sulla mutazione della carne, sulla memoria trattenuta dai corpi e sugli oggetti antropoformi: Ora che Agnès Varda e' forse troppo anziana per fare film, e comunque ha gia' lasciato il suo testamento con il magnifico Les plages d'Agnès, fa un certo effetto vedere un film come Tiens moi droite, con cui la giovane francese Zoé Chantre, una matta con una facilita' di tratto esaltante e forse fin troppa fantasia, parla della sua malattia alla testa e alla schiena, del suo rapporto con il corpo e soprattutto della relazione di quest'ultimo con il mondo circostante. Il film e' un diario privato aperto al pubblico, una dichiarazione di vita in prima persona, montato con iMovie e Garageband e ravvivato dalla stop motion di disegni in carta, dalla voce fuori campo un po' seria e un po' scema, da una costante lotta contro se stessi che non sfocia in rabbia, ma in creativita'. Leggero eppure inquietante, intimo e impudico, Tiens moi droite e' un film cybertech senza tecnologia e senza mutazione. E' la storia dell'ossessione per la propria spina dorsale da parte della regista, e' come provare a plasmare il proprio corpo ammalato contro un oggetto qualsiasi e farlo fondere. Assurdo. Ma Zoe Chantre lo fa.

mercoledì 8 febbraio 2012

Berlinale, domani

Domani comincia il Festival di Berlino e io sarò là per quasi tutto il tempo. Di conseguenza scriverò un po' di cose sui film che vedrò, quando ne avrò voglia e soprattutto tempo. Nel frattempo qui in Italia non uscirà nulla di interessante, a meno che non consideriate interessante l'ennesima nuove versione di Guerre stellari, il cui principale contributo al cinema contemporaneo è li fatto che - ovvio - questa volta è in 3D e che l'intera saga verrà proiettata in ordine cronologico, a partire cioè dalla Minaccia fantasma. Poi ci sarà Albert Nobbs, il film con Glen Close vestita da uomo per sopravvivere nell'Irlanda di fine '800 (l'hanno candidata all'Oscar, ovviamente), un classicone con la stanchezza dentro che non consiglio a nessuno. Per il resto, meglio se fate altro o se leggete i report da Berlino.

martedì 31 gennaio 2012

Da Torino a Berlino

Oggi due comunicati stampa importanti. Prima il Torino Film Festival ha annunciato che sarà dedicata a Joseph Losey la retrospettiva della sua trentesima edizione: qui si può leggere la notizia. Poi la Berlinale ha reso disponibile on line il programma della prossima edizione, che si terrà a partire da giovedì 9 febbraio: un programma almeno sulla carta notevole, senza nomi eclatanti o grandi film attesi (quelli a quanto pare andranno tutti a Cannes), ma con una qualità media non scontata. Riportando una lista fatta dal bravo Raffaele Meale di Cineclandestino, metto qui sotto quelli che dovrebbero esser i registi di punta del festival (non tutti di valore, sia chiaro), sperando naturalmente in qualche sorpresa: Werner Herzog, Hou Hsiao-Hsien, Tsui Hark, Pen-ek Ratanaruang, Brillante Mendoza, Guy Maddin, Hans-Christian Schmid, Steven Soderbergh, James Marsh, Jason Reitman, Yonfan, Romuald Karmakar, Stephen Daldry, Billy Bob Thornton, Zhang Yimou, Jeon Kyu-hwan, Álex de la Iglesia, Kevin MacDonald, Rodrigo Plá, Stephen Elliott, Wang Quan'an, Edwin, Ursula Meier, Daniele Vicari, Tony Gatlif, Doze Niu, Kang Je-kyu, Volker Schlöndorff, Naoko Ogigami, Cao Hamburger, Celina Murga, Shunji Iwai, Yang Yonghi, Atsushi Funahashi, Harun Farocki, i Taviani (anche se...). In ogni caso io sarò là quasi tutto il tempo, e per quanto mi sarà possibile, come l'anno passato, cercherò di seguire l'evento su questo blog.

lunedì 21 febbraio 2011

Lettera dal carcere

A Berlino ha vinto l'unico film che doveva vincere, il migliore insieme a quello di Béla Tarr, il più adatto ai tempi che viviamo, a quello che ci interessa sapere di uno dei Paesi chiave del futuro. Jodaieye Nader az Simini di Asghar Farhadi è un (quasi) capolavoro che sarebbe sicuramente piaciuto a Panahi, che come tutti sanno è stato inserito nella giuria del festival come gesto politico contro la sua incarcerazione. Distratto dalla visione dei film, nei giorni scorsi non ho mai trovato il tempo di leggere la lettera aperta che dalla prigione il regista ha scritto per la Berlinale: un testo commovente, carico della fierezza di un uomo a cui è stata sottratta la libertà di muoversi ed esprimersi, ma non di sognare e pensare. La si può leggere sul sito della Berlinale, ma per comodità la incollo qui sotto, consapevole che al regime iraniano di quello che pensiamo noi occidentali di Jafar Panahi non importa nulla, ma confermato nell'idea che forse il cinema può ancora servire a qualcosa. Ecco:

"The world of a filmmaker is marked by the interplay between reality and dreams. The filmmaker uses reality as his inspiration, paints it with the color of his imagination, and creates a film that is a projection of his hopes and dreams.

giovedì 17 febbraio 2011

Pausa sigaretta

Parlando di registi noti per essere delle gran rotture di palle, ammesso che proprio in questo sta anche la grandezza di Bela Tarr, l'americano James Benning ha pochi rivali. Ed e' pure lui un grande autore del cinema sperimentale contemporaneo, un ricercatore del tempo, piu' che dello spazio. Con il suo ultimo film Twenty Cigarettes, che era al Forum della Berlinale, fa esattamente quel che dice nel titolo: filma venti persone in primo piano mentre fumano altrettante sigarette. Per un'ora e mezza, un volto dopo l'altro. Se non si sa cosa si va a vedere la reazione puo' essere drastica. Se lo si sa - e uno che sta qui dovrebbe saperlo - si pazienta e si sta a guardare. Il lavoro e' elementare, l'idea facile e scontata, ma l'esecuzione lascia lo spazio alla sorpresa: alla noia della persona ripresa e alle espressioni del suo volto, che possono essere guidate dal fatto che i protagonisti sanno di essere ripresi, ma anche dalla liberta' o, meglio ancora dall'istinto di svincolarsi dall'oppressione dell'obiettivo. Benning lavora sulla sospensione del tempo messa in atto da ogni pausa sigaretta , scomette sul paesaggio di ogni volto e alla lunga vince, non sorprende ma vince. E il suo lavoro, che e' un unico grande affresco paesaggistico del mondo, ora si e' arricchito dei venti volti che ha filmato con il suo solito stile: immobile e dilatato, con il sonoro a creare quel movimento che la macchina da presa ostinatamente si vieta.

mercoledì 16 febbraio 2011

Nader e Simin

Dopo Béla Tarr, finalmente un altro film in concorso degno del posto in cui sta: Jodaieye Nader az Simini (titolo internazionale: Nader and Simin, a Separation) di Asghar Farhadi, l'autore del notevole About Elly. Come il suo predecessore, anche questo film racconta della borghesia di Teheran - la colta e benestante borghesia occidentalizzata della città - e dei suoi drammi privati trasformati in tragedie civili. E come in About Elly, anche in Nader and Simin, a Separation la disamina di un evento centrale costruisce l'intero film, con le diverse versioni di ogni personaggio che si scontrano le une contro le altre, ma soprattutto sbattono a vicenda contro le regole scritte e non scritte di una società lacerata dalla sue stesse contraddizioni. Farhadi non ci va leggero con il regime, ma la struttura del suo film nasconde le accuse e mostra solo le conseguenze: uomini e donne agiscono, sbagliano, attaccano, si difendono, hanno dubbi, fragili certezze, ma tutto si disperde in un mondo che come prima colpa ha quello di non essere in grado di evolvere con la stessa rapidità delle persone che vorrebbe controllare. La religione c'è, la libertà pure, la legge che sa ascoltare anche, ma tutto sembra inutile, ogni cosa disperde le proprie ragioni in un mare di altre ragioni. E così l'accusa più diretta al regime iraniano è proprio quella che mette all'indice la sua debolezza, peggio ancora la sua assenza. Non credo lo vedano di buon occhio da quelle parti, un film come questo: chissà cosa ne penserebbe Jafar Panahi, se solo la sua presenza in giuria, qui alla Berlinale, fosse qualcosa di più concreto di un semplice e inutile gesto politico.

martedì 15 febbraio 2011

L’ultimo film

Béla Tarr è uno dei più grandi registi viventi. Per certi versi, l’emblema degli incubi fantozziani relativi al cinema d’autore ancora oggi parecchio in voga: film rigorosamente in bianco e nero, pressochè muti e di durata ma inferiore alle due ore e venti minuti. Un mazzata, insomma. Ma una mazzata che può fare un gran bene. Al cinema e a chi lo guarda. Perché nei suoi film il tempo è durata vera, una presenza costante, ingombrante, e lo spazio una superficie mobile e aperta, più profonda di quanto un qualsiasi 3D potrà mai ottenere. Nel suo ultimo film, in concorso qui a Berlino, A torinói ló (Il cavallo di Torino), al centro della sua filosofia visiva ci sono un padre e una figlia: sono contadini dell’Ottocento, vivono di niente in una casa sperduta in una landa incessantemente battuta dal vento. Hanno un cavallo, ma non un cavallo qualsiasi, bensì il cavallo che Nietzsche abbracciò per le strade di Torino, prima di cadere in stato catatonico e morire dieci anni dopo. Di loro si occupa per la prima volta qualcuno, perché come dice la voce off all’inizio, dopo il celebre episodio non se ne è più saputo niente.

lunedì 14 febbraio 2011

La grotta di Chauvet

Oggi pochissimo tempo per scrivere. Per cui una sola cosa sul film di Herzog, The Cave of Forgotten Dreams: il posto che film, la grotta di Chauvet, nella regione francese dell'Ardesh, e' un posto pazzesco, un buco nella roccia che e' una specie di porta verso il passato perduto dell'umanita'. Alle sue pareti intagliate di stalattiti ci sono dipinti rupestri di bellezza straordinaria, chiari e semplici come l'abbozzo di un quadro moderno, di precisione e sensibilita' incredibili, come se gli uomini preistorici che li hanno dipinti fossero degli artisti veri. Forse lo erano. Herzog usa il 3D, magari ci si diverte pure, ma la vera tridimensionalita' e' quella dei quadri e delle rocce dipinte, cose' sinuose e lisce e lineari che solo a percorrerle con lo sguardo ci si perde nei solchi della storia, del tempo e dello spazio. Il film e' un lavoro su commissione finanziato da History Channel, ma non appena Herzog si toglie di dosso il peso dei soldi altrui fa come sempre grandi cose. Si perde e guarda mentre percorre il suo viaggio di perdizione e scoperta.

domenica 13 febbraio 2011

Tredì

Oggi a Berlino sarà la giornata del 3D, che ormai è una presenza obbligata anche nei festival. In Concoro c’era Le contes de la nuit di Michel Ocelot e nel pomeriggio passeranno i nuovi film di Wenders e Herzog, entrambi fuori concosro. Staremo a vedere, anche se a occhio direi che solo da Herzog ci si puo’ aspettare qualcosa di grandioso. Per il momento, il film d’animazione di Ocelot, quello di Kiriku e la strega di Karaba, è una pugnetta abbastanza ignobile che non si capisce bene cosa ci faccia in concorso a Berlino. A meno che si voglia ancora considerare il concorso di Berlino qualcosa di bello o interessante, visto che le uniche cose di valore qui si vedono al Forum e nessuno dei nomi previsti per Cannes (Cronenberg, Van Sant, Mendoza, Sokurow, Payne) si sognerebbe mai di venire. Selezionare un film come Le contes de la nuit, che per di più pretende l’effetto di tridimensionalità su un’animazione volutamente piatta e bidimensionale, come figure animate di una lanterna magica (quindi mi chiedo che cazzo c’entri il 3D, se non per ragioni produttive e commerciali), è il segno di quanto i grandi festival non vogliano rinunciare al proprio status vecchio di decenni: in mancanza di grandi nomi in competizione, si preferisce mettere piccoli film di registi conosciuti, piuttosto che opere interessanti, o sorprendenti, o semplicemente inattese, di autori emergenti. Fino a quando i direttori non avranno il coraggio di mettere in competizione un po’ di quello che qui si vede al Forum, o Cannes alla Quinzaine o a Venezia in Orizzonti, i festival si troveranno a imbastire il solito vecchio spettacolo con i nomi che a nessuno interessano più. Ed è uno spettacolo abbastanza penoso.

sabato 12 febbraio 2011

Pallottole d'argento

Gli americani indipendenti non hanno mai digerito del tutto Godard. Fanno ancora oggi film in cui si gira un altro film e in cui una ragazza punta una pistola allo specchio, mentre il regista, nonchè scopatore del momento, se ne sta seduto sul letto con un libro. Deve esserci un intero mondo di registi indipendenti che girano film con le macchine fotografiche e riflettono su quanto è difficile creare. I prodotti in questione sono quasi sempre girati con due lire, se c'è una finestra che emana luce diurna l'immagine è fatalmente immersa in una luce bianca che rovina tutto, ma a volte la cosa può funzionare. Per esempio, è il caso di un doppio film che si è visto ieri al Forum: Silver Bullet e Art History, due cazzeggi in pieno stile indie che al di là dell'irritazione immediata generano riflessioni tutt'altro che banali sul cinema e la realtà. Ad esempio, cosa rimane tra i due attori dopo aver girato una scena di sesso, cosa un regista, dunque un uomo con del potere, può e deve condividere con la sua attrice, come nasce una lacrima al cinema, quale maschera si indossa ogni volta che si guarda l'altro. Tra make up e scene di riprese, fotografie e falsi take, musica e libri, un intero mondo ideale entra sullo schermo e passa anche allo spettatore: il regista, Joe Swangberg, ha un ego smisurato, ma il suo modno lo mette a disposizione, si butta in prima persona nel film, o in una piscina, nudo come i suio attori, e onestamente dice cosa pensa del proprio mondo. In maniera meno letterale e piu' mediata ogni altro autore fa così.

venerdì 11 febbraio 2011

Margin Call

Margin Call è il classico film che si produce a Hollywood da qualche anno a questa parte. Come un tempo con il Vietnam o con qualsiasi altro fatto saliente che abbia scosso la nazione. Ora sono gli anni della crisi finanziaria, e dopo il secondo Wall Street e Inside Job, il documentario sui maxi stipendi dei responsabili della crisi che si appresta a vincere l’Oscar, ecco un altro film in cui si parla dei centri del potere finanziario americano, in cui si vede New York in tutta la sua mastodontica bellezza, in cui ci sono dei tizi ambiziosi con la camicia a righe e le bretelle e tutto l'immaginario yuppie che fa sembrare American Psycho una roba dell'altro ieri, con le sinistre ossessioni di Ellis ridotte alla loro mera sostanza: al denaro come entita' invisibile e onnipresente. Denaro che non esiste ma che determina ogni cosa, denaro che non muta le caratteristiche della superficie, ma lavora al di sotto, corrodendo la stabilità del sistema. Margin Call è prima di tutto un film recitato da dio, con Kevin Spacey e Jeremy Irons ai livelli di un tempo e il solito grandioso Stanley Tucci. È la classica storia di bolle finanziarie, riunioni notturne, birra nei sacchetti di carta e sedute davanti a computer sui cui schermi figurano grafici e numeri che nemmeno i personaggi riescono a capire. Questa volta, pero', c'e' almeno l’onestà di ammetterlo: “mi spieghi la cosa come a un bambino di sei anni”, dice il capone della compagnia a uno dei suoi manager, “come a un fox terrier”. Geniale. Come la scena in cui uno dei protagonisti passa per le vie della città in taxi e osservando la gente sui marciapiedi si chiede come è possibile che nessuno di loro sappia cosa stia avvenendo: e cioè che il mercato sta crollando, che è già crollato, ma solo in pochi sanno perchè e soprattutto se ne renderanno conto.

giovedì 10 febbraio 2011

La citazione, certo, la citazione

Non ho molto tempo per scrivere a proposito di True Grit dei Coen. L'ho visto solo pochi minuti fa – e di buona norma non si dovrebbe scrivere cosí a ridosso di un film. Ma posso scrivere solo ora, per cui mi soffermo sulle due cose che più mi hanno colpito del film. L'inizio, come prima cosa, che riprende in modo evidente quello di Fargo, e quindi imposta il film su un'opzione di rifacimento, come tessitura su un corpo giá vivo: trattandosi di un remake é scontato, ma i Coen questa volta non lavorano su un fatto reale, bensí su un'opera di finzione, su un film, dunque un corpo già morto, e per di piú, essendo Il Grinta di John Wayne del 1969, un western crepuscolare. Per questo – e vengo alla seconda cosa che mi ha colpito – quando arriva la citazione, perché tanto si sa che arriva, la senti come un dialogo privato, qualcosa che sta tra i registi e il genere con cui hanno a che fare, ma anche tra te e il cinema stesso. Il riferimento è al western piú famoso di tutti, Sentieri selvaggi, e all'immagine piú famosa di tutte del film, quella di John Wayne incorniciato da una porta scura, con l'orizzonte alle spalle: non dico come ci si arriva a vedere quell'inquadratura-feticcio almeno tre volte, ma in ogni situazione c'è che qualcosa o qualcuno che la mette in discussione, che la violenta e la disarma.

domenica 6 febbraio 2011

Finché dura

Giovedì prossimo comincerà la 61° edizione della Berlinale e magari riuscirò a fare un report giornaliero come da Cannes o Venezia. Le impressioni prima della partenza non sono tra le migliori, perché la penuria di nomi forti in cartellone, lasciando da parte il fatto che nei festival si va a scoprire gente nuova e non a confermare vecchie certezze, fa pensare all'evoluzione dei festival del cinema nell'era del download selvaggio. Prendiamo l’apertura di giovedì, ad esempio: True Grit dei Coen, uno dei film più attesi della stagione, il remake del Grinta che da noi uscirà subito dopo e si chiamerà con lo stesso titolo del western con John Wayne. Ecco, se uno è un po’ smanettone, il film l’ha già scaricato da settimane, e pure con i sottotitoli in italiano, perché negli Usa è uscito a dicembre e tutti ne hanno già scritto e parlato. Lo scorso anno era successa la stessa cosa a Cannes con il Robin Hodd di Scott (che sarebbe uscito il giorno dopo in tutto il mondo) e se Venezia ha poi aperto con Black Swan - e Black Swan è stato parecchio in incubatrice prima di arrivare nelle sale - allora bene per Venezia, bravi loro, perché i tempi in cui la prima di un festival era blindata, con la ressa dei direttori per accaparrarsi il titolo migliore, sembrano proprio finiti.