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lunedì 22 aprile 2013

E bulliamoci un po' va...

Questa mattina a Pagina 3, il programma di Radio 3 che ogni giorno dedica mezz'ora a una panoramica sugli articoli culturali tratti da quotidiani e siti internet, il conduttore del mese Edoardo Camurri ha parlato del mio articolo su Carrère e Herzog, che trovate qui sotto e che è apparso anche su Doppiozero. Se a qualcuno va, questo è il link per ascoltare il podcast della puntata (dell'articolo si parla a partire più o meno dal minuto sedici). Buon ascolto. Sono giorni di merda, si sa, e mi tiro su bullandomi un po'.

mercoledì 3 aprile 2013

Carrère, cioè Herzog.

Chissà se Emmanuel Carrère conosce Grizzly Man. Immagino di sì, visto che all'inizio degli anni '80, quando non era ancora uno scrittore e faceva il critico di cinema, a Herzog ha dedicato una monografia, e di quella monografia parla nel suo ultimo e a questo punto, almeno qui in Italia, dopo l'intervista di Fazio e l'incoronazione del "Corriere della sera" quale miglior libro del 2012, più famoso lavoro, Limonov ovviamente (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamacso), che come molta altra gente dopo l'esposizione mediatica dei mesi precedenti sto leggendo e trovando assolutamente meraviglioso. Carrère, dicevo, parla di Herzog in Limonov, e a dire il vero non ne dice grandi cose, perché racconta di uno spiacevole episodio ai tempi della presentazione a Cannes di Fitzcarraldo, quando Herzog lo ricevette in albergo per un'intervista e lo trattò con maleducazione e fredda professionalità, definendo il suo libro una stronzata nonostante non l'avesse nemmeno letto. La grandezza di Limonov, però, visto che Carrère tratta il suo protagonista allo stesso modo di Herzog, cioè con sguardo severo e oggettivo, in virtù dell'ammirata fascinazione che prova per entrambi, sta nell'assoluta onestà intellettuale della scrittura, nella mancanza di rivendicazione soggettiva da parte dell'autore: Carrère scrive, racconta, commenta, giudica, proietta spesso su di sé ogni evento di cui parla, cerca pure delle spiegazioni e delle ragioni ai comportamenti inspiegabili, ma non lo fa mai da un punto di vista particolare, non mette mai se stesso davanti agli altri. Se definisce, come definisce, Herzog un "fascista", o meglio, se vede nell'egoismo superomista di Herzog il nocciolo del fascismo, ammettendo di non capire quali ragioni avesse per trattare in modo sgarbato un ragazzo magari valleitario ma pur sempre appassionato, Carrère usa la vita di un suo simile - di un suo simile che ammira e non capisce - come uno strumento per scandagliare se stesso; e usa se stesso come modello per cogliere la finetezza dell'individuo di fronte all'inesplicabile complessità del reale.

lunedì 20 giugno 2011

Derive herzoghiane

A sorpresa e in base a strategie distributive un po' suicide, nel weekend scorso, a fine stagione cioè, sono usciti sugli schermi italiani due film decisamente importanti, uno abbastanza vecchio e l'altro più nuovo ma difficile e non proprio adatto a un pubblico da sabato sera. Il primo, di cui parlo oggi, è The Hunter di Rafi Pitts, presentato in concorso a Berlino nel 2010 e poi passato al Torino Film Festival, uno dei film più folgoranti e inattesi degli ultimi anni, lontano migliaia di miglia dall'idea superficiale di cinema iraniano, una storia in tre parti e in due luoghi, prima il cemento di Teheran poi una foresta di montagna e i suoi boschi infiniti, tra incidenti mortali, vendetta contro il destino, vendetta contro l'uomo, violenza cieca, fuga, inseguimento, ribaltamento dei ruoli di forza, individuo contro società, cultura contro natura e solitudine, una geografia intera di solitudini che non possono non rimandare a una rappresentazione critica dell'attuale società iraniana. Un'odissea fisica e personale, quella messa in scena da The Hunter, che nella prima parte ricorda i noir in cemento di Don Siegel, la disperazione esistenziale del cinema urbano anni '70, e poi nella seconda parte, quando proprio non te la aspetti, segno di un cinema senza frontieri narrative e stilistiche, si apre alle derive fisiche dei documentari herzoghiani, sfiorando l'abisso delle sue riflessioni apocalittiche vicino all'assurdo: un mezzo capolavoro che, per quanto da tempo ampiamente scovabile in rete, meritava la distribuzione nelle sale.

L'altro film importante uscito un po' a sorprensa è Venere nera di Kechiche, di cui avevo già scritto qui e qui nel settembre scorso da Venezia, e del quale scriverò domani.

lunedì 14 febbraio 2011

La grotta di Chauvet

Oggi pochissimo tempo per scrivere. Per cui una sola cosa sul film di Herzog, The Cave of Forgotten Dreams: il posto che film, la grotta di Chauvet, nella regione francese dell'Ardesh, e' un posto pazzesco, un buco nella roccia che e' una specie di porta verso il passato perduto dell'umanita'. Alle sue pareti intagliate di stalattiti ci sono dipinti rupestri di bellezza straordinaria, chiari e semplici come l'abbozzo di un quadro moderno, di precisione e sensibilita' incredibili, come se gli uomini preistorici che li hanno dipinti fossero degli artisti veri. Forse lo erano. Herzog usa il 3D, magari ci si diverte pure, ma la vera tridimensionalita' e' quella dei quadri e delle rocce dipinte, cose' sinuose e lisce e lineari che solo a percorrerle con lo sguardo ci si perde nei solchi della storia, del tempo e dello spazio. Il film e' un lavoro su commissione finanziato da History Channel, ma non appena Herzog si toglie di dosso il peso dei soldi altrui fa come sempre grandi cose. Si perde e guarda mentre percorre il suo viaggio di perdizione e scoperta.

domenica 13 febbraio 2011

Tredì

Oggi a Berlino sarà la giornata del 3D, che ormai è una presenza obbligata anche nei festival. In Concoro c’era Le contes de la nuit di Michel Ocelot e nel pomeriggio passeranno i nuovi film di Wenders e Herzog, entrambi fuori concosro. Staremo a vedere, anche se a occhio direi che solo da Herzog ci si puo’ aspettare qualcosa di grandioso. Per il momento, il film d’animazione di Ocelot, quello di Kiriku e la strega di Karaba, è una pugnetta abbastanza ignobile che non si capisce bene cosa ci faccia in concorso a Berlino. A meno che si voglia ancora considerare il concorso di Berlino qualcosa di bello o interessante, visto che le uniche cose di valore qui si vedono al Forum e nessuno dei nomi previsti per Cannes (Cronenberg, Van Sant, Mendoza, Sokurow, Payne) si sognerebbe mai di venire. Selezionare un film come Le contes de la nuit, che per di più pretende l’effetto di tridimensionalità su un’animazione volutamente piatta e bidimensionale, come figure animate di una lanterna magica (quindi mi chiedo che cazzo c’entri il 3D, se non per ragioni produttive e commerciali), è il segno di quanto i grandi festival non vogliano rinunciare al proprio status vecchio di decenni: in mancanza di grandi nomi in competizione, si preferisce mettere piccoli film di registi conosciuti, piuttosto che opere interessanti, o sorprendenti, o semplicemente inattese, di autori emergenti. Fino a quando i direttori non avranno il coraggio di mettere in competizione un po’ di quello che qui si vede al Forum, o Cannes alla Quinzaine o a Venezia in Orizzonti, i festival si troveranno a imbastire il solito vecchio spettacolo con i nomi che a nessuno interessano più. Ed è uno spettacolo abbastanza penoso.