Visualizzazione post con etichetta Miguel Gomes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Miguel Gomes. Mostra tutti i post

mercoledì 4 aprile 2012

Il tempo di un sentimento

Oggi è uscito su Doppiozero un mio pezzo che è in parte la rielaborazione di una cosa che avevo già scritto per Filmidee. E' dedicato al tema del tempo, del passato, della memoria, e parla di orologi, di cinema muto, di automi, di Scorsese, Coppola e anche di due film poco noti, ma bellissimi e a loro modo simili, come Independencia di Raya Martin e Tabu di Miguel Gomes. Si chiama Il tempo di un sentimento, lo potete trovare qui oppure leggerlo qui sotto. Buona lettura, se vi va, come sempre.

Oltre le lancette ferme dell’orologio di Ritorno al futuro, oltre l’ingranaggio bloccato nella torre di Mister Hula Hoop, il tempo materiale, manipolato e rievocato nei film di Zemeckis e dei Coen, è ancora oggi una presenza concreta di tanto cinema contemporaneo. Scorre all’indietro nella stazione di New Orleans di Il curioso caso di Benjamin Button, impone il proprio passo moltiplicato per cinque in Twixt di Coppola, vaga fluido per le decadi in Midnight in Paris di Allen, e in Hugo Cabret di Scorsese, con la sovrapposizione tra Harold Lloyd e il piccolo orfano appeso alle lancette di un quadrante, rimane l’unico appiglio a cui aggrapparsi prima della caduta.

Tra ricordi di traumi familiari, invenzione della nostalgia e desideri di purezza (con il discutibile The Artist che si porta a casa gli Oscar migliori), il contemporaneo sentimento del tempo si è trasformato nell’evocazione del tempo di un sentimento: quello, cioè, che lega gli autori alla loro storia personale, tra i traumi autobiografici di Coppola e i legami cinefili di Scorsese, e il cinema alla propria storia, a quel ’900 le cui tragedie ha testimoniato e spesso evitato di raccontare. L’automa di Hugo Cabret, in fondo, muto e impassibile come in Metropolis, si impone in chiusura come presenza inquietante, congedando lo spettatore con un sguardo inespressivo che ricorda l’incapacità del cinema di comprendere gli orrori della realtà. Scorsese ha il torto di non approfondire l’intuizione, ma nel suo film si dice che la magia di Méliès è stata superata dall’arrivo della Prima guerra mondiale e il materiale d’archivio che si vede per un brave momento, con quei soldati in marcia ripresi a colori, squarcia il velo su un mondo di fantasmi, illustra il cinema come una macchina che riprende la morte in diretta.

giovedì 15 marzo 2012

Filmidee #3

Dimenticavo di segnalare che da un paio di giorni è on line il terzo numero di Filmidee, la rivista on line di critica cinematografica dedicata al cinema del presente e del futuro prossimo. Come per gli altri numeri ho partecipato scrivendo un pezzo: è dedicato, come molti post di questo blog, alla moda vintage del cinema contemporaneo, alla quale la rivista dedica uno speciale. In particolare, il mio pezzo si concentra sul più bel film visto a Berlino, Tabu di Miguel Gomes. Lo trovate qui, ma naturalmente segnalo tutta quanta la rivista.

martedì 14 febbraio 2012

Forme inattuali

Tabu di Miguel Gomes, visto oggi in Concorso, è uno di quei film che tra qualche anno verranno ricordati come espressione di quella malattia vintage che colpì il cinema all'inizio del XXI secolo: un melodramma in bianco e nero, modellato per buona parte sul cinema muto e ispirato fin dal titolo a Murnau. Rispetto a un'operazione simile come The Artist, è una riflessione questa volta autentica sulle forme del cinema passato e sulle sue ragioni storiche. Il melodramma in Tabu è inattuale, perché inattuali erano nella prima metà del '900 le colonie portoghesi; e a sua volta il cinema muto è un discorso fiabesco e antistorico (dal momento che viene usato per raccontare eventi ambientati negli anni '60) perché segno di un tempo irrecuperabile e fuori dalla Storia, qualcosa che resta nel cuore, come l'amore impossibile tra i due protagonisti, ma che può rivivere solo come racconto mitologico, in voce off, distante dal mondo e dalla vita. Tutto si disperde, in Tabu, tutto sfoca nel ricordo, e l'immagine non può certo recuperarlo: come dice una voce femminile nel prologo ironico, si può scappare lontano quanto si vuole, ma non si può sfuggire al proprio cuore. Forse il cinema, che la realtà del passato non può resuscitarla in forma viva, dovrebbe ricordarselo di più.