Oggi è uscito su Doppiozero un mio pezzo che è in parte la rielaborazione di una cosa che avevo già scritto per Filmidee. E' dedicato al tema del tempo, del passato, della memoria, e parla di orologi, di cinema muto, di automi, di Scorsese, Coppola e anche di due film poco noti, ma bellissimi e a loro modo simili, come Independencia di Raya Martin e Tabu di Miguel Gomes. Si chiama Il tempo di un sentimento, lo potete trovare qui oppure leggerlo qui sotto. Buona lettura, se vi va, come sempre.
Oltre le lancette ferme dell’orologio di Ritorno al futuro, oltre l’ingranaggio bloccato nella torre di Mister Hula Hoop, il tempo materiale, manipolato e rievocato nei film di Zemeckis e dei Coen, è ancora oggi una presenza concreta di tanto cinema contemporaneo. Scorre all’indietro nella stazione di New Orleans di Il curioso caso di Benjamin Button, impone il proprio passo moltiplicato per cinque in Twixt di Coppola, vaga fluido per le decadi in Midnight in Paris di Allen, e in Hugo Cabret di Scorsese, con la sovrapposizione tra Harold Lloyd e il piccolo orfano appeso alle lancette di un quadrante, rimane l’unico appiglio a cui aggrapparsi prima della caduta.
Tra ricordi di traumi familiari, invenzione della nostalgia e desideri di purezza (con il discutibile The Artist che si porta a casa gli Oscar migliori), il contemporaneo sentimento del tempo si è trasformato nell’evocazione del tempo di un sentimento: quello, cioè, che lega gli autori alla loro storia personale, tra i traumi autobiografici di Coppola e i legami cinefili di Scorsese, e il cinema alla propria storia, a quel ’900 le cui tragedie ha testimoniato e spesso evitato di raccontare. L’automa di Hugo Cabret, in fondo, muto e impassibile come in Metropolis, si impone in chiusura come presenza inquietante, congedando lo spettatore con un sguardo inespressivo che ricorda l’incapacità del cinema di comprendere gli orrori della realtà. Scorsese ha il torto di non approfondire l’intuizione, ma nel suo film si dice che la magia di Méliès è stata superata dall’arrivo della Prima guerra mondiale e il materiale d’archivio che si vede per un brave momento, con quei soldati in marcia ripresi a colori, squarcia il velo su un mondo di fantasmi, illustra il cinema come una macchina che riprende la morte in diretta.
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mercoledì 4 aprile 2012
martedì 24 gennaio 2012
Cinema muto
Anche solo vedere Hugo e The Artist fianco a fianco, come i due film con il maggior numero di nomination ai prossimi Oscar, mi fa un po' girare le balle. Non perché Hugo venga sminuito dalla vicinanza con The Artist, ma perché in questo modo si rischia di accomunare l'operazione di revisione della storia del cinema che accomuna i due film. Ok, posso facilmente credere che Hazanavicius non abbia intenzione di rivaleggiare con Scorsese, ma ciò non toglie che il suo film fallisca proprio laddove, per una volta negli ultimi anni, quello di Scorsese fa centro. Scorsese, come scrivevo qui, fa del suo film per bambini la più lucida operazione cinefila della sua carriera, piena di amore e passione, e lo fa con il 3D, spacciato solitamente per modernità e in realtà semplice tentativo di superare le barriere espressive da parte di un'arte condannata all'evoluzione e all'inerzia, alla fissata del quadro e al vortice della scena. Non è un caso, a ripensarci, che Hugo sia pieno di corse e rincorse, di bambini svelti, di adulti zoppicanti, di anziani immobili, ai quali, però, viene dato l'onore del piano frontale, di uno sguardo rivolto allo spettatore che dà vita a un dialogo onesto e a cuore aperto. The Artist, invece, quel piano frontale lo ignora, perché ignora il linguaggio del cinema muto che vorrebbe ricreare. Il cinema muto omaggiato da Scorsese è un sogno così lontano da essere diventato fiaba; quello di The Artist, invece, è un'invenzione così falsa da diventare la perfetta versione contemporanea del nostro passato, tra nostalgia e modernariato.
lunedì 12 dicembre 2011
Paradosso estetico
Due parole su The Artist, il film francese di Michel Hazanavicius che allo scorso Festival di Cannes venne messo in concorso all'ultimo, dopo essere stato annunciato fuori competizione in conferenza stampa, e alla fine se ne uscì con il premio al miglior attore per l'interprete Jean Dujardin. Il film è uscito lo scorso weekend nelle sale italiane e in generale l'accoglienza della stampa è stata buona (molto più di quanto non lo fosse stata a Cannes, a conferma che il tempo muta le opinioni e che di norma ai festival la gente ha molta più voglia di mettere i puntini sulle "i" di quanto poi non faccia nel mondo reale). A me il film continua a non piacere, per quanto, insomma, sia una commedia in fondo gradevole. Però mi sembra anche una presa in giro fondata su paradosso estetico: un film cioè ambientato a Hollywood, ai tempi del muto e del passaggio al sonoro, che si vorrebbe girato come gli stessi film muti di cui parla, in bianco e nero, con la macchina spesso fissa, la recitazione esagerata, la musichetta di pianoforte, i nomi evocativi degli attori e tutto il cotè di figure stilistiche e memorie spettatoriali che il muto implica. Il punto è proprio questo (e lo butto lì perché non ho il tempo di approfondire): The Artist non è un film muto, non è nemmeno girato come un film muto. The Artist è l'idea di quello che per noi, oggi, è un film muto. E dunque è una mistificazione dettata dal gusto contemporaneo per il vintage e per la nostalgia di ciò che non abbiamo mai vissuto. Siamo sempre lì, dunque, non si sfugge. The Artist non è archeologia del cinema, come forse vorrebbe essere. Quella, in fondo, quando vuole la sa fare: quando, ad esempio, con gli spezzoni dei finti film girati dal protagonista, la star hollywoodiana George Valentine, modellati sull'estetica degli anni '20, con immagini slabbrate, tempi rapidi, movimenti impacciati, camera fissa e piani medi. Perché, allora, girare un film muto che in realtà, di muto, ha solo l'assenza della parola, e di certo non quel bianco e nero limpido simile alle tonalità anni '40, mentre tutto il resto, dai volti degli interpreti ai tempi comici (vedi le gag con il cane), è estetica da cinema contemporaneo? Il tutto mi sembra parecchio gratuito, come un esercizio di stile di cui non si sentiva bisogno.
venerdì 9 dicembre 2011
Recensioni e canzoni
Mercoledì è apparsa su Doppiozero la mia recensione di Midnight in Paris di Woody Allen, un film che, come avevo già scritto da Cannes, considero bello e decisamente in linea coi tempi. Per chi volesse leggerla, la trova qui. Nel frattempo, oggi su Pitchfork è comparso il link a due nuovi pezzi che i National hanno eseguito dal vivo: si chiamano Rylan e I Need My Girl e si possono ascoltare qui. Mentre un'altra rivista on line, PopMatters, ha pubblicato la lista di quelle che per la redazione sono le 75 canzoni migliori dell'anno, con tanto di link a streaming o video su YouTube: se la cosa può interessare, ci sono un sacco di pezzi che avrei messo anch'io (e che metterò nella lista che farò tra qualche giorno). Infine, oggi al cinema sono usciti almeno tre film interessanti: Monsters, Mosse vincenti (che era in concorso al TFF appena concluso) e The Artist. Dei primi due, pur senza entusiasmi, penso bene, del secondo penso parecchio male, soprattutto in funzione del lavoro sul tempo compiuto da Allen. Ma ne parlo un'altra volta.
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