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martedì 8 gennaio 2013

Due happy returns: il mio e quello di "The Master"

Poco alla volta le cose riprendono. E pure questo blog, inizialmente trascurato poi abbandonato nel settembre scorso, tornerà in vita. Senza troppo baccano, visto che nemmeno so quanta gente graviti ancora qui, proverò a riprendere il cammino, così come viene, se mi va di farlo e se trovo cose da scrivere. Per cui bentornato a me e alle persone che passeranno.

Tanto per cominciare, mi ripeto. E cioè metto un pezzo su un film uscito la scorsa settimana, The Master di Paul Thomas Anderson, di cui avevo già scritto da Venezia, qui sopra e su Filmidee. Sul film ho riflettuto parecchio negli ultimi mesi e l'ho messo, qui, tra i migliori dell'anno. Non so cosa ne pensi la maggior parte delle persone, probabilmente che un filmone oscuro e mancato, ma per me - e non sono il solo, ovviamente - è un oggetto piuttosto imprescindibile e necessario, a voler cogliere i segnali che lancia sulle possibilità del cinema nel nostro tempo. Se vi va, come sempre (e stavolta con una ragione in più, visto che sono stato un po' prolisso), ho provato a spiegarlo qui sotto.


The Master
, inutile negarlo, è un film contraddittorio: maestoso eppure trattenuto, massimalista eppure intimista. Grande Hollywood che parla con il linguaggio ostico di un kammerspiele: difficile da ipotizzare, e pure da vedere. Ma non potrebbe essere altrimenti per un film che cerca di restituire le profondità della mente attraverso l’unica realtà rappresentabile, e cioè il corpo umano nella sua impenetrabilità. Ché in definitiva, nonostante le giustificate perplessità di chi ha faticato a coglierne il senso (in patria Roger Ebert, da noi Roy Menarini), The Master parla di questo: del corpo, della mente e del vuoto che li circonda. Parla di come al di là di un volto, nei pensieri e nell’inconscio di un uomo – di tutti gli uomini – non ci sia poi molto, a dire il vero quasi nulla. E di come, però, quel nulla sia la cosa più vera che possediamo.

giovedì 15 marzo 2012

Filmidee #3

Dimenticavo di segnalare che da un paio di giorni è on line il terzo numero di Filmidee, la rivista on line di critica cinematografica dedicata al cinema del presente e del futuro prossimo. Come per gli altri numeri ho partecipato scrivendo un pezzo: è dedicato, come molti post di questo blog, alla moda vintage del cinema contemporaneo, alla quale la rivista dedica uno speciale. In particolare, il mio pezzo si concentra sul più bel film visto a Berlino, Tabu di Miguel Gomes. Lo trovate qui, ma naturalmente segnalo tutta quanta la rivista.

lunedì 14 novembre 2011

Il 3D è una puttanata - Parte III

L'avevo scritto sabato che sta storia del "3D è una puttanata" sarebbe potuta diventare una rubrica. Così oggi un amico mi ha servito su un piatto d'argento la puntata numero 3, e soprattutto un supporto autorevole e pure tecnico. L'occasione la offre l'uscita on line del secondo numero di Filmidee (ah già, dimenticavo: è on line il secondo numero di Filmidee!), che tra le tante e belle cose pubblicate presenta pure una lettera del montatore e sound designer Walter Murch al famoso critico americano Roger Ebert, scritta dopo aver letto la recensione di Green Hornet, l'incolore blockbuster di Gondry dedicato all'ennesimo e inutile supereroe fumettaro e postmoderno. Murch, che viene da lontano, che forse non è proprio un giovane avanguardista ma è un grande esperto che ha lavorato per Lucas e Coppola dagli anni '70 fino a oggi, fornisce alcune spiegazioni tecniche a proposito dell'inconsistenza del 3D, parlando del funzionamento pratico sia della macchina-cinema sia dell'occhio umano, oltre ad argomentare la cosa più scontata e vera di tutte, e cioè che il 3D fa venire mal di testa (specie, aggiungo io, a quelli che portano gli occhiali, porcavacca): lui lo spiega in termini fisiologici e percettivi, io mi limito a imprecare. Verso la fine della lettera, poi, scrive la cosa fondamentale, che riguarda la questione dell'immersione in un film:
"I film in 3D ricordano allo spettatore che si trova in una certa relazione “prospettica” con l'immagine. È quasi una questione brechtiana. Mentre, quando la storia di un film conquista il pubblico presente, la platea finisce per trovarsi 'nel' film, in una sorta di spazio onirico 'senza confini'. Una buona storia, quindi, procurerà all'immagine sempre più dimensionalità di quanto siano capaci di farlo gli effetti tecnici".
Ecco sì, insomma, non c'è molto da aggiungere. Leggetevi per intero la lettera e poi diffondete il messaggio: "no, non ne vale la pena".

martedì 7 giugno 2011

Filmidee - Il film nella battaglia delle idee

E' on line da oggi un nuovo sito di critica cinematografica chiamato Filmidee. Sottotitolo: il film nella battaglia delle idee. Ne parlo per due motivi: il primo, ovvio, è perché ci scrivo anch'io, e se qualcuno fosse interessato potrà trovare qui l'introduzione alla traduzione dei testi scritti negli anni '60 da Jonas Mekas per presentare, creare, difendere il New American Cinema e qui una breve riflessione su uno dei film più belli visti quest'anno a Cannes, Martha Marcy May Marlene. Il secondo, invece, è perché Filmidee più che un sito è una rivista, ha firme decisamente importanti (che non cito per non fare torto agli esclusi) e di conseguenza un sacco di riflessioni sul cinema e la critica, la sua storia, i suoi movimenti, pure le sue rarità (ad esempio, il fondamentale e mai tradotto prima saggio sul trash di Pauline Kael, datato 1969). Per il momento non avrà aggiornamenti quotidiani, ma trimestrali (o giù di lì), perché l'idea dei creatori è quella di dare alla critica uno spazio di riflessione ampio e ragionato e al visitatore il tempo di leggere i testi con l'approccio attento solitamente utilizzato per la carta stampata. Fine della presentazione. Buona lettura.