Solo l'altro giorno ho scritto del vuoto che ormai circonda le immagini e ogni loro possibile significato, dell'impotenza del cinema di fronte all'impenetrabilità della realtà, e di come un film come The Master dica tutte queste cose con una forma così limpida e marmorea da essere un film modernissimo e assolutamente necessario (per il cinema, s'intende, per chi passa le sue giornate a scriverne o a guardarlo...). Poi però oggi esce un film come Cloud Atlas, magniloquente, ambizioso, lungo una vita, complesso, o se volete anche solo complicato, e di fronte alla sua presunta grandezza, o meglio ancora grandiosità, verrebbe naturale pensare che sia tutto ciò che The Master non vuole, non deve essere, e non è: il cinema un po' bolso, cioè, che si fa un baffo dell'impotenza del suo sguardo e prova a racchiudere il mistero della vita, più ancora la sua prosecuzione in un al di là extraterrestre, a partire da una storia multipla che si genera a catena e mescola le carte di continuo saltando da un luogo e da un'epoca all'altra. Verrebbe da chiudergli la porta in faccia, a un film così, e pure ai suoi tre registi (i due di Matrix e quello impresentabile di Lola corre). E in effetti in molti l'hanno chiusa, direi addirittura sbattuta, e se avessi guardato il film con un minimo di pregiudizio probabilmente l'avrei fatto pure io: ma Cloud Atlas, per una volta, l'ho visto libero da ogni pensiero preconcetto e non so perché ci sono entrato dentro mani testa e piedi, una di quelle esperienze fortuite che ogni tanto capita di vivere al cinema. Con tutte le sue debolezze, sia chiaro, soprattutto per quegli attori occidentali travestiti da coreani: ma un film che affronta in modo così aperto e coraggio il mistero della creazione umana (non divina, ché non è mica un film new age come dicono), merita rispetto e ammirazione.
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giovedì 10 gennaio 2013
martedì 8 gennaio 2013
Due happy returns: il mio e quello di "The Master"
Poco alla volta le cose riprendono. E pure questo blog, inizialmente trascurato poi abbandonato nel settembre scorso, tornerà in vita. Senza troppo baccano, visto che nemmeno so quanta gente graviti ancora qui, proverò a riprendere il cammino, così come viene, se mi va di farlo e se trovo cose da scrivere. Per cui bentornato a me e alle persone che passeranno.
Tanto per cominciare, mi ripeto. E cioè metto un pezzo su un film uscito la scorsa settimana, The Master di Paul Thomas Anderson, di cui avevo già scritto da Venezia, qui sopra e su Filmidee. Sul film ho riflettuto parecchio negli ultimi mesi e l'ho messo, qui, tra i migliori dell'anno. Non so cosa ne pensi la maggior parte delle persone, probabilmente che un filmone oscuro e mancato, ma per me - e non sono il solo, ovviamente - è un oggetto piuttosto imprescindibile e necessario, a voler cogliere i segnali che lancia sulle possibilità del cinema nel nostro tempo. Se vi va, come sempre (e stavolta con una ragione in più, visto che sono stato un po' prolisso), ho provato a spiegarlo qui sotto.
The Master, inutile negarlo, è un film contraddittorio: maestoso eppure trattenuto, massimalista eppure intimista. Grande Hollywood che parla con il linguaggio ostico di un kammerspiele: difficile da ipotizzare, e pure da vedere. Ma non potrebbe essere altrimenti per un film che cerca di restituire le profondità della mente attraverso l’unica realtà rappresentabile, e cioè il corpo umano nella sua impenetrabilità. Ché in definitiva, nonostante le giustificate perplessità di chi ha faticato a coglierne il senso (in patria Roger Ebert, da noi Roy Menarini), The Master parla di questo: del corpo, della mente e del vuoto che li circonda. Parla di come al di là di un volto, nei pensieri e nell’inconscio di un uomo – di tutti gli uomini – non ci sia poi molto, a dire il vero quasi nulla. E di come, però, quel nulla sia la cosa più vera che possediamo.
Tanto per cominciare, mi ripeto. E cioè metto un pezzo su un film uscito la scorsa settimana, The Master di Paul Thomas Anderson, di cui avevo già scritto da Venezia, qui sopra e su Filmidee. Sul film ho riflettuto parecchio negli ultimi mesi e l'ho messo, qui, tra i migliori dell'anno. Non so cosa ne pensi la maggior parte delle persone, probabilmente che un filmone oscuro e mancato, ma per me - e non sono il solo, ovviamente - è un oggetto piuttosto imprescindibile e necessario, a voler cogliere i segnali che lancia sulle possibilità del cinema nel nostro tempo. Se vi va, come sempre (e stavolta con una ragione in più, visto che sono stato un po' prolisso), ho provato a spiegarlo qui sotto.
The Master, inutile negarlo, è un film contraddittorio: maestoso eppure trattenuto, massimalista eppure intimista. Grande Hollywood che parla con il linguaggio ostico di un kammerspiele: difficile da ipotizzare, e pure da vedere. Ma non potrebbe essere altrimenti per un film che cerca di restituire le profondità della mente attraverso l’unica realtà rappresentabile, e cioè il corpo umano nella sua impenetrabilità. Ché in definitiva, nonostante le giustificate perplessità di chi ha faticato a coglierne il senso (in patria Roger Ebert, da noi Roy Menarini), The Master parla di questo: del corpo, della mente e del vuoto che li circonda. Parla di come al di là di un volto, nei pensieri e nell’inconscio di un uomo – di tutti gli uomini – non ci sia poi molto, a dire il vero quasi nulla. E di come, però, quel nulla sia la cosa più vera che possediamo.
domenica 2 settembre 2012
Venezia 69 - L'irritazione e il fascino
Eccoci al film di Malick, To the Wonder, che venendo poco più di un anno dopo The Tree of Life è ovviamente simile nello stile e nell'ispirazione, nei sussurri e nei movimenti ondeggianti della macchina da presa, che poi sono gli stessi di La sottile linea rossa e soprattutto di The New World, e allora ti viene il dubbio che affondata negli anni l'ispirazione totale - così antihollywoodiana eppure americanissima - di La rabbia giovane e I giorni del cielo, e passato lo shock visivo del ritorno a fine anni '90, dobbiamo convincerci che fino a quando camperà, e nei prossimi settanta o ottanta film che a quanto pare sta preparando, Malick girerà sempre in questo modo, erratico e fragile, abbacinante e sbigottito, sempre lì a inseguire pezzi di figa sballonzolanti in un campo o sotto le fronde degli alberi, con le mani rivolte al cielo o impegnate ad accarezzare la granaglia, mieloso e pietoso, lamentino e piccolo piccolo... To the Wonder è un film oggettivamente insopportabile, un'ora e cinquanta di invocazioni all'amore e a Dio, senza un dialogo diretto e uno straccio di narrazione - ma solo l'effetto della narrazione, ciò che ne segue a livello di emozioni e reazioni - e con fiumi di musica classica e di corpi da catalogo per Intimissimi. Eppure questa volta devo ammettere che ho trovato qualcosa, superato il fastidio iniziale ho provato a capire perché Malick si sia ridotto a fare questo sfoggio di tecnica fighetta e laccata. E ascoltando le invocazioni senza risposta dei suoi personaggi, le stesse che dal '99 ci tormentano, ho sentito personaggi lamentare il silenzio di Dio, il silenzio dell'amore, la fine delle cose, il senso di distanza dalla realtà che impedisce la piena realizzazione di sé. Ok, The Master si fa un baffo di tutto ciò, l'ho scritto ieri dove secondo me va a finire la perfezione dell'anima invocata da Lancaster Dodd (va a finire nel muro di pensieri del suo antagonista Freddie Quell, nella materia piatta di una bambola di sabba scopata), ma Malick - forse sbagliando, forse da ingenuo, forse da vecchio barbogio - prova a rincorrerla, quella luce che sfugge, prova a superarla, quella barriera che ci divide dalla verità, dall'altrove, dal divino (per lui e per quelli che ci credono).
Venezia 69 - Dentro il vuoto
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