War Horse di Spielberg, che è uscito ieri nelle sale italiane, è un film decisamente inattuale: un drammone anni '50, pomposo e magniloquente, con diverse pause intimiste e silenziose; un racconto di guerra, questa volta la Prima, da una prospettiva privata, che per il regista di Salvate il soldato Ryan significa inscenare lo sfaldamento di una famiglia e la sua lotta per sopravvivere al vento della Storia. Il trauma della separazione è ancora il tema centrale di Spielberg e il ritorno a casa la forma di narrazione naturale. In War Horse c'è un animale magnifico, che sa correre e tirare come nessun altro animale costretto alla guerra, e tanti figli e fratelli e orfani e nonni amorevoli e soldati pietosi che se lo scambiano di mano e lo perdono, lo comprano e lo cedono, ogni volta sacrificando un po' del loro amore: una catena ripetitiva e circolare con cui Spielberg riprende gli schemi del cinema classico, le ripetizioni, le risoluzioni, gli strappi e la riconferma dell'ordine di partenza. Il tutto in due ore e passa di film prevedibile eppure magnetico, con un finale che rappresenta uno dei momenti più eccessivi del suo cinema, un omaggio a John Ford che richiama I cavalieri del Nord Ovest nei colori e Sentieri selvaggi nella raffigurazione del ritorno a casa. La differenza sta nel fatto che per Spielberg una casa pronta ad accogliere l'eroe alla fine della strada c'è sempre e un modo per comunicare - un telefono o un richiamo per cavalli - pure. Semmai ho qualche dubbio sull'opportunità di aggredire l'iconografia del paesaggio europeo con colori così spropositati e violenti da essere affascinanti: una scelta spudorata tanto coraggiosa quanto irritante, che contraddice il pudore dell'intero film, con la morte lasciata fuori campo e la presenza di ciò che resta (i cavalli senza cavalieri, come ai tempi di La guerra dei mondi i vestiti sugli alberi) a ribadirne l'oscenità.
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sabato 18 febbraio 2012
giovedì 10 febbraio 2011
La citazione, certo, la citazione
Non ho molto tempo per scrivere a proposito di True Grit dei Coen. L'ho visto solo pochi minuti fa – e di buona norma non si dovrebbe scrivere cosí a ridosso di un film. Ma posso scrivere solo ora, per cui mi soffermo sulle due cose che più mi hanno colpito del film. L'inizio, come prima cosa, che riprende in modo evidente quello di Fargo, e quindi imposta il film su un'opzione di rifacimento, come tessitura su un corpo giá vivo: trattandosi di un remake é scontato, ma i Coen questa volta non lavorano su un fatto reale, bensí su un'opera di finzione, su un film, dunque un corpo già morto, e per di piú, essendo Il Grinta di John Wayne del 1969, un western crepuscolare. Per questo – e vengo alla seconda cosa che mi ha colpito – quando arriva la citazione, perché tanto si sa che arriva, la senti come un dialogo privato, qualcosa che sta tra i registi e il genere con cui hanno a che fare, ma anche tra te e il cinema stesso. Il riferimento è al western piú famoso di tutti, Sentieri selvaggi, e all'immagine piú famosa di tutte del film, quella di John Wayne incorniciato da una porta scura, con l'orizzonte alle spalle: non dico come ci si arriva a vedere quell'inquadratura-feticcio almeno tre volte, ma in ogni situazione c'è che qualcosa o qualcuno che la mette in discussione, che la violenta e la disarma.
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