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mercoledì 21 marzo 2012
Diciassette pance
Venerdì esce 17 ragazze, film francese presentato alla Settimana della critica di Cannes quasi un anno fa e poi passato in concorso al Torino Film Festival. E' la storia (vera) di un gruppo di adolescenti di una cittadina bretone che per sfida, spirito di indipendenza, ribellione, desiderio di libertà o noia, decidono di restare incinte tutte insieme. In realtà il vero motivo della scelta autodistruttiva non si conosce, e il film, opera prima di due sorelle (Delphine e Muriel Coulin) con il solo torto d'aver scelto solo ragazze troppo belle per essere credibili, è centrato proprio sull'inesplicabilità dell'adolescenza, sul divario linguistico tra le generazioni, con i giovani che parlano attraverso il corpo e gli adulti che falliscono nel tentativo di comprendere la realtà con la parola. E' un tema molto attuale, quello della barriera tra logos e mondo: ad esempio ne parlano due dei film più belli della stagione, A Dangerous Method e Carnage. Qui sopra ne ho scritto fino alla nausea. 17 ragazze non è certo all'altezza di Cronenberg e Polanski, nemmeno cerca di esserlo. E' un dramma realista costruito sul modello un po' troppo da esportazione dell'indie americano, tra grazia e stilizzazione, attratto dalla figura umana e mosso dalla ricerca di momenti ideali. In modo meno criptico, ricorda Elephant, per lo sguardo attonito di due adulte su un'adolescenza distruttiva: ma in fondo lo stupore di cui è testimone è quello che si prova di fronte allo spettacolo della vita che prende forma. Non tanto per quelle pance che in Italia qualcuno ha pensato di vietare ai minori di 14 anni (magari gli adolescenti andassero a vedere film del genere o sapessero almeno che escono!), quanto per tutte quelle ragazzine che decidono di bruciare le tappe e abbracciano quell'età adulta che oggi si nega ai trentenni e si offre in dono ai ragazzini.
mercoledì 12 ottobre 2011
Hugo - Parte II
Tempo fa ho scritto questo post tutt'altro che entusiasta a proposito di Hugo, l'imminente film in 3D di Scorsese che fin da subito ha dato l'impressione di essere un progetto da far cadere le braccia e dopo essersi palesato con il trailer ha fatto pure passare la voglia di raccoglierle, le suddette braccia. Invece ieri parecchi siti di cinema, e oggi pure Repubblica, erano pieni di elogi alla versione in progress del film presentata a sorpresa al Festival di New York, una manifestazione piccola che non vale una mazza ma che gode del fatto di avere vicini di casa importanti e di essere utilizzata dalle major (lo scorso anno fu così con The Social Network) per testare uscite importanti previste per l'autunno. Insomma, a leggere certi commenti in giro, per quanto scritti da spettatori che hanno espresso via Twitter il loro entusiasmo o da giornalisti non proprio rigorosi, sembra che il trailer da prodotto per famiglie sia fuorviante, che dopo un inizio da cinema per ragazzi il film prenda il volo e che nella seconda parte diventi un bellissimo omaggio al cinema delle origini. Come al solito, Scorsese avrà deciso di mettere in scena la sua passione da cinefilo con una memoria di ferro, magari con effetti migliori rispetto a quelli mummificati di Shutter Island. Poi magari il film è brutto lo stesso, ma è confortante leggere che forse Martin è tornato a stupire. E da figlio tradito pronto a perdonare, se mantengo i dubbi e le paure, comincio pure a sperare in qualcosa di buono: magari va a finire come con A Dangerous Method di Cronenberg.
venerdì 30 settembre 2011
Prima Cronenberg, poi Refn
L'unicità del mito e l'ordine della cultura
Prima il vuoto e poi la paura, come a riflettere su ciò che si è sperimentato in anni di ossessioni, mutazioni, perdizioni. A Dangerous Method è un viaggio a ritroso nei temi del cinema di Cronenberg – il sesso, la furia del desiderio, il rinnovamento della mente attraverso la violazione del corpo – per rendere omaggio a chi ha aperto la porta della psiche e ne ha sperimentato, studiato, patito gli abissi senza fondo. Senza rappresentazioni esteriori delle pulsioni selvagge, ma con un approccio tutto di cervello (e quindi di cuore) agli studi e alla vita di Carl Jung, Sabina Spielrein e Sigmund Freud.
Il film è secco, raggelato, imbrigliato nei costumi della confezione d’autore, ma reso incandescente da una forma che trattiene le pulsioni incontrollabili sfogate dalla Storia (c’è una guerra in arrivo e Jung la sogna come un’onda gigantesca che dal Mare del Nord invade le Alpi). Lo scontro che divide Jung e Freud, e che Sabina sembra risolvere nel suo personaggio tormentato, è quello che informa non solo il cinema di Cronenberg, ma l’intera cultura del ’900. Quello tra mito e cultura. Tra il delirio sciamanico della parola di Dio e il controllo razionale della narrazione romanzesca. Tra la tentazione (di Jung) della discesa alle radici del comportamento umano, fino all’essenza che porta alla liberazione, e la saldezza culturale di Freud, che discerne la psiche e non prova a ridefinirla atteggiandosi a Dio.
sabato 3 settembre 2011
Contagio, testamento, idee
Oggi ho visto Contagious di Soderbergh, Poulet aux prunes della Satrapi e Cut di Amir Naderi. Non ho molto tempo per scrivere, per cui ne scriverò poco. Quel tanto per dire che il film di Soderbergh è una piccola cazzata, se non fosse la sua storia di un contagio globale da 26 milioni di morti va alla continua ricerca del paziente numero zero, dell'inizio dell'epidemia, facendo a suo modo - narrativo e poco ispirato . quello che fa il grandissimo Cronenbergh di A Dangerous Method: risalire alla natura del male, fermarlo con le parole e con le immagini. Cut di Naderi, invece, è un film-manifesto da pura guerriglia cinefila. Come film di Naderi è perfetto, ossessivo e ripetitivo fino all'autodistruzione. Come manifesto un po' meno, perché la cinefilia di cui si fa promotore, per quanto provocatoria (a un certo punto parte una lista dei 100 migliori film della storia, uno per ogni pugno a pagamento che il protagonista si fa tirare), sa un po' di cameretta, di studentello alla prima lezione universitaria. Va bene che la passione non muore mai e che il cinema si fa col cuore, ma è molto meglio l'ossessione dell'amore, se l'amore è questa cosa sempliciotta. Della Satrapi non ho davvero tempo di parlare, ma sarebbero comunque parole sprecate per un filmetto.
Nel frattempo andate su Filmidee per un bel speciale sulla mostra. Il pezzo su Cronenberg l'ho scritto io.
Nel frattempo andate su Filmidee per un bel speciale sulla mostra. Il pezzo su Cronenberg l'ho scritto io.
venerdì 2 settembre 2011
Mito e cultura
Ho appena finito di vedere A Dangerous Method di Cronenberg e di un film così non bisognerebbe scrivere a caldo, ma lasciarlo proseguire calmo nella sua scia, aspettando che cresca e si riveli ancora più grande di quello che è. Per me è un film straordinario, di una misura e una sicurezza impagabili. Parla di opposte visione dell'uomo e di conseguenza del mondo. Parla di Jung, di Freud e della loro relazione sentimentale e professionale con Sabina Spielrein. Mette sul piatto un mare di cose, tra cui la profondità delle ossessioni di Cronenberg sul sesso, la mutazione dell'animo (precedente a quella del corpo) e la tentazione della perdizione. Soprattutto, però (ed è qui per me la straordinaria grandezza del film), riconduce tutti i suoi temi classici allo scontro primo che sta alla base della cultura europea. Quello cioè tra mito e cultura. Tra Jung e Freud. Tra la tentazione (di Jung) della discesa alle radici del comportamento umano, dell'essenza che porta alla liberazione, e la saldezza razionale (meglio, culturale) di Freud, che porta a discernere il comportamento umano e non a mutarlo dal profondo (o almeno credo sia così). La scena chiave è quando Jung e Freud vanno insieme in America: di fronte allo skyline di New York Freud dice "Lo sanno questi che stiamo portando loro la peste?". Da lì, da quel legame virtuoso e maledetto tra psicanalisi, arte ed ebraismo (come dice ancora Freud: "Siamo ebrei, lo saremo per semper") sarebbe nato tutta la cultura americana, il cinema, Hollywood, il romanzo contemporaneo, la devastate ironia lucida di Saul Bellow, che di fronte alla possibilità di un'arte sciamanica come rivelatrice dell'essenza umana, opponeva la matericità e la fallibilità del romanzo occidentale (a cui lo stile controllato e da camera di Cronenberg si ispira), unica forma di conoscenza dei nostri impulsi. Una conoscenza insicura e parziale. Ma l'unica che siamo in grado di sopportare di fronte agli abissi del vuoto. Cronenberg per anni ha sperimentato il vuoto. Ora ha semplicemente paura o crede che il suo sia stato un metodo di fare cinema straordinario, ma troppo pericoloso.
mercoledì 27 luglio 2011
Anticipazioni (ma nemmeno troppo)
Roman Polanski, David Cronenberg, Steven Soderbergh, Todd Solondz, Alexander Sokurov, Mary Harron, William Friedkin, Abel Ferrara, Ami Canaan Mann, Amir Naderi, Pippo Delbono, Jonathan Demme, James Franco, Michael Glawogger, Romuald Karmakar, Shinya Tsukamoto, Pietro Marcello, Tomas Alfredson, Andrea Arnold, Steve McQueen, Sion Sono, Marjane Satrapi, Philippe Garrel, Chantal Akerman, Yorgos Lanthimos, Eran Kolirin. Sono alcuni dei (grandi) nomi che tra la Competizione ufficiale e la sezione Orizzonti dovrebbero far parte della prossima Mostra di Venezia, il cui programma sarà annunciato domani mattina. Fino a qualche mese si diceva sarebbe stata l'ultima Mostra di Marco Muller, ma negli ultimi tempi è diventata semplicemente l'ennesima, non certo l'ultima, da lui diretta. L'Italia dovrebbe esserci con i nuovi lavori di Crialese e del fumettista Gipi, e purtroppo anche con l'ultimo film di Cristina Comencini (naturalmente prodotto da Cattleya): solo la presenza di qualche buona vaccata, in fondo, rende veramente grande un festival. Staremo a vedere.
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