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mercoledì 11 gennaio 2012

J. Edgar per Doppiozero

Oggi è uscito su Doppiozero un mio pezzo su J. Edgar di Clint Eastwood: ho elaborato alcune cose scritte già qualche giorno fa, subito dopo aver visto il film. Per chi fosse ancora interessato trova il pezzo qui. E naturalmente, per chi non l'avesse ancora fatto, ne consiglio la visione: per quanto non sia perfetto, è di gran lunga la cosa migliore fatta negli ultimi anni da Eastwood. E in più, ai link che trovate qui sopra rimando ad alcune recensioni interessanti che ho letto in questi giorni.

venerdì 6 gennaio 2012

Rivelazione

Ieri ho scritto di J. Edgar e di quello che a mio parere è l'aspetto più interessante del film: la riflessione sul rapporto in democrazia tra dimensione pubblica e sfera privata. Sempre ieri sera, poi, ho visto alcuni episodi di Boss, serie tv sugli intrighi e sulle manovre politiche del potentissimo sindaco di Chicago Tom Kane. A un certo punto ho avuto una rivelazione, una scena di pochi minuti che conferma quanto ogni prodotto culturale non arrivi mai solo sulla scena, quanto sia figlio del proprio tempo e sappia dialogare in modo anche inconsapevole con opere coeve. Succede quando Kane e la moglie, una bellissima e perfida signora d'alta corte, discutono della figlia Emma, un'ex tossica diventata ministro protestante con la quale entrambi hanno chiuso i rapporti. Ecco cosa dice la donna al marito che vorrebbe tornare sui propri passi:
Credo che per conservare quello che abbiamo, abbiamo fatto una scelta. Una scelta che non ha niente a che vedere con queste sciocchezze sulle situazioni che cambiano. Abbiamo scelto di essere forti contro tutti gli istinti naturali e di allontanarci da nostra figlia. Mi ricordo che fosti molto chiaro con me sul perché tutto questo fosse necessario. Quindi non startene lì seduto a rimuginare su chissà quali pensieri. Abbiamo fatto una scelta. Ci siamo impegnati. Emma è un punto debole. Lo era prima e lo è adesso. Per la vita che abbiamo. Il suo comportamento era intollerabile. Andava eliminata. Questo non cambia. Non posso accettare questo cambiamento.
Boss, insomma, la consiglio vivamente, soprattutto per capire meglio il film di Eastwood. E da strenuo difensore del cinema e timido appassionato di serie tv, per accorgersi di quanto ormai le seconde godano di una compressione narrativa e una profondità immediata, senza simbolismi ma semplici rapporti umani, che il primo si sogna.

giovedì 5 gennaio 2012

Vita privata e gestione pubblica

Prime impressioni su J. Edgar, a mio parere il miglior film di Eastwood dai tempi di Lettere da Iwo Jima. Senza star lì a far classifiche o distinguo, mi sembra che questa volta, pur senza trovare il passo dolente dei suoi capolavori (e nonostante un make up ridicolo), Eastwood abbia realizzato un nuovo capitolo, in un certo senso definitivo, parlando di Hoover, della sua personalissima storia della violenza americana. Raccontando la biografia del cratore del FBI, Eastwood va all'origine della questione, alla nascita, cioè, del sistema di controllo e repressione della criminalità nella democrazia americana. Hoover, come personaggio pubblico, è dato quasi per scontato, come se tutti, spettatori stranieri compresi, fossero a conoscenza della sua ambiguità, del disonore caduto su di lui dopo la morte e del fatto che l'America si vergogni di aver consegnato così tanto potere nelle mani di un uomo così meschino. A Eastwood in realtà interessano due cose: la gestione dell'informazione legata alla violenza e alla repressione, con la voce over di Hoover che gestisce i continui salti temporali del racconto, dando la sua versione della storia, salvo poi essere sconfessato dal suo collega (e forse amante) Clyde Tolson, che lo accusa di aver preteso tutta la gloria per sé e aver distorto i fatti; e la confluenza tutta americana, meglio ancora hollywoodiana, tra privato e pubblico.

giovedì 7 aprile 2011

Cineforum 501

E' uscito in edicola il numero 501 di Cineforum, sul quale ho scritto un pezzo molto lungo su La donna che canta di Denis Villeneuve, sorta di elaborazione di quello che avevo già postato su questo blog. La cosa  interessante del numero, però, è lo speciale su Hereafter di Clint Eastwood, film sul quale la critica italiana ha a mio modesto parere perso completamente la bussola, qualificandolo come l'ennesimo capolavoro del regista per il semplice fatto di essere un nuovo film del regista. Lo speciale contiene riflessioni appassionate sul valore del film, ma registra anche una voce fuori dal coro, un testo che riflette proprio sull'accoglienza (a)critica che il film ha ricevuto: l'ha scritto Pier Maria Bocchi ed è possibile leggerlo direttamente qui. Ne condivido praticamente ogni parola, salvo il fatto che per quel che mi riguarda già in Invictus, e prima ancora nell'unanimemente elogiato Gran Torino,  avevo intravisto nel cinema di Eastwood i segnali di una certa debolezza, di una scarsa lucidità o più semplicemente di una comprensibilissima stanchezza. Invito a leggere il testo, che si chiama Il nuovo capolavoro di Clint Eastwood e parla soprattutto della mancanza di misura nell'uso di certe parole quando si vuole nascondere la pigrizia nel riflettere sulla reale natura delle cose.

lunedì 10 gennaio 2011

Lo schermo immaginario

Mi sono ripromesso di non parlare quasi mai di film, libri o dischi che non amo. La stroncatura negativa era lo sport preferito della critica fino a qualche anno fa e anche se oggi si pratica un po' meno, quella di demolire un film per il semplice piacere di distinguersi rimane una pratica soprattutto orale, specie se in coda pre-proiezione, tipo scena di Io & Annie, con il Fellini mancante di strutture coesive, il "grande tecnico del cinema" che diventa un autore indulgente, anzi "uno degli autori più indulgenti"... Ecco, per dire, quella cosa lì che Allen prendeva per i fondelli esiste ancora, ma più sovente, forse, esiste la sua controparte, vale a dire la lode a senso unico, l'esaltazione acritica del lavoro di un cineasta. Se penso ai film usciti in questi giorni, penso a Hereafter di Eastwood, che per me è un film decisamente mediocre, ma che per molti critici, pure per quelli bravi, è a tutti gli effetti un capolavoro. Perché è un film di Eastwood, naturalmente, mica per altro.