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lunedì 7 novembre 2011

Il re pallido (con la bandana)

Mentre oggi uscivano le ennesime ultime canzoni dei REM, facendo sempre più somigliare la fine di questo gruppo a quella del governo Berlusconi, annunciata secoli fa e ogni mattina provvista di un definitivo atto finale, qualcosa di più bello e sorprendente ha deciso di tornare dopo che anni fa aveva purtroppo deciso di andarsene per sempre. Sto parlando di David Foster Wallace, che come tutti sanno nel 2008 si suicidò per via di una depressione devastante, e che oggi torna in libreria con il suo ultimo romanzo Il re pallido, che Einaudi ha tradotto dopo l'uscita americana della scorsa primavera e che naturalmente è un'opera postuma, in odore di operazione commerciale, è ovvio, ma forse meno del solito, ché forse si tratta per davvero delle sole parti che lo scrittore aveva consegnato all'editore al momento della morte. Per celebrare l'evento e per riflettere su quello che probabilmente è il più grande scrittore americano dagli anni '80 in poi, Doppiozero oggi gli ha dedicato un bellissimo speciale, ricordando che certi ritorni, benché solo letterari, possono essere qualcosa più interessante di un presidente del consiglio che non si leva dalle palle o di una band che continua a tirar fuori canzoni dal cassetto mentre passa la ramazza prima di chiudere l'ufficio. Qui si trovano tutti i pezzi dello speciale (tra cui uno bellissimo di Bartezzaghi): sono tanti, sono lunghi e talvolta sono complessi. Ma sono appassionati e appassionati, ché la scrittura di Wallace per comprenderla devi amarla, altrimenti ti fermi alla prima pagina. E se per caso vuoi leggerla in lingua originale devi conoscerla perfettamente, ché io ci ho provato a farlo con The Pale King, ma con le mie conoscenze mi sono fermato solo un po' più in là della prima pagina. Ora aspetto il momento giusto e riprendo a legger, questa volta in italiano. Nel frattempo vado avanti a leggere lo speciale di Doppiozero.

martedì 18 ottobre 2011

Pezzo finale

Giusto per chiudere anche qui sopra e un discorso aperto da sempre e arrivato qualche settimana fa al capitolo finale, l'ultima canzone dei R.E.M., We All Go Back to Where We Belong, che oggi è comparsa in streaming su Rolling Stone, oltre ad avere un titolo un po' sciocco nella sua prevedibilità (ma la compilation definitiva è più sincera: un po' bugie, un po' cuore, un po' verità, un po' spazzatura), ribadisce che, insomma, forse è davvero meglio così, forse è meglio che l'avventura si concluda per davvero e non lasci ulteriori e inutile spoglie lungo il cammino. Non perché il pezzo sia brutto, anzi, ma perché quei fiati in sottofondo, quella chitarra strimpellata che di Peter Buck non ha nulla, tradiscono una matrice indie che i R.E.M. hanno certamente contribuito a creare, ma che per motivi anagrafici non hanno mai posseduto: sono arrivati prima, loro, e ai tempi in cui erano grandi il rock esisteva ancora come concetto esisteva, si poteva pensare di tradire i fan passando al grunge e di riconquistarli con l'amaro in bocca facendo poi retromarcia. Ora, invece (e la cosa non è necessariamente un male), i fan sono abituati a tutto, per cui non si stupiscono di niente, oppure sono spasmodicamente legati al passato, e allora non si accorgono di nulla, tanto lusingmaireligion la balliamo sempre e la cantiamo come se la conoscessimo solo noi. In ogni caso, quando non si sa più bene come fare le cose, oppure quando le si fa a caso, sparando nel mucchio e sperando nell'indulgenza, è meglio lasciar perdere e lasciare fare a chi dalla sua ha almeno l'età.

martedì 21 giugno 2011

OK Automatic Post

Va sempre più di moda rifare grandi album del passato, commemorazioni di anniversari o semplici attestati di stima. Quest'anno c'era già stata l'iniziativa di Bonnie Prince Billy che aveva coordinato il "ripensamento" di Seven Swans di Sufjan Stevens (ne avevo parlato qui), mentre tempo fa il sito di musica Stereogum ha rimesso in streaming e download i risultati di un'iniziativa piuttosto curiosa: chiedere a una serie di musicisti contemporanei di incidere cover di canzoni da grandi album del passato, in concomitanza di anniversari come decennali o quindicinali. E così ora sono rintracciabili gli album "ricreati" (bonus track comprese) di alcuni capolavori degli anni '90: hanno cominciato con i dieci anni da OK Computer dei Radiohead, poi hanno proseguito con i quindici per Automatic for the People dei REM  e infine è arrivata la commemorazione di  Post di Bjork. Tre album giganteschi, ciascuno a modo suo simbolo del decennio (soprattutto in vista di quello che sarebbe diventata la musica del Duemila), cantati da gente come i Dirty Projectors, Doveman, My Brightest Diamond, Meat Puppets, Shout Out Louds... Gruppi e musicisti non famosissimi, ma proprio per questo in grado di stravolgere gli originali quel tanto da rinnovarli e riscoprirne la grandezza. Non sempre i singoli pezzi sono entusiasmanti, ma aiutano a ripensare alla grandezza passata come modello per quella presente.

domenica 6 marzo 2011

Nuove uscite

Domani escono due album che si annunciano parecchio interessanti: Build a Rocket Boys degli Elbow, gruppo inglese famoso solo in patria, un po' pomposo ma l'unico in grado di raccogliere l'eredità di Peter Gabriel nel creare un pop complesso al limite tra orchestralità e sperimentazione, e Civilian del duo americano Wye Oak, lui con le chitarre sporche e profonde del post-rock e lei con una voce non originalissima, ma sofferta e incisiva, che nel lavoro precedente, il bellissimo The Knot, emergeva in maniera potente e vagamente retrò (e a vederla così, come qui sopra, sembra una bellezza fragile alla Suzanne Vega). Di entrambi i lavori si potevano già sentire i primi singoli tempo fa, qui per gli Elbow e qui per i Wye Oak. Poi domani esce anche Collapse Into Now dei REM, che a occhio, da ciò che si è sentito nei download gratuiti messi a disposizione dal gruppo sul sito ufficiale, sembra meglio degli ultimi album dalla band, per quanto decisamente rivolto al passato, ché tanto il futuro per loro non è più una palla di cannone accesa, anche se giornali e tv fanno finta che non sia così.