Giusto per chiudere anche qui sopra e un discorso aperto da sempre e arrivato qualche settimana fa al capitolo finale, l'ultima canzone dei R.E.M., We All Go Back to Where We Belong, che oggi è comparsa in streaming su Rolling Stone, oltre ad avere un titolo un po' sciocco nella sua prevedibilità (ma la compilation definitiva è più sincera: un po' bugie, un po' cuore, un po' verità, un po' spazzatura), ribadisce che, insomma, forse è davvero meglio così, forse è meglio che l'avventura si concluda per davvero e non lasci ulteriori e inutile spoglie lungo il cammino. Non perché il pezzo sia brutto, anzi, ma perché quei fiati in sottofondo, quella chitarra strimpellata che di Peter Buck non ha nulla, tradiscono una matrice indie che i R.E.M. hanno certamente contribuito a creare, ma che per motivi anagrafici non hanno mai posseduto: sono arrivati prima, loro, e ai tempi in cui erano grandi il rock esisteva ancora come concetto esisteva, si poteva pensare di tradire i fan passando al grunge e di riconquistarli con l'amaro in bocca facendo poi retromarcia. Ora, invece (e la cosa non è necessariamente un male), i fan sono abituati a tutto, per cui non si stupiscono di niente, oppure sono spasmodicamente legati al passato, e allora non si accorgono di nulla, tanto lusingmaireligion la balliamo sempre e la cantiamo come se la conoscessimo solo noi. In ogni caso, quando non si sa più bene come fare le cose, oppure quando le si fa a caso, sparando nel mucchio e sperando nell'indulgenza, è meglio lasciar perdere e lasciare fare a chi dalla sua ha almeno l'età.