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giovedì 28 luglio 2011

Venezia 68

Dunque era tutto vero: chi aveva anticipato il programma di Venezia (non io, ché ho solo riferito di cose trovate in rete, ma ad esempio Variety) non ha sbagliato niente. Nell'ultima-non-ultima mostra di Muller, tra concorso e fuori concorso, ci saranno: Tomas Alfredson, Andrea Arnold, Ami Canaan Mann, George Clooney, Emanuele Crialese, David Cronenberg, Abel Ferrara, William Friedkin, Philippe Garrel, Ann Hui, Eran Kolirin, Yorgos Lanthimos, Steve Mcqueen, Gipi, Roman Polanski, Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud, Aleksander Sokuro, Todd Solondz, Sion Sono, Te-Sheng Wei, Chantal Akerman, Todd Haynes, Al Pacino, Steven Soderbergh. Oltre naturalmente ai nomi di Orizzonti già annunciati ieri. Se andiamo a considerare che anche Locarno quest'anno sembra avere un ottimo programma e che quella di Cannes da poco conclusa è stata un'edizione molto buona, allora possiamo pensare che questa del 2011 è un'ottima annata per il cinema d'autore. Amen.

lunedì 23 maggio 2011

Ripetere sulla differenza

Sembra che il verdetto di Cannes, che ieri sera ha premiato Malick, i Dardenne, Nuri Beige Ceylan, Refn e l'attrice-regista Maiwenn, abbia scatenato, tra commenti su Facebook e interventi più ragionati, una polemica tra i sostenitori del cinema d'autore e gli amanti del cinema commerciale, specializzati nella distruzione dei grandi maestri. Roba da giornali, o da editoriali come quello linkato di Roy Menarini (condivisibile, certo, ma pure scontato). Perché in fondo a Cannes hanno vinto sì autori nel vecchio senso della parola - cioè gente che fa cinema ragionato, complesso, in una parola (nel bene e nel male) artistico - ma pure un cinefilo come Refn, che ha la passione per il cinema di genere e usa la violenza per interrogare l'immaginario cinematografico contemporaneo. E sempre a Cannes, chi ha detestato The Tree of Life ha pure criticato Drive (così come può averli amati entrambi), senza per questo pensare che Malick sia un babucco da mandare in pensione o Refn un furbone che finge di non sapere quello che fa. In un certo senso potrebbe essere vero per entrambi: Malick è un regista al capolinea, avviluppato sulle sue ossessioni e prigioniero di uno stile usurato in quanto canone visivo, e Refn un giovane regista a cui piace giocare facile. I loro due film sono al tempo stesso bellissimi e insopportabili, entrambi emblemi di un'immobilità che il cinema sta vivendo come una condanna che non riesce a risolvere. E nella quale, in fondo, non si trova poi così male, chiuso su stesso ma capace ancora di grandi acuti.

domenica 22 maggio 2011

Libertà e liberazione

Ne hanno parlato in tanti e ora mi aggiungo anch'io, per quanto dire cose non risapute o scontate sia abbastanza difficile. Il fatto è noto: durante la conferenza stampa di Melancholia, Von Trier ha fatto Von Trier e le ha sparate grosse sulla sua empatia per Hitler e su una sua ideale vicinanza al nazismo dopo aver scoperto di avere origini tedesche. Dichiarazioni stupide, alle quale il Festival ha reagito chiedendo pubblicamente le scuse del regista. Quando le ha ottenute, però, ha deciso di andare oltre dichiarando Von Trier “persona non grata” e cacciandolo dalla manifestazione. In pratica un macigno sulla carriera del regista e soprattutto un mezzo passo falso in quella difesa della libertà d’espressione più volte evocata ricordando Panahi e la sua condanna a sei anni per reati d’opinione. Se infatti è lampante l’infamia delle parole di Von Trier, lo è altrettanto la loro stupidità: gonfiarle a tal punto mi sembra un po’ eccessivo. A meno, forse, di non considerare la sensibilità con cui la società francese ancora oggi affronta l’Olocausto (e questo me l'ha confermato un amico francese che era lì a Cannes e che di cognome fa Dreyfuss...) o più ancora, trattandosi di un festival del cinema, la prevenzione morale con cui il cinema e l’arte in generale ne parlano.

sabato 21 maggio 2011

Cannes 64 - Cinema della modernità

Torno dopo un giorno di assenza per parlare di Cannes e nello specifico di Drive di Nicholas Winding Refn, che è stato forse il film più apprezzato dalla critica italiana (l'unica che conosco bene e in parte frequento):  un noir ambientato a Los Angeles con protagonista uno stuntmen che lavora come autista per la malavita. Vista la trama, cita naturalmente i classici postmoderni del genere, con Mann e Friedkin su tutti, e lo fa piuttosto bene, senza essere derivativo e senza sembrare pretestuoso, trasmettendo, anche grazie alla recitazione stupefatta e ironica di Ryan Gosling, l'energia distruttiva ed elegiaca di decine e decine di modelli cinematografici. Refn, inoltre, ha un senso dell'inquadratura notevole e soprattutto nei campi-controcampi (che sono la base del cinema classico) sa dislocare le figure in modo tale da creare legami primi di tutto visivi e solo in un secondo momento narrativi. Il film è bello, insomma, ma quello che convince meno è l'uso eccessivo che fa del ralenti e della musica eighties, dando vita a scene dilatate in cui i personaggi danzano in modo cadenzato e trasmettono un sentore di perdizione e malinconia che suona un po' come un ricatto estetico. I difensori dicono che per questo motivo, per la stilizzazione e per la libertà con cui sceglie le musiche, non si può non amare un film come Drive. Ma per lo stesso motivo si potrebbe dire esattamente il contrario, sospettando della presunta ingenuità cinefila di Refn e convincendosi della calcolata magnificenza plastica dello stile. Un po' come per Sorrentino, il cui This Must Be the Place è di parecchio inferiore a Drive ma ugualmente costruito su una ricercatezza stilistica che unisce lo stupore europeo per l'iconografia americana (in questo caso il paesaggio e non il cinema di genere) e la fa riverbare all'infinito attraverso il ralenti e il rimando musicale immediato (Arvo Part e Riceboy Sleeps). E' tutto cinema della modernità, dunque interessante e coinvolgente, ma pure cinema parecchio furbo. E quindi un po' di sospetto me lo mette (anche se magari poi su Drive cambio parere, non so).

giovedì 19 maggio 2011

Cannes 64 - Lo spazio bianco

La piel que abito, che è un film un po’ bloccato, un giallo senza forza con una trama come al solito avviluppata su stessa, con le scritte SEI ANNI FA, DUE MESI DOPO, RITORNO AL PRESENTE belle grosse e contornate di bianco, è a mio modo di vedere il lavoro in cui Almodóvar ha più saputo andare a fondo delle sue ossessioni sul corpo e sulla sessualità come possessione. Come sempre succede in un cinema dove ogni personaggio non è mai ciò che crede di essere e infinte madri di infiniti figli vivono relazioni di inconsapevole prossimità, si tratta di una storia di appropriazione dell’identità altrui, di manipolazione e di desideri egotici: questa volta, però, letteralmente tagliata sulla pelle dei protagonisti, guidata da un chirurgo folle e visionario che non a caso è un personaggio superficiale, il cui dolore viene solo mostrato e mai approfondito, in quanto capace solamente di vivere attraverso gli altri. O meglio, attraverso il corpo degli altri, da guardare, vegliare, ricostruire, sovrapporre. L’ossessione necrofila di tutto il cinema di Almodóvar, che in Parla con me toccava vette sublimi, qui si contamina con la tentazione della mutazione corporea, della possessione fisica come desiderio solipsistico e soprattutto dimostra quanto per il regista spagnolo il cinema sia in fondo una battaglia rivolta contro se stessi, contro il proprio potere di costruire personaggi, di giocare con la loro psiche e il loro corpo. Almodóvar però – e purtroppo – non è Cronenberg e quando il suo film potrebbe sfociare nell’orrore, naturalmente vira verso il melodramma familiare, con i soliti incroci di sangue e vendette e pure con meno convinzione del solito, meno estro nello stile e un po’ di impaccio nelle scene d’azione e in quelle venate d’ironia. Ne viene fuori un film sbagliato ma proprio per questo affascinante; una pagina così colma di notazioni, fobie, derive autoriali da diventare uno spazio bianco su cui magari ricominciare a scrivere.

mercoledì 18 maggio 2011

La donna e' il futuro dell'uomo

La grazia e la natura. I due poli attorno a cui e' costruito The Tree of Life sono anche alla base di Melancholia di Lars Von Trier, presentato oggi in concorso. Due donne, una biona e una bruna, si prendono ciascuna una parte di film, la prima con il suo disastroso matrimonio, la sua depressione, il suo sguardo perduto e distruttivo, e la seconda con la sua fobia per un pianeta che orbita vicino alla Terra e rischia di impatterle contro. La prima colpita da una pioggia di petali e l'altra da una cascate di grandine: e via con i simbolismi e i rimandi reciproci tra le due idee di donna che Von Trier ha in testa. Quello che succede, poi, non lo dico ma potrei anche farlo, visto che all'inzio del film ci sono cinque minuti di tableau vivant accompagnati dalla musica di Mahler (o almeno credo sia Mahler) in cui viene anticipato tutto cio' che avverra', con i personaggi plastici come figurine e il tono della fotografia a ricreare (con tanto di citazione) i quadri di Bruegel. Il film va poi dritto fino alla fine, con il passo sicuro e con la sua tesi in un certo senso sorella di quella di Antichrist: e cioe' che la donna e' il futuro dell'uomo, finalmente spiegandoci il senso del titolo di un film di Hong Sangsoo presentato proprio qui a Cannes cinque o sei anni fa. Von Trier e' di una coerenza preoccupante, ossessionato dalla persecuzione tra i sessi e divertito dai suoi giochi al massacro, per quanto qui non piu' sessisti ma universali, addirittura cosmici. Poi come per Malick se ne tornera' sicuramente a parlare, ma a differenza di The Tree of Life per ora Malincholia non sta generando catene di pensieri che in un modo o nell'altro ne rivalutano il risultato.

L'uomo del presente

L'ultimo film di Aki Kaurismaki, il bellissimo Le Havre, Palma d'oro auspicati praticamente da ciascun spettatore uscito dalla proiezione di ieri, fa capire che la grandezza di un regista consiste principalmente nella sua capacita' di rendere credibile il suo mondo. E in questo Kauriskmaki non lo batte proprio nessuno. Il suo mondo e' popolato, come dice la moglie del protagonista del film, da adulti che in realta' sono dei bambinoni, da alieni umani che un loro posto sulla terra hanno saputo ritagliarselo per quanto piccolo e misero. L'alieno di Le Havre e' buono e cocciuto, come in fondo tutti i bambini, orgoglioso e preciso, capace di buone azioni e dalla dignita' infinita. Se in un altro capolavoro di Kaurismaki, L'uomo senza passato, il personaggio non esisteva, era senza memoria e senza percezione del tempo, in Le Havre il personaggio c'e' ed e' presente a se stesso e al suo tempo: mostra continuamente i suoi documenti, dichiara il proprio nome, compie azioni morali con il candore di chi sa di essere nel giusto. Perche' nella vita non c'e' altro da fare. Punto. Il mondo di Kaurismaki e' frontale e preciso, le olive dell'aperitivo sono poche e il bianchino piccolo piccolo, ma il cuore e' grande, l'amore pure e la facilita' con cui si compiono buone azioni immediata. Tutto troppo semplice e banale? No. Perche' Kaurismaki lo rende credibile, giusto, universale. E trova il modo di infilare battute da applausi (e decisamente applaudite) e un'aria per niente malinconica, ma solo tenera e delicata, che ricorda il cinema francese del fronte popolare. Chapeau!

martedì 17 maggio 2011

Frankly Mr. Malick

Le cose che mi sono piaciute in The Tree of Life di Malick: tutta la parte ambientata negli anni '50, con l'infanzia dei tre bambini e la rigida educazione del padre; la macchina da presa che come sempre svolazza e insegue i personaggi, ne coglie lo stato di grazia e la leggerezza della presenza nel mondo; alcuni momenti straordinari, di puro cinema della luce e del movimento, sempre ambientati attorno alla casa della famiglia protagonista o lungo il fiume nei boschi; la narrazione che procede per accumulo di scene, che non racconta ma ammucchia frammenti, vivendo dell'idea di superare metafisicamente la realta' che mette in scena; l'idea generale del film, per quanto non nuova, e cioe' lo scontro tra grazia e natura, con la prima fragile e la seconda inflessibile. In un certo senso mi e' pure piaciuto l'ipnotico viaggio a ritroso alle origini del mondo e poi il nuovo inizio, una specie di delirio kubrickiano, anche se troppo simile a un campionario visivo della National Geographic e dopo un quarto d'ora gia' da orticaria.

lunedì 16 maggio 2011

Paura e libertà

Lo scorso anno ho parlato quasi solamente di film che non mi erano piaciuti, film brutti, vecchi, stanchi o sbagliati. Quest'anno, invece, essendo il festival migliorato, parlo solo di roba bella. Come i due americani visti ieri, Take Shelter e Martha Marcy May Marlene, un'opera seconda e un'opera prima di due autori, Jeff Nichols e Sean Durkin, dal futuro promettente. Due film che affrontano questioni legate alla contemporaneità e alle sue derive, tra il genere e il soggettismo come solo certi americani sanno fare, nel bene e nel male. Il primo affronta i traumi causati dall'ideologia della paura attraverso il delirio paranoico di un uomo ossessionato dagli urugani: è un'opera controllata, in bilico tra la follia e la razionalità, cosi come tra la narrazione libera e la forma racconto. Potrebbe essere un horror, un film catastrofico, la storia di una coppia che vede minacciata la propria stabilità, la discesa di un uomo nella schizofrenia. Non è niente di tutto ciò perché trattiene le emozioni, la paura e lo squilibrio mentale e trasforma la realtà messa in scena in un vicolo cieco dentro cui ogni personaggio vive imprigionato. Come sempre, poi (e come in Restless di Van Sant) la salvezza passa per un rifugio chiuso, per una luce che non risolve ma aiuta a sopportare.

domenica 15 maggio 2011

Il cuore del cinema

Ci sono cose che solamente certi registi riescono a fare. E che di conseguenza divengono caratteristiche del cinema di quei registi. Se uno guarda la filmografia dei Dardenne vede per la maggior parte dei ragazzini, degli adolescenti, dei figli che si muovono in motorino o in bicicletta. è la loro presenza sulla scena, lo squarcio che aprono nello schermo per smettere di essere personaggi e diventare riflessi di una condizione esistenziale assoluta. I figli dei Dardenne sono i figli del mondo, abbandonati a loro stessi. Ed è così anche per il loro ultimo Le gamin au vélo, presentato ieri in concorso. Un film pulito, quasi classico nella sua precisione, dove i Dardenne abbandonano il nervosismo della macchina a mano che li ha resi celebri e proseguono nel cammino di progressiva astrazione del loro cinema (oltre le motivazioni sociologiche al dolore che raccontano) già intrapreso con Il matrimonio di Lorna. Ma Le gamin au vélo funziona meglio del film precedente, è più lucido, più rapido, ha una prima parte fatta di scene collegate in modo straordinario dal montaggio che costruisce progressivamente, scena per scena, la condizione di vita di un bambino abbandonato dal padre. A parte qualche passaggio a vuoto nella sceneggiatura, il film sembra interessato solo al suo protagonista, come se ogni aspetto del racconto fosse un passaggio obbligato, una tappa della sua maturazione. Per questo ha quasi una struttura biblica, essenziale e potente e alcuni momenti scioccanti – come quando il bambino si ferisce a forza di graffi – che fanno pensare come proprio attraverso il corpo e la performance dei loro attori i Dardenne raggiungono ancora, film dopo film, il cuore di un cinema mai così vicino al cuore della vita.

sabato 14 maggio 2011

Di parole e di prigioni

Ieri per tutto il giorno il blog non ha funzionato e per molte ore non si potevano vedere i due post scritti da Cannes tra mercoledì e giovedì. Ora è tornato tutto a posto (e io, come milioni di altri utenti di Blogspot, non so cosa sia successo), per cui riprendo a scrivere. Mi scuso solo con Chiara che aveva postato un commento al post sul film di Woody Allen, ora sparito senza ragione.

Comunque, riprendendo il filo... Per ora non è un brutto festival. E rispetto all'anno passato ha una qualità media (andando a naso) decisamente più alta. E se ad esempio non sono all'altezza del concorso il francese Polisse, una copia malandata di Legge 627 di Tavernier, con al massimo qualche bella scena da commedia acida, e l'autraliano Sleeping Beauty, incomprensibile saggio sulla banalità della bellezza tra Kubrick e Lynch, lo è a tutti gli effetti (e complimenti chi ha avuto il coraggio di mettercelo) un film sorprendente come Footnote di Joseph Cedar, storia dell’invidia e dello scontro tra un padre e un figlio entrambi filologi del Talmud, divisi dal successo del più giovane e dal risentimento del più vecchio. Con molti punti di contatto con Habemus Papam (che contribuisce ad alzare il livello della competizione), il film è una riflessione in pura comicità ebraica - cioè feroce, suicida e vagamente sinistra - sul potere e sul successo, sul talento e la rivalsa tra vecchi e giovani.

mercoledì 11 maggio 2011

Il sonno delle illusioni

Se solo Woody Allen avesse ancora la voglia, o magari la capacità, chissà, di girare come un tempo, fluido e composto, elegante e leggero, il suo Midnight in Paris che ha aperto il Festival di Cannes sarebbe un film bellissimo. Perché è sì un po’ svaccato come ormai sono i film di Allen da anni a questa parte, ma al tempo stesso ha una malinconia sincera e dolcemente disperata che commuove. E soprattutto mi sembra un film in linea coi tempi, con la continua riflessione sulla fascinazione del passato di cui parlavo ieri a proposito di Mildred Pierce e che in questi ultimi tempi, grazie soprattutto all’ambiguo fascino vintage di Mad Men, è diventata un rifugio per il cinema contemporaneo. Allen non ha certo la complessità estetica di Solondz, ma i suoi personaggi perduti tra Picasso e Gertrude Stein, Hemingway e Fitzgerald, Degas e Gauguin, hanno la tristezza delle illusioni, la consapevolezza che il sentimento dell’amore è universale ma la vita no, la vita si vive nel presente e il cinema può solo sfiorarla. Niente di trascendentale, intendiamoci, e Allen potrebbe andare molto più a fondo di quello che fa, oltre le macchiette di personaggi famosi riportati in vita dal suo sogno parigino (a me ha fatto morir dal ridere Adrien Brody che fa Dali e la faccia di Bunuel quando il protagonista, che viene dal futuri, gli suggerisce la trama dell’Angelo sterminatore). Questa volta, però, sono propenso a perdonarlo: perché si rifugia in un sogno di liberazione dal presente che appartiene al cinema tutto, e non solo a lui. E diversamente da quanto potrebbe sembrare non è un sonno piacevole quello che ha deciso di dormire nella sua età che porta alla morte.

martedì 19 aprile 2011

Cannes 64 - Quinzaine des réalisateurs

Dopo il programma della Selezione ufficiale di giovedì scorso e dopo quello della Semaine de la critique di ieri, oggi è stato finalmente completato il programma di Cannes 2011 con la selezione della Quinzaine des réalisateurs. Qui si può leggere la lista completa dei ventuno lungometraggi in competizione, dei corti e delle proiezioni speciali. La Quinzaine dell'anno passato, sotto la direzione dell'esordiente Frédéric Boyer, salvo qualche eccezione era stata orribile: quindi si può solo fare meglio. Purtroppo tra gli italiani c'è solo la già annunciata Alice Rohrwacher, mentre mancano i gemelli De Serio, dati per probabili fino all'ultimo con il loro primo - e a quanto pare bellissimo - lungo Sette opere di misericordia. Peccato.

giovedì 14 aprile 2011

Cannes 64

Sul sito ufficiale del Festival di Cannes è appena uscito il comunicato stampa con il programma della prossima edizione, che si terrà dall'11 al 12 maggio. Lo si può scaricare qui. Le voci che si rincorrevano da mesi su un cartellone d'alto profilo, dopo la deludente edizione dell'anno passato, a quanto pare sono state abbastanza confermate. Tra gli autori in gara: Von Trier, Dardenne, Almodovar, Kaurismaki, gli annunciatissimi Sorrentino e Moretti e Malick, più una serie di nomi sicuri come Kawase, Refn e Nuri Bilge Ceylan. Al Certain Regard, invece, oltre a Van Sant, annunciato ieri, anche Dumont, Hong Sangsoo, Eric Khoo, Kim Kiduk. In generale nomi non nuovissimi, forse, e pure un po' usurati, ma senza dubbio di livello: Cannes sta diventando questa roba qui. Ora aspettiamo martedì prossimo per avere il programma della Quinzaine.