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lunedì 23 maggio 2011

Ripetere sulla differenza

Sembra che il verdetto di Cannes, che ieri sera ha premiato Malick, i Dardenne, Nuri Beige Ceylan, Refn e l'attrice-regista Maiwenn, abbia scatenato, tra commenti su Facebook e interventi più ragionati, una polemica tra i sostenitori del cinema d'autore e gli amanti del cinema commerciale, specializzati nella distruzione dei grandi maestri. Roba da giornali, o da editoriali come quello linkato di Roy Menarini (condivisibile, certo, ma pure scontato). Perché in fondo a Cannes hanno vinto sì autori nel vecchio senso della parola - cioè gente che fa cinema ragionato, complesso, in una parola (nel bene e nel male) artistico - ma pure un cinefilo come Refn, che ha la passione per il cinema di genere e usa la violenza per interrogare l'immaginario cinematografico contemporaneo. E sempre a Cannes, chi ha detestato The Tree of Life ha pure criticato Drive (così come può averli amati entrambi), senza per questo pensare che Malick sia un babucco da mandare in pensione o Refn un furbone che finge di non sapere quello che fa. In un certo senso potrebbe essere vero per entrambi: Malick è un regista al capolinea, avviluppato sulle sue ossessioni e prigioniero di uno stile usurato in quanto canone visivo, e Refn un giovane regista a cui piace giocare facile. I loro due film sono al tempo stesso bellissimi e insopportabili, entrambi emblemi di un'immobilità che il cinema sta vivendo come una condanna che non riesce a risolvere. E nella quale, in fondo, non si trova poi così male, chiuso su stesso ma capace ancora di grandi acuti.

mercoledì 6 ottobre 2010

Anticipazioni e inutilità varie

Domani mattina verranno annunciati il Premio Nobel per la letteratura e il programma della Festival di Roma. Non che i due eventi abbiano qualcosa in comune o la stessa importanza, ma da qualche giorno sulla rete è un gran fioccare di ipotesi, previsioni e pezzi arrischiati. Qui, per esempio, Il post prova a tirare le fila delle quotazioni degli scommettitori, i quali danno per favorito il poeta svedese Tomas Tranströmer, su cui ammetto tutta la mia ignoranza, e includono pure gente nota come Murakami, Pynchon o McCarthy, escludendo per una volta Roth, ché tanto si è capito che non lo vincerà mai sto Nobel e allora tanto vale mettersi l'anima in pace. Un'esclusione, stando a quanto si legge qui, è pure quella che brucia di più al festival di Roma, dove nemmeno questa volta comparirà Tree of Life di Malick, che ormai è il magico tricorno del cinema contemporaneo, il film sognato fantastico inesistente che probabilmente non è mai stato girato oppure chi vi ha lavorato è stato ucciso perché non ne parlasse e non dicesse quando cacchio uscirà.