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mercoledì 30 gennaio 2013

Anche troppo

E' uscito Lincoln, ne hanno scritto in parecchi, in America si stracciano le vesti da mesi, tra un po' c'è l'Oscar e qualcosa a casa se lo porta di sicuro, magari non il miglior film, ma la regia e Day Lewis è molto probabile di sì. Non c'è che dire: come operazione commerciale e artistica Lincoln è perfetto, è esattamente il film adatto per i nostri tempi, che rilegge la politica del passato proiettandola sul presente, che testimonia una delle ansie della cultura contemporanea, quella cioè di confrontarsi con il potere e sfidarne la forza di persuasione (Zero Dark Thirty, certamente, ma anche le riflessioni di McEwan in Miele), che regala l'ennesima parte della vita all'unico attore misterioso e misterico rimasto sulla piazza, quello che se c'è lui allora il film è già di per sé un tour de force e una cosa da non credere. Soprattutto, Lincoln è diretto da uno dei pochissimi autori che oggi può permettersi di fare il serio (anzi, quasi il barbogio, vista la verbosità dell'operazione), il simbolico, il retorico, l'eccessivo - e per di più stavolta senza un briciolo di ironia, che sarebbe stata fuori luogo - senza per questo venir accusato di seriosità, simbolismo, retorica, mancanza di ironia, visto che viviamo il tempo della continua riscoperta e rivalutazione, anche quando le cose sono state riscoperte e rivalutate anni fa, e dunque ancora oggi c'è gente che crede ci sia qualcuno, chissà dove e chissà come, convinto che Spielberg sia solamente quello dei giochini, e quindi uno da difendere coi denti e con le unghie, uno la cui importanza è sempre da ribadire e rivendicare, uno che a ogni film è una continua sorpresa, visto che ora parla di Guerra civile e di schiavitù, di Obama e di retorica dell'unione, mentre prima faceva solo cazzare alla Hook, e non si fosse mai soffermato a contemplare le rose del capitano Miller.

mercoledì 4 aprile 2012

Il tempo di un sentimento

Oggi è uscito su Doppiozero un mio pezzo che è in parte la rielaborazione di una cosa che avevo già scritto per Filmidee. E' dedicato al tema del tempo, del passato, della memoria, e parla di orologi, di cinema muto, di automi, di Scorsese, Coppola e anche di due film poco noti, ma bellissimi e a loro modo simili, come Independencia di Raya Martin e Tabu di Miguel Gomes. Si chiama Il tempo di un sentimento, lo potete trovare qui oppure leggerlo qui sotto. Buona lettura, se vi va, come sempre.

Oltre le lancette ferme dell’orologio di Ritorno al futuro, oltre l’ingranaggio bloccato nella torre di Mister Hula Hoop, il tempo materiale, manipolato e rievocato nei film di Zemeckis e dei Coen, è ancora oggi una presenza concreta di tanto cinema contemporaneo. Scorre all’indietro nella stazione di New Orleans di Il curioso caso di Benjamin Button, impone il proprio passo moltiplicato per cinque in Twixt di Coppola, vaga fluido per le decadi in Midnight in Paris di Allen, e in Hugo Cabret di Scorsese, con la sovrapposizione tra Harold Lloyd e il piccolo orfano appeso alle lancette di un quadrante, rimane l’unico appiglio a cui aggrapparsi prima della caduta.

Tra ricordi di traumi familiari, invenzione della nostalgia e desideri di purezza (con il discutibile The Artist che si porta a casa gli Oscar migliori), il contemporaneo sentimento del tempo si è trasformato nell’evocazione del tempo di un sentimento: quello, cioè, che lega gli autori alla loro storia personale, tra i traumi autobiografici di Coppola e i legami cinefili di Scorsese, e il cinema alla propria storia, a quel ’900 le cui tragedie ha testimoniato e spesso evitato di raccontare. L’automa di Hugo Cabret, in fondo, muto e impassibile come in Metropolis, si impone in chiusura come presenza inquietante, congedando lo spettatore con un sguardo inespressivo che ricorda l’incapacità del cinema di comprendere gli orrori della realtà. Scorsese ha il torto di non approfondire l’intuizione, ma nel suo film si dice che la magia di Méliès è stata superata dall’arrivo della Prima guerra mondiale e il materiale d’archivio che si vede per un brave momento, con quei soldati in marcia ripresi a colori, squarcia il velo su un mondo di fantasmi, illustra il cinema come una macchina che riprende la morte in diretta.

sabato 18 febbraio 2012

Spudoratezza del cuore, pudore della morte

War Horse di Spielberg, che è uscito ieri nelle sale italiane, è un film decisamente inattuale: un drammone anni '50, pomposo e magniloquente, con diverse pause intimiste e silenziose; un racconto di guerra, questa volta la Prima, da una prospettiva privata, che per il regista di Salvate il soldato Ryan significa inscenare lo sfaldamento di una famiglia e la sua lotta per sopravvivere al vento della Storia. Il trauma della separazione è ancora il tema centrale di Spielberg e il ritorno a casa la forma di narrazione naturale. In War Horse c'è un animale magnifico, che sa correre e tirare come nessun altro animale costretto alla guerra, e tanti figli e fratelli e orfani e nonni amorevoli e soldati pietosi che se lo scambiano di mano e lo perdono, lo comprano e lo cedono, ogni volta sacrificando un po' del loro amore: una catena ripetitiva e circolare con cui Spielberg riprende gli schemi del cinema classico, le ripetizioni, le risoluzioni, gli strappi e la riconferma dell'ordine di partenza. Il tutto in due ore e passa di film prevedibile eppure magnetico, con un finale che rappresenta uno dei momenti più eccessivi del suo cinema, un omaggio a John Ford che richiama I cavalieri del Nord Ovest nei colori e Sentieri selvaggi nella raffigurazione del ritorno a casa. La differenza sta nel fatto che per Spielberg una casa pronta ad accogliere l'eroe alla fine della strada c'è sempre e un modo per comunicare - un telefono o un richiamo per cavalli - pure. Semmai ho qualche dubbio sull'opportunità di aggredire l'iconografia del paesaggio europeo con colori così spropositati e violenti da essere affascinanti: una scelta spudorata tanto coraggiosa quanto irritante, che contraddice il pudore dell'intero film, con la morte lasciata fuori campo e la presenza di ciò che resta (i cavalli senza cavalieri, come ai tempi di La guerra dei mondi i vestiti sugli alberi) a ribadirne l'oscenità.

domenica 17 luglio 2011

Hugo

A conferma che Scorsese si è forse bevuto il cervello, oppure ha deciso di affidare al documentario la sua passione per il cinema d'assalto (vedi ad esempio Public Speaking, ritratto di Fran Leibowitz prodotto dalla HBO), lasciando alla finzione il desiderio di godersi una vecchiaia d'oro, il trailer del suo nuovo film in 3D Hugo, tratto dal romanzo per bambini The Invention of Hugo Cabret di Brian Selznick (Scorsese che gira un film in 3D per bambini? Ma dai...), non fa esattamente sperare in un'opera degna del suo passato di grande sperimentatore del racconto hollywoodiano e della sua continua ridefinizione attraverso il cinema della modernità. La cosa che colpisce è che sembra a un robetta alla Spielberg (Scorsese che gira un film come Spielberg? Ma dai...), o peggio ancora a un qualsiasi blockbuster infantile, tutto blu digitale e oscurità pixelate. Ché se poi certe cose le fa Zemeckis, al massimo c'è chi si esalta e c'è chi dice che palle Zemeckis: ma se le fa Scorsese sono solo mazzate. Poi magari mi sbaglio e il film sarà bellissimo (e allora sarò felice di pentirmi di quello che scrivo). Poi magari il trailer è spielberghiano e tutto il resto visto nel suo insieme no. Poi magari dal prossimo lavoro Martin ritorna quello di una volta. Poi magari capiremo che questo lavorare sulle forme del (non)racconto contemporaneo significa proprio adattare il cinema classico alla modernità. Poi magari sia Hugo che War Horse, il nuovo Spielberg in arrivo anch'esso a fine anno e pure lui in odore di puttanata, saranno bellissimi. Poi magari tutto torna come un tempo. Ma a occhio direi che è un po' difficile.