War Horse di Spielberg, che è uscito ieri nelle sale italiane, è un film decisamente inattuale: un drammone anni '50, pomposo e magniloquente, con diverse pause intimiste e silenziose; un racconto di guerra, questa volta la Prima, da una prospettiva privata, che per il regista di Salvate il soldato Ryan significa inscenare lo sfaldamento di una famiglia e la sua lotta per sopravvivere al vento della Storia. Il trauma della separazione è ancora il tema centrale di Spielberg e il ritorno a casa la forma di narrazione naturale. In War Horse c'è un animale magnifico, che sa correre e tirare come nessun altro animale costretto alla guerra, e tanti figli e fratelli e orfani e nonni amorevoli e soldati pietosi che se lo scambiano di mano e lo perdono, lo comprano e lo cedono, ogni volta sacrificando un po' del loro amore: una catena ripetitiva e circolare con cui Spielberg riprende gli schemi del cinema classico, le ripetizioni, le risoluzioni, gli strappi e la riconferma dell'ordine di partenza. Il tutto in due ore e passa di film prevedibile eppure magnetico, con un finale che rappresenta uno dei momenti più eccessivi del suo cinema, un omaggio a John Ford che richiama I cavalieri del Nord Ovest nei colori e Sentieri selvaggi nella raffigurazione del ritorno a casa. La differenza sta nel fatto che per Spielberg una casa pronta ad accogliere l'eroe alla fine della strada c'è sempre e un modo per comunicare - un telefono o un richiamo per cavalli - pure. Semmai ho qualche dubbio sull'opportunità di aggredire l'iconografia del paesaggio europeo con colori così spropositati e violenti da essere affascinanti: una scelta spudorata tanto coraggiosa quanto irritante, che contraddice il pudore dell'intero film, con la morte lasciata fuori campo e la presenza di ciò che resta (i cavalli senza cavalieri, come ai tempi di La guerra dei mondi i vestiti sugli alberi) a ribadirne l'oscenità.
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sabato 18 febbraio 2012
lunedì 14 marzo 2011
Prima e dopo
Continuo a guardare filmati dal terremoto giapponese e di conseguenza a farmi domande sul perché non riesca a smettere. La più ovvia riguarda il fascino che tutta quella devastazione racchiude, l'orrore che risplende e le reminiscenze da cinema catastrofico che evoca: ma non c'è risposta al fascino dell'orrore, solo un'impotenza innamorata e colpevole. Semmai, provo a dare una risposta all'ossessione del prima e dopo che vedo nelle gallerie di Repubblica. Questo è quello che c'era prima, questo quello che c'è ora; là dove c'era l'erba, ora c'è il fango, là dove c'era una città, magari tra qualche anno, bonificato il terreno, ci sarà di nuovo l'erba. In mezzo, tra le foto del prima e quelle del dopo, l'immagine mancante, l'immagine che continuiamo a vedere e cercare, quella che cattura il momento dell'arrivo dell'onda e provoca uno shock dell'anima prima che degli occhi. So bene cosa manca lì in mezzo per rendermi soddisfatto fino in fondo; so bene che tutto ciò che ho visto fino a ora è il riflesso di un'assenza, di un rimosso. So bene che se tra il prima e il dopo vedessi delle persone travolte dall'onda, assaporando così il gusto della morte in diretta, la mia bulimia da immagini sarebbe appagata. Le immagini del prima e del dopo aggirano questo folle desiderio, lo evocano senza chiamarlo direttamente in causa. Lo dice anche Roth in Il complotto contro l'America, che sono i vestiti abbandonati nelle case, le valigie dimenticate sul selciato della stazione, a dare il senso di un olocausto. E lo fa vedere Spielberg in La guerra dei mondi, che sono ancora i vestiti lasciati a colare sugli alberi, segno fisico di una morte che ha cancellato il corpo, a racchiudere l'orrore della sparizione. Qui siamo alle prese con lo stesso sentimento: una sparizione che sta tra un prima e un dopo, che vediamo e continuiamo a vedere, ma che non finirà mai di affamarci fino a quando non vedremo per davvero quei cadaveri sulle spiagge.
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