Michele Serra ha parlato male di Twitter. Ha scritto che gli fa schifo. Un sacco di gente s'è incazzata. Così tanto che Repubblica ha messo su un boxino in cui Serra rispiega la sua posizione in un video (perché, poi, un video debba essere più chiaro di un articolo non saprei...). Qualche giorno fa Jonathan Franzen ha parlato male di Facebook, e di rimando pure di Twitter. In generale dei social network, che a lui sembrano brutti e inutili. Parese suo. Facebook delle parole di Franzen non se ne è nemmeno accorto: essendo un mezzo autenticamente popolare non ha bisogno di erigersi in propria difesa. Due o tre anni fa sarebbe andata diversamente, ma da quando abbiamo saputo quanto Zuckerberg possa essere stronzo, nessuno più fiata. Si posta e basta. Con Twitter invece no. Twitter è elitario, esclusivo, mette in vetrina rispetto al mondo, la regola è far vedere di seguire pochissima gente ed essere seguiti da una moltitudine. Twitter fa bene, dicono. Per cui non va toccato. Twitter siamo noi e nessuno si avvicini senza saperlo. Se Serra ne parla male, in tanti se la legano al dito e lo sbertucciano. Questo articolo di Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano, con il suo ridicolo miscuglio di superficialità e populismo (davvero c'è ancora qualcuno che crede alla sinistra in velluto che osserva il mondo dal salotto foderato con l'opera omnia di Kierkegaard?), è la radiografia perfetta di cosa sia Twitter: una gara a chi dimostra più furbizia, demagogia culturale, purezza di spirito. La differenza sta nel fatto che Scanzi ha scritto un tweet di 3800 battute e non 140. La modalità invece è la stessa. Si parte dall'idea che solo una ristretta cerchia di eruditi delle dita sappia condensare concetti in poche parole e si prosegue accusando i non adepti di superficialità, invidia, trombonaggine, elitarismo erudito. Eh già, perché sono sempre gli altri a non capire la portata popolare delle rivoluzioni. In fondo siamo un po' tutti egiziani, veniamo tutti da piazza Tahrir.
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domenica 18 marzo 2012
mercoledì 10 novembre 2010
The Social Network di David Fincher
Tra due giorni arriverà nelle sale italiane The Social Network, a un mese dall'uscita americana e a una settimana dall'anteprima doppiata del Festival di Roma. Su questo blog ne avevo parlato qui, senza ancora averlo visto, prendendomela con l'uso arbitrario di un paio di aggettivi della lingua inglese e italiana. Ora che il film l'ho visto, e l'ho messo come testata qui sopra, ne parlo ancora, quasi sicuro che sarà ricordato come una delle opere-specchio dei nostri tempi. Un film, cioè, impotente di fronte alla nullità devastante della sua materia, che assorbe in un torrente di parole e in un intreccio inesistente l'inconsistenza materiale della rivoluzione di Facebook. Non è visivamente bello, non è narrativamente avvincente, per qualcuno magari sarà pure una gran palla. Ma proprio per queste ragioni, è un filmdellamadonna. E' un abisso dello sguardo cinematografico di fronte alla profondità inesistente di internet, mondo folle e inarrestabile come il guasto alle linee telefoniche impazzite di La scopa del sistema di Foster Wallace, che alla fine del libro inghiottivano le persone e le loro parole e le trasformavano in nulla, nella frase spezzata dell'ultima battuta incompleta del libro, in una parola assente e per questo totale, tutto e negazione della sua totalità (ed era il 1987 e quel genio anticipava di dieci anni il mondo che avremo tra le mani nei prossimi due secoli).
sabato 25 settembre 2010
Even Darker Than You Thought
Ieri ho letto sulla versione on line di Newseek una bella recensione di The Social Network, il film di David Fincher sul creatore di Facebook Mark Zuckerberg, uscito ieri in America (da noi l'11 novembre, tanto per non smentirci). L'autore Jeremy Carter parte con una citazione da Piccola città di Thorton Wilder per riflettere su quanto i social network siano la realizzazione delle paure più intrinseche della nostra società: la solitudine che accompagna l'indipendenza e il disagio che accompagna la libertà (“the loneliness that accompanies independence and the uneasiness that accompanies freedom"). Il punto di vista è quello del film, naturalmente, che dipingerebbe Zuckerberg come un personaggio solo e disadattato e farebbe di tutto per convincere lo spettatore a non sperare di diventare come lui, nonostante i milioni di dollari guadagnato più o meno casualmente in dieci anni. Staremo a vedere, quando anche qui uscirà il film.
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