Tra due giorni arriverà nelle sale italiane The Social Network, a un mese dall'uscita americana e a una settimana dall'anteprima doppiata del Festival di Roma. Su questo blog ne avevo parlato qui, senza ancora averlo visto, prendendomela con l'uso arbitrario di un paio di aggettivi della lingua inglese e italiana. Ora che il film l'ho visto, e l'ho messo come testata qui sopra, ne parlo ancora, quasi sicuro che sarà ricordato come una delle opere-specchio dei nostri tempi. Un film, cioè, impotente di fronte alla nullità devastante della sua materia, che assorbe in un torrente di parole e in un intreccio inesistente l'inconsistenza materiale della rivoluzione di Facebook. Non è visivamente bello, non è narrativamente avvincente, per qualcuno magari sarà pure una gran palla. Ma proprio per queste ragioni, è un filmdellamadonna. E' un abisso dello sguardo cinematografico di fronte alla profondità inesistente di internet, mondo folle e inarrestabile come il guasto alle linee telefoniche impazzite di La scopa del sistema di Foster Wallace, che alla fine del libro inghiottivano le persone e le loro parole e le trasformavano in nulla, nella frase spezzata dell'ultima battuta incompleta del libro, in una parola assente e per questo totale, tutto e negazione della sua totalità (ed era il 1987 e quel genio anticipava di dieci anni il mondo che avremo tra le mani nei prossimi due secoli).
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mercoledì 10 novembre 2010
domenica 17 ottobre 2010
Propriamente e per la prima volta da anni e anni
Oggi è domenica, è autunno, fa freddo, nella mia città c'è già quella nebbiolina che viene a dirti che non hai più scampo, che per almeno quattro mesi il tempo si farà gli affari suoi. Allora mi metto sul divano, apro il libro che sto leggendo, La scopa del sistema di Foster Wallace (in ritardo su tutti, lo so, ma sempre meglio che mai) e a pagina 84 trovo parole troppo belle per non trascriverle.
"Scivolai sul pavimento di marmo scuro iscurito dall'ombra e affiorai nella luce bianca della lampada da tavolo posta sul bancone del centralino. Lenore alzò lo sguardo e sorrise e riabbassò lo sguardo sul libro. Non stava leggendo. Dalla gigantesca finestra alta sulla cabina scaturì un'esile cuspide di luce bianco-arancione di tramonto clevelandino salvata per un istante e piegata intorno all'oscurità dell'Erieview da una nuba meno inchimichita delle altre, e piovve come segnale di faro sulla morbida chiazza di crema proprio sotto l'orecchio destro di Lenore, sulla gola. Ancora in trance mi chinai e poggia delicatamente le labbra sul punto indicatomi dalla luce. L'improvviso destarsi del centralino era il pulsare del mio cuore, ormai racchiuso nella borsa di Lenore.
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