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domenica 18 marzo 2012

Inseguitori e inseguiti

Michele Serra ha parlato male di Twitter. Ha scritto che gli fa schifo. Un sacco di gente s'è incazzata. Così tanto che Repubblica ha messo su un boxino in cui Serra rispiega la sua posizione in un video (perché, poi, un video debba essere più chiaro di un articolo non saprei...). Qualche giorno fa Jonathan Franzen ha parlato male di Facebook, e di rimando pure di Twitter. In generale dei social network, che a lui sembrano brutti e inutili. Parese suo. Facebook delle parole di Franzen non se ne è nemmeno accorto: essendo un mezzo autenticamente popolare non ha bisogno di erigersi in propria difesa. Due o tre anni fa sarebbe andata diversamente, ma da quando abbiamo saputo quanto Zuckerberg possa essere stronzo, nessuno più fiata. Si posta e basta. Con Twitter invece no. Twitter è elitario, esclusivo, mette in vetrina rispetto al mondo, la regola è far vedere di seguire pochissima gente ed essere seguiti da una moltitudine. Twitter fa bene, dicono. Per cui non va toccato. Twitter siamo noi e nessuno si avvicini senza saperlo. Se Serra ne parla male, in tanti se la legano al dito e lo sbertucciano. Questo articolo di Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano, con il suo ridicolo miscuglio di superficialità e populismo (davvero c'è ancora qualcuno che crede alla sinistra in velluto che osserva il mondo dal salotto foderato con l'opera omnia di Kierkegaard?), è la radiografia perfetta di cosa sia Twitter: una gara a chi dimostra più furbizia, demagogia culturale, purezza di spirito. La differenza sta nel fatto che Scanzi ha scritto un tweet di 3800 battute e non 140. La modalità invece è la stessa. Si parte dall'idea che solo una ristretta cerchia di eruditi delle dita sappia condensare concetti in poche parole e si prosegue accusando i non adepti di superficialità, invidia, trombonaggine, elitarismo erudito. Eh già, perché sono sempre gli altri a non capire la portata popolare delle rivoluzioni. In fondo siamo un po' tutti egiziani, veniamo tutti da piazza Tahrir.

domenica 25 settembre 2011

La giusta distanza

Ieri ho letto questo bell'intervento di Luca Sofri sul suo blog, a proposito della pubblicazione on line della liste di politici gay e soprattutto sull'incosistenza della notizia, diffusa in modo più o meno pruriginoso, più o meno disinformato, dai maggiori quotidiani on line. Un passaggio del ragionamento di Sofri, supportato dalle parole di Michele Serra (sempre su Repubblica, ma su carta: e la distinzione è proprio il nocciolo del problema), è a mio modo di vedere fondamentale. Sofri parla del rovesciamento operato dalla stampa cartacea rispetto a quella on line, sostenendo che
"la realtà è rovesciata rispetto a come viene disegnata dai media tradizionali, che le fesserie che circolano in rete discendono dalle fesserie che abbiamo creato fuori dalla rete, che il peggio delle bufale online e degli allarmi infondati e della violenza verbale, internet lo impara dai media tradizionali, che quello che succede in rete è creato da persone in carne e ossa i cui modelli sono quelli del mondo “esterno” (se ancora esiste una distinzione): la politica, i giornali, la tv". 
Ecco l'espressione chiave, "mondo esterno". Per la stampa di prima classe, ie soprattutto per Repubblica, è la rete a rappresentare un mondo esterno: un universo semisconosciuto da osservare con distacco e ironia, un fiume in cui immergere per bene i piedi, salvo poi asciugarseli immediatamente. Tirare il sasso a Lindsay Lohan o Pippa Middleton, e poi togliere la mano. Citare il blog di gossip che ha fatto la porcata e nascondersi dietro espressioni quali "la rete", "gli intenauti", "il popolo del web", come se riportare  una notizia (o più sovente una non notizia) data da altri non fosse uguale a darla da sé.