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sabato 23 ottobre 2010

Il fallimento del Dams

In settimana si è innescata una polemica intellettuale di cui ieri Il post ha dato conto riassumendone i passaggi salienti. Tutto è nato da Goffredo Fofi e da un pezzo sull'Unità in cui se la prendeva con il Dams e il suo fallimento educativo; qualche giorno dopo è arrivata la risposta di uno storico docente di Bologna, Renato Barilli, che difendeva la potenzialità occupazionali della facoltà, e poi quella di un altro docente, il quale invece la buttava sull'ironico e dava a Fofi del dinosauro. Lo scambio è piuttosto interessante per capire come in Italia le cose note e stranote saltino all'attenzione solo quando a ribadirle sono le persone che contano. Perché che il Dams sia un fallimento pedagogico, prima ancora che professionale, è evidente a tutti, specie per chi ha studiato in facoltà affini, tipo Lettere o Scienze della comunicazione. E' una questione di approfondimento e curiosità di ciò che si studia; di passione, pazienza e rispetto: tutte cose che di fronte all'arte si imparano solo se qualcuno te le insegna. Fofi, che come al solito non ci va giù leggero, lo dice in modo chiarissimo:

sabato 9 ottobre 2010

Il vanto e la paura del nuovo

Ieri il critico dell'Unità Alberto Crespi ha pubblicato un articolo sulla Festa Internazionale del Film di Roma che rappresenta perfettamente quello che ho scritto a proposito della sindrome da sabato del villaggio della stampa italiana: l'attesa cioè di un evento mediatico che diventa quasi più importante dell'evento stesso, o quanto meno occupa, in proporzione, più pagine di giornale. Non è che ce l'abbia con Crespi, che pure tra i quotidianisti è uno dei migliori, ma il suo articolo alla "spera in dio" sui film della selezione, con quel riprendere le parole della direzione - «poche star, molti giovani» - quel mettere l'accento su «l’aspettativa - o la speranza, se volete - che fra i giovani spunti qualche nuovo talento inaspettato», fa risaltare perfettamente i vizi di chi in Italia organizza eventi culturali e di chi ne scrive sui giornali. E' evidente, infatti, come del resto suggerisce Crespi, che se Roma si vanta dei suoi giovani è perché non può permettersi i grandi nomi delle prime edizioni (ché quando c'erano Scorsese, Coppola, Sean Connery, Ioseliani e Cimino non ci pensava nemmeno a farsi bella con l'understatement), ma è altrettanto chiaro che se da Roma usciranno giovani di talento, non saranno certo i quotidianisti a notarli.