L'altro giorno ho visto Les Misérables, che uscirà nelle sale tra due settimane, e come immagino tutti quelli che l'avessero già visto, mi ha fatto pensare ad Anna Karenina, la trasposizione scritta da Tom Stoppard, che a forza di prendere i classici e trasformarli in versioni per adulti di libri illustrati finirà per renderne conto ai loro autori, fino a qualche mese soprattutto a Shakespeare, ora pure a Tolstoj. In entrambi i casi, comunque, c'entra la Universal Pictures e in un certo senso, né negativo né positivo, i due film sono la prova di cosa deve fare Hollywood, e in generale il cinema di serie A, per sopravvivere a se stesso, visto che di farsi venire in mente un'idea neanche a parlarne ma a ricamare sui soliti vecchi tessuti ci si mettono sempre d'impegno. Les Misérables e Anna Karenina, al di là del fatto che per me sono entrambi di una noia colossale (ma sono gusti personali, non me la prendo con chi apprezza), sono innegabilmente degli ottimi adattamenti, il primo appassionato e a tratti pure commovente (voglio vedere se non ti viene il groppone a sentire quella canzone pesantona, quella della tizia che ha sognato il sogno, che come il buon Chopper ti prende alle palle), il secondo pieno del più classico wit inglese (almeno nella prima parte), tutto balzelli e passettini, quinte su e quite giù, teatro della vita e vita come il teatro... Epperò sono il solito vecchio romanzone (nel vero senso della parola e pure in quello cinematografico, cioè il filmone da due ore e passa con gli attoroni e i costumoni) rimodellato non tanto al gusto di oggi quanto alla necessità di rifare le cose in modo diverso, sempre uguali e sempre diverse, run for cover come si diceva di Hitchcock, che significa più o meno non rischiare e vai sul sicuro, ma al tempo stesso anche un po' no, e allora inventa qualcosina e rischiane un'altra, ché tanto gli attori bravi a pararti le spalle, quelli che fanno di credere di partire in quarta quando invece fanno un figurone anche solo in folle, quelli li avrai sempre e li puoi pure sfruttare per l'effetto X Factor, dove la coreografica e tutto ciò che sta attorno fanno ciò che la canzone o la trama non possono più fare, mentre dall'altra parte prendi un librone polveroso e spesso come un copertone e lo trasformi in un balletto ritmato, in un catalogo di primi piani anche qui di professionisti estasiati e ovviamente tirati a lucidi per piacere a tutti, etero e omo, e in qualche modo la sfanghi, ripeti un milione di volte Jean Valjan come se fossi il primo a dirlo, metti prima Dio e poi il popolo (mica il contrario), condensi nella scenografia tutte le idee che ti vengono in mente e provi a rivitalizzare quello che nessuno si è mai preso la briga di considerare morto (o, a seconda di come la vedi, vivo) e continui imperterrito a confezionare da primo della classe la solita impareggiabile merda, però stavolta indiavolata e frizzantina.
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mercoledì 16 gennaio 2013
venerdì 25 marzo 2011
Lasciami pure
Vorrei parlare di Non lasciarmi, il film tratto dall'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro che esce oggi nelle sale. Vorrei ma non ho niente da dire, nel senso che il film mi ha lasciato pochissimo. Non che sia brutto, per carità, non che non faccia nascere un po' di emozione, ma tutto rimane nel magico reame dell'inutilità. E' girato bene, certo, ma come può girare bene un regista di videoclip quale Romanek è stato, leccato e lezioso come un Malick che non è Malick. Al di là della questione etica, poi, il film racconta soprattutto una storia d'amore, ma dopo An Education del faccino da topisia di Carey Mulligan non ne voglio più sapere (e poi per quale ragione il personaggio di Andrew Garfield, quello conteso da due ragazze, dovrebbe mettersi con la più stronza delle due, visto che sono entrambe carine e lui è sempre stato il compagno inseparabile di quella che rifiuta?) C'è poi la questione etica, naturalmente, che è di quelle pesanti, ma non vi sembra di averla già sentita la storia dei replicanti che scoprono di avere un'anima? So bene che il romanzo ha i suoi estimatori, e non mi espongo troppo perché non l'ho letto, ma se la storia è quella raccontata dal film, allora è identica a Blade Runner. Punto. E infine, insomma, tutto sto trionfo di carineria adolescenziale, tutti sti vestiti vintage e ste pose da catalogo di moda, tutte ste capigliature che si vorrebbero seventies e invece fanno tanto straccioni miliardari alla Strokes, puzzano davvero di fighettume pop.
sabato 9 ottobre 2010
Il vanto e la paura del nuovo
Ieri il critico dell'Unità Alberto Crespi ha pubblicato un articolo sulla Festa Internazionale del Film di Roma che rappresenta perfettamente quello che ho scritto a proposito della sindrome da sabato del villaggio della stampa italiana: l'attesa cioè di un evento mediatico che diventa quasi più importante dell'evento stesso, o quanto meno occupa, in proporzione, più pagine di giornale. Non è che ce l'abbia con Crespi, che pure tra i quotidianisti è uno dei migliori, ma il suo articolo alla "spera in dio" sui film della selezione, con quel riprendere le parole della direzione - «poche star, molti giovani» - quel mettere l'accento su «l’aspettativa - o la speranza, se volete - che fra i giovani spunti qualche nuovo talento inaspettato», fa risaltare perfettamente i vizi di chi in Italia organizza eventi culturali e di chi ne scrive sui giornali. E' evidente, infatti, come del resto suggerisce Crespi, che se Roma si vanta dei suoi giovani è perché non può permettersi i grandi nomi delle prime edizioni (ché quando c'erano Scorsese, Coppola, Sean Connery, Ioseliani e Cimino non ci pensava nemmeno a farsi bella con l'understatement), ma è altrettanto chiaro che se da Roma usciranno giovani di talento, non saranno certo i quotidianisti a notarli.
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