Ecco il pezzo un po' paludato, non proprio da blog e non proprio nel mio stile (se ne ho uno), che ho scritto a proposito della Mostra sul settimanale della città da cui provengo.
Il dilemma che deve aver affrontato la giuria della 68° Mostra di Venezia – e che si pone anche chi il cinema lo diffonde nelle sale e nei cineforum – è quello che affligge da sempre la produzione d’autore: favorire i film belli e impossibili oppure quelli belli e accessibili, facili da distribuire e comprendere, con attori noti e impostazione narrativa classica?
A Venezia 68 – una buona edizione, forse inferiore alle previsioni – si sono visti entrambi i tipi di film: e la giuria presieduta dall’americano Darren Aronofsky ha scelto di premiare i primi, assegnando il Leone d’oro al russo Faust di Aleksandr Sokurov e il Leone d’argento al cinese People Mountain People Sea di Cai Shangjun, ed escludendo quasi del tutto i secondi. Meglio, ha consegnato sì il Gran premio della giuria a Terraferma di Emanuele Crialese (lo si può già vedere nelle sale e giudichi il lettore della qualità di un’opera per chi scrive piatta e superficiale), ma ha dimenticato i grandi film di Cronenberg e Polanski, le pellicole di genere di William Friedkin (Killer Joe) e di Ami Canaan Mann, figlia del grande Michael (Texas Killing Fields) o i seducenti e parecchio modaioli Shame di Steve McQueen e Wuthering Heights di Andrea Arnold, versione realista e sporca di Cime tempestose.
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sabato 10 settembre 2011
giovedì 8 settembre 2011
Faust
E alla fine il capolavoro è arrivato anche Venezia 68. C'era A Dangerous Method, certo, che è un grandissimo film, ma forse è troppo razionale e preciso per sconvolgere con la forza d'urto dello stato di grazia. Con Faust di Sokurov, invece, siamo a uno dei momenti più alti della Mostra, un'esperienza sensoriale, visiva e intellettuale, che poche altre volte mi è capitato di vivere al cinema. Chiudendo la tetralogia sul potere, iniziata con Moloch e proseguita con Taurus e Il sole, Sokurov trasforma il Faust di Goethe in un eroe modernissimo, un attonito e dubbioso uomo di scienza - instancabile, mai sazio, limitato, distaccato, coinvolto, perduto - che si fa tentare dal diavolo e guidare dalla propria ambizione. Attraverso un lavoro straordinario sull'immagine - levigata, pittorica, desaturata, distorta, annebbiata, tra i marroni, i verdi, gli azzurri e i grigi di un passato sfumato - e la parola - infinita, beffarda, esorbitante, illuminante, dispersa - Sokurov costruisce due ore e un quarto di flusso di coscienza in cui gli occhi e la mente sono presi d'assalto e continuamente messi alla prova. Il suo Faust sembra un dipinto fiammingo, pieno di un realismo brulicante che contiene i segni grotteschi della maledizione; a partire dal testo di Goethe - a dimostrazione di quanto ho scritto ieri a proposito di Wuthering Heights e Amis (questo sì che è un adattameno moderno) - inventa una deriva dell'eroe che riflette l'angoscia esistenziale di fronte alla finitezza della conoscenza e la debolezza di fronte alla seduzione del male.
mercoledì 7 settembre 2011
Wuthering Heights
Qui a Venezia la versione di Wuthering Heights firmata dall'inglese Andrea Arnold ha parecchi estimatori. E a ragione, credo. Perché è un film pressoché perfetto, preciso e selvaggio, sporco di fango e di lordura rabbiosa, e per questo oltre qualsiasi lettura sentimentalista del romanzo; forse un po' facile nella scelta di fare di Heathcliff un ragazzo di colore, ma efficace nel scegliere di scarnificare la struttura del testo e renderlo graffiante e sghembo come i due nomi degli amanti della brughiera, Heathcliff per l'appunto e Cathy, intagliati sul muro. Eppure Wuthering Heights è un film sbagliato. Interessante, ma sbagliato. Un film fermo a una pratica estetica che invece di superare un testo vecchio di due secoli e alla base della cultura sentimentale europea, si adagia su di esso, lo rappresenta in termini realistici, mostrando quanto di sporco ci fosse nella calma brulicante della Brontë, ma lo interpreta come materia morta. Quello che la Arnold porta sullo schermo non è niente di più del romanzo, la sua essenza e matericità: niente di male come operazione, per carità. Ma non se svolta sul corpo di un romanzo tra i più conosciuti, amati e digeriti della nostra letteratura.
martedì 6 settembre 2011
Un film semplice
Un piccolo, grande film è stato presentato ieri in concorso alla Mostra. Tao jie (A Simple Life) di Ann Hui, la storia vera del rapporto d'affetto e d'amore (sì, amore: amore non carnale, ma spirituale e universale) tra un produttore cinematografico e la domestica settantenne al servizio della sua famiglia per cinque generazioni. Un lavoro minimale nello stile ma non nell'ispirazione, scandito dagli incontri tra un uomo in carriera e di buon cuore e una donna nata per servire, ma soprattutto per proteggere, accudire, salvare. Il film non ha scossoni, ha una fotografia limpida al servizio del digitale leggero, non ha progressione narrativa se non lo scorrere del tempo e, purtroppo, la degenerazione fisica della donna. La semplicità dell'operazione è in realtà il segnodella sua verità, ripiegata teneramente su un rapporto che non ha nulla di gratuito - nessuno dimentica che i due protagonista sono uno il padrone e l'altro la serva - e proprio per questo è un elogio commovente della volontà. .Tao jie è un racconto puro e onesto sulla responsabilità dei sentimenti: un argomento esattamente speculare - e dunque limpido laddove il cinema è spesso disperato - a quello di altri film visti qui a Venezia, primo fra tutti il discusso Alpis di Yorgos Lanthimos, che è una parabola lucida e un po' superficiale sulla società nell'era della riproducibilità tecnica dell'amore. I due film sono i due versanti della stessa medaglia, e rendono questa Mostra, nei suoi aspetti migliori, un appuntamento importante da vedere e decifrare.
lunedì 5 settembre 2011
Se vi e mi chiedessero
Se vi chiedessero com'è l'ultimo film di Crialese, Terraferma, anche se non l'aveste ancora visto, voi rispondete sicuri e precisi: una merda. Fidatevi. Non c'è altro da aggiungere.
Se invece mi chiedessero com'è il primo lungometraggio di Nicolas Provost, The Invader, con parecchio dispiacere dovrei rispondere pure io, una merda. La dimostrazione che quando hai talento visivo, ma sei solo un nerd diventato improvvisamente figo, non c'è niente che tu possa fare per diventare un bravo regista. E anche qui, purtroppo, non c'è altro da aggiungere.
Se poi, ancora, mi chiedesserro com'è Dark Horse di Todd Solondz, dovrei tornare a dire - a proposito di un film di Solondz - bello, riuscito e doloroso. Tutto ciò che insomma è sempre stato il miglior cinema di questo regista glaciale e al tempo stesso empatico, capace di distruggere un personaggio nato perdente, ma di regalargli la compassione di un amore nascosto e così dello spettatore, perso in un universo di sogni accavallati l'uno all'altro. Come già in Life During Wartime, Solondz usa il digitale e lo fa in modo originale, adattando la superficie levigata delle immagini (una patina biancastra che toglie spessore ai corpi) all'iperrealismo del racconto. Il risultato è un film che ricorda una graphic novel, che del fumetto riprende la fissata del quadro, il ritorno di immagini fisse e la leggerezza abbagliante di un classico pessimismo cosmico da letteratura americana d'ispirazione ebraica. La vita vera è una fregatura, dice Solondz, ovunque ti giri c'è qualcuno pronto a fregarti o a sbagliare qualcosa che ti riguarda.Ma pure le storie che la raccontano lo sono: per cui non bisogna credere al cinema e mettere continuamente in discussione la sua presunta vocazione realistica o umanista. I sogni servono a questo: più che a fuggire dalla realtà, a prendersi una tregua da essa.
Se invece mi chiedessero com'è il primo lungometraggio di Nicolas Provost, The Invader, con parecchio dispiacere dovrei rispondere pure io, una merda. La dimostrazione che quando hai talento visivo, ma sei solo un nerd diventato improvvisamente figo, non c'è niente che tu possa fare per diventare un bravo regista. E anche qui, purtroppo, non c'è altro da aggiungere.
Se poi, ancora, mi chiedesserro com'è Dark Horse di Todd Solondz, dovrei tornare a dire - a proposito di un film di Solondz - bello, riuscito e doloroso. Tutto ciò che insomma è sempre stato il miglior cinema di questo regista glaciale e al tempo stesso empatico, capace di distruggere un personaggio nato perdente, ma di regalargli la compassione di un amore nascosto e così dello spettatore, perso in un universo di sogni accavallati l'uno all'altro. Come già in Life During Wartime, Solondz usa il digitale e lo fa in modo originale, adattando la superficie levigata delle immagini (una patina biancastra che toglie spessore ai corpi) all'iperrealismo del racconto. Il risultato è un film che ricorda una graphic novel, che del fumetto riprende la fissata del quadro, il ritorno di immagini fisse e la leggerezza abbagliante di un classico pessimismo cosmico da letteratura americana d'ispirazione ebraica. La vita vera è una fregatura, dice Solondz, ovunque ti giri c'è qualcuno pronto a fregarti o a sbagliare qualcosa che ti riguarda.Ma pure le storie che la raccontano lo sono: per cui non bisogna credere al cinema e mettere continuamente in discussione la sua presunta vocazione realistica o umanista. I sogni servono a questo: più che a fuggire dalla realtà, a prendersi una tregua da essa.
domenica 4 settembre 2011
L'oratore
Ieri sera ho visto nella sezione Orizzonti una film delle isole Samoa, credo il primo della mia vita. Una di quelle cose che si possono vedere solo nei festival e che in un certo senso giustifica la presenza in questo posto (a parte vedere in lingua originale i film che dopo due giorni arrivano doppiati nelle sale). Il film, che si chiama O le Tulafale, è molto interessante e a tratti commovente. Quelli di Filmidee mi hanno chiesto di buttare giù qualche riga. E qui sotto etto il risultato del mio sforzo mentale (non esagerato!).
Tristi tropici li chiamava Levi-Strauss, società tribali rette da rituali svuotati di senso e proprio per questo dotate di un indispensabile sistema di autoregolazione. Mondi fondati su immagini prive di fondamento, su universi lontani forse inesistenti, che forniscono però indispensabili sistemi di leggi e credenze per gli uomini di ogni generazione.
Una finzione, insomma, su cui è facile costruire un racconto che dei miti di un popolo si libera con ironia e delicatezza. È il caso del film delle isola Samoa O le Tulafale, diretto dall’esordiente Tusi Tamasese e attraversato come prevedibile da un’iconografia nota e senza tempo: volti di donne guaguinane, natura lussureggiante, palafitte ampie e vuote, piogge violentissime, partite di rugby in campi selvaggi, consigli politici all’aperto e vagamente comici. Una finzione nella finzione, o meglio ancora il racconto – anche nelle “ingenue” terre agli antipodi – di un dislocamento temporale e spaziale. Perché nei tropici tristi di oggi la modernità si insinua in modo evidente, i viaggi si fanno con il fuoristrada, sugli autobus si ascolta la techno e gli accordi tra clan si fanno a colpi di bustarelle e scatole di aringhe. Il contenuto si è adattato al tempo, ma la confezione è rimasta intatta: le cerimonie del potere, i riti di espiazione, la difesa del clan sono passaggi obbligati di una società mutata, ma disperatamente ancorata al proprio retaggio mitico.
Tristi tropici li chiamava Levi-Strauss, società tribali rette da rituali svuotati di senso e proprio per questo dotate di un indispensabile sistema di autoregolazione. Mondi fondati su immagini prive di fondamento, su universi lontani forse inesistenti, che forniscono però indispensabili sistemi di leggi e credenze per gli uomini di ogni generazione.
Una finzione, insomma, su cui è facile costruire un racconto che dei miti di un popolo si libera con ironia e delicatezza. È il caso del film delle isola Samoa O le Tulafale, diretto dall’esordiente Tusi Tamasese e attraversato come prevedibile da un’iconografia nota e senza tempo: volti di donne guaguinane, natura lussureggiante, palafitte ampie e vuote, piogge violentissime, partite di rugby in campi selvaggi, consigli politici all’aperto e vagamente comici. Una finzione nella finzione, o meglio ancora il racconto – anche nelle “ingenue” terre agli antipodi – di un dislocamento temporale e spaziale. Perché nei tropici tristi di oggi la modernità si insinua in modo evidente, i viaggi si fanno con il fuoristrada, sugli autobus si ascolta la techno e gli accordi tra clan si fanno a colpi di bustarelle e scatole di aringhe. Il contenuto si è adattato al tempo, ma la confezione è rimasta intatta: le cerimonie del potere, i riti di espiazione, la difesa del clan sono passaggi obbligati di una società mutata, ma disperatamente ancorata al proprio retaggio mitico.
sabato 3 settembre 2011
Contagio, testamento, idee
Oggi ho visto Contagious di Soderbergh, Poulet aux prunes della Satrapi e Cut di Amir Naderi. Non ho molto tempo per scrivere, per cui ne scriverò poco. Quel tanto per dire che il film di Soderbergh è una piccola cazzata, se non fosse la sua storia di un contagio globale da 26 milioni di morti va alla continua ricerca del paziente numero zero, dell'inizio dell'epidemia, facendo a suo modo - narrativo e poco ispirato . quello che fa il grandissimo Cronenbergh di A Dangerous Method: risalire alla natura del male, fermarlo con le parole e con le immagini. Cut di Naderi, invece, è un film-manifesto da pura guerriglia cinefila. Come film di Naderi è perfetto, ossessivo e ripetitivo fino all'autodistruzione. Come manifesto un po' meno, perché la cinefilia di cui si fa promotore, per quanto provocatoria (a un certo punto parte una lista dei 100 migliori film della storia, uno per ogni pugno a pagamento che il protagonista si fa tirare), sa un po' di cameretta, di studentello alla prima lezione universitaria. Va bene che la passione non muore mai e che il cinema si fa col cuore, ma è molto meglio l'ossessione dell'amore, se l'amore è questa cosa sempliciotta. Della Satrapi non ho davvero tempo di parlare, ma sarebbero comunque parole sprecate per un filmetto.
Nel frattempo andate su Filmidee per un bel speciale sulla mostra. Il pezzo su Cronenberg l'ho scritto io.
Nel frattempo andate su Filmidee per un bel speciale sulla mostra. Il pezzo su Cronenberg l'ho scritto io.
giovedì 1 settembre 2011
Venezia 68 - Teorema della distruzione
Carnage è esattamente quello che ti aspetti. Ed è esattamente un film straordinario. Polanski è uno dei più grandi e dopo The Ghost Writer ha di nuovo fatto una delle cose che gli riesce meglio. Là era il giallo alla Hitchcock, qui il cinema da camera. Come in La morte e la fanciulla, chiaro, ma soprattutto come in Cul de sac - vale a dire un gruppo di persone al chiuso che si massacrano allegramente - visto che qui Polanski, a partire dal testo teatrale Il dio della carneficina, recupera ironia e cattiveria. E spietatezza, naturalmente. E pure un po’ di prevedibilità, visto che alla fine i borghesi sono sempre superficiali e ipocriti, felici eppure disperati, vorrebbero andarsene ma come nell'Angelo sterminatore di Bunuel non ce la fanno mai a uscire. Parlano e rovinano, rovinano e poi parlano per recuperare. E tutto viene fuori poco alla volta, come un muro d’acqua che rompe una diga piano piano, prima col buchino nella parete di cemento e poi con lo scroscio devastante. Il vero lavoro di Polanski, comunque, è sulla messinscena, a dimostrazione che un film del genere, dove tutto sta sulle spalle degli attori, lo gestisci più che dirigerlo, lo allestisci come un balletto, come una costruzione che ampli pezzo per pezzo, inquadratura per inquadratura. In questo Polanski è sempre più hitchcockiano, perché non lascia respiro al film, lo rende artificiale e distante per costruire un teorema della distruzione. Le parole sono come le immagini. Le immagini sono come le parole. Non puoi buttarle lì e far finta di niente. Bisogna prendersi le proprie responsabilità, come uomini e come artisti. Oppure fottersene di tutto e distruggere. Oppure, ancora, distruggere proprio perché prima si è costruito.
giovedì 25 agosto 2011
Sommerso che emerge
Ieri è comparso su YouTube un filmato che mostra la prima sequenza di The Invader, l'esordio nel lungometraggio di Nicolas Provost che sarà presentato nella sezione Orizzonti alla prossima Mostra di Venezia: un traguardo importante per il videoartista belga che due anni fa omaggiammo con una personale nella sezione Onde del Torino Film Festival. A dire il vero si trattava di un evento uguale a molti altri organizzati di continuo da festival grandi e piccoli, ma che in quel caso attestava la grandezza di un filmaker di cui altri si erano già accorti (tra cui, va detto, il Milano Film Festival) e che ultimamente sembra essere giunto al posto che gli spetta (a gennaio ha vinto pure la sezione corti del Festival di Rotterdam con Stardust). In questo caso, perciò, Venezia fa da cassa di risonanza per un autore che come molti ha viaggiato per parecchio al di sotto della notorietà e finalmente ha l'occasione per mettere fuori la testa e farsi notare. Una cosa bella e significativa (al di là del valore del film, che non ho ancora visto), che fa di manifestazione ricche e prestigiose come la Mostra non tanto un luogo di scoperta, quanto di diffusione e promozione del sommerso. Questo è doveroso dirlo, sia per riconoscersi un po' di meriti, sia per elogiare il lavoro di chi ha il potere di fare le cose, e le fa bene. E anche, infine, per fare un po' di chiarezza rispetto a quello che potrebbero scrivere i giornalisti delle testate quotidiane: i quali molto probabilmente di un film come The Invader se ne strafotteranno, ma nel caso saltasse fuori che qualcuno è interessato - qui c'è Stefania Rossa e si parla di immigrazione e multiculturalismo, anche se la scritta "Benvenuti a Lampedusa" che compare nel video non fa parte del film - diranno sicuramente che si tratta di un giovane regista fino al momento sconosciuto...
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