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giovedì 30 settembre 2010
Tony Curtis. Ma porca vacca, no, pure lui no!
Questo blog si sta trasformando in uno spazio per necrologi: non era certo l'intenzione iniziale, ma la cosa è diventata inevitabile dopo che in meno di un mese se ne sono andati Chabrol e Kevin McCarthy prima, Arthur Penn poi e ora Tony Curtis, già proprio lui, nello stesso giorno del grande Arthur, lui che aveva quella faccia da schiaffi che avresti adorato sempre, che grazie ai suoi film potremo adorare sempre, ammaliati dal fascino tutto americano della sua sfacciataggine e dal potere magnetico di quegli occhi un po' volpini e un po' luciferini. Tony Curtis, che cominciò a inizio '50, che spaccò a fine decennio e già negli '80 era uscito di scena, ce lo ricordiamo tutti per A qualcuno piace caldo (e naturalmente oggi è piena la rete di sue foto con Marilyn e Jack Lemmon) e a dire il vero per poco altro di altrettanto importante: forse per Piombo rovente, che sul ruolo della stampa è ancora oggi attuale, forse per quel cazzeggio decadente anni '60 di La grande corsa, forse, ancora, per La parete di fango di Kramer, ma soprattutto per quel filmone che è Lo strangolatore di Boston di Richard Fleischer, un giallo psicologico dimenticato e da recuperare. Insomma, non così tanti film degni di nota in una filmografia lunghissima: ma il volto, però, quel volto che era il cinema hollywoodiano non più così pulito e onesto come ce lo avevano raccontato, quel volto moderno e ambiguo non ce lo dimenticheremo mai.
lunedì 13 settembre 2010
La fine del cinema d'autore
Ieri è morto Claude Chabrol. Aveva 80 anni, ha avuto una vita straordinaria, ha diretto non so quanti film (così tanti che il Torino Film Festival impiegò due edizioni per la retrospettiva completa) ed è stato uno degli autori simbolo della nouvelle vague, uno di quelli che tutti conoscevano anche se di film suoi ne avevano visti pochi. Morire dopo una vita così ci può stare, anche se la tristezza nel vedere la storia del cinema andarsene è tanta. Un po' come quella, immagino, che provava chi era giovane negli anni 70 e vedeva morire i grandissimi che aveva imparato ad amare proprio grazie a Chabrol e compagni: Ford (1973), Lang (1976), Hawks (1977), Hitchcock (1980). Chabrol è stato per la nostra generazione quello che Hitchcock è stato per quella di Chabrol, con la differenza che l'etichetta d'autore l'hanno coniata proprio quelli dei Cahiers. Il fatto che ora se ne vada anche lui, dopo Rohmer lo scorso anno, è significativo non solo perché muore un regista furbo e spietato, eccessivo e popolare, ma anche perché con lui se ne va l'idea stessa di autore, il modello di cinema con cui siamo cresciuti e che stiamo imparando ad abbandonare.
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