sabato 26 febbraio 2011

Dentro o fuori

Il dibattito sul valore culturale della vittoria di Vecchioni a Sanremo, che in questi giorni ha tenuto banco su parecchi quotidiani e in tv, è il classico esempio di come in Italia il giornalismo o si arrovella sul nulla o si svegla a combattere per la causa giusta, ma sbaglia cavallo su cui puntare. Può anche darsi come ha detto la Barbara Spinelli che il risultato di Sanremo rappresenti la rivincita della cultura alta contro lo sputtanamento berlusconiano: ma come sempre la soluzione assolutoria arriva solo considerando il problema in maniera superficiale (e dando per scontato che quella di Vecchioni sia una bella canzone, cosa che non è e che dunque fa di questo discorso un inutile sbattimento, viziato alla base da un fraintendimento decisivo: ma tant'è...). Perché se è vero che in Italia esiste una cultura alternativa, non necessariamente di sinistra per quanto riconducibile a quell'area (vedi Libera, ad esempio), è sbagliato costruire delle teorie sociali quando la si ritrova nei palinsesti Rai e ne si registra il successo. Nessuno si meraviglia che l’indignazione di Saviano o l’intervista ad Abbado raccolgano dati d’ascolto stellari: semmai è il contrario. Lo sanno così bene, i dirigenti politicizzati, cosa il pubblico chiede alla tv, che la loro unica preoccupazione è costruire un altro tipo di domanda, riempire cioè i palinsesti di un unico modello culturale, possibilmente disimpegnato e volgare, e poi raccontare la favola del mercato che offre ciò che il popolo chiede. Ma non esiste alcun rapporto causa-effetto: le cose sono molto più semplici. Il mercato dà e il popolo prende. E quando l’offerta è buona, è scontato che la reazione positiva arrivi.

Il problema è di strategie politico-comunicative, non di vittoria del bello contro il brutto. La qualità è ovunque, basta volerla trasmettere. Semmai, ciò che viene messo da parte è la reale cultura alternativa, i modelli di una generazione di giovani e meno giovani che nei cantautori o in Benigni trova degli interlocutori piuttosto sbiaditi o riconciliati di un mondo ben più profondo di artisti, giornalisti e operatori sociali indipendenti, che dei media ufficiali fanno a meno.

La vittoria di Vecchioni a Sanremo, dunque, non significa nulla di diverso da ciò che realmente è: il risultato positivo, in un contesto ufficiale, di un esponente della sinistra socialmente accettata. Il vero scandalo è arrivare a Sanremo, non vincerlo: e quando due anni furono gli Afterhours a riuscirci (e quest’anno, ad esempio, Van der Sfroos), fu lo stesso Manuel Agnelli a zittire tutti affermando che era colpa loro, dei giornalisti e dei dirigenti, se a vincere erano i ragazzetti di Amici e non i veri cantanti e musicisti.

Ma Vecchioni, purtroppo per lui e per noi che lo vediamo assurgere a bandiera culturale della sinistra, è da tempo più dalla parte di Amici che da quella degli Afterhours: per demeriti suoi, certo, e per una cultura che non distingue tra alto e basso, bensì tra dentro e fuori. Ed è fin scontato ribadire che quasi tutto il meglio viene da ciò che sta fuori.

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