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venerdì 16 dicembre 2011

La carica disordinata e precipitosa della mente di Christopher.

Oggi è morto Christopher Hitchens, e in molti ne stanno giustamente tessendo gli elogi. Io non ho mai letto suoi libri e solo di rado affrontavo gli articoli pubblicati sul Corriere della sera. Ma sapevo bene chi fosse, Christopher Hitchens, perché l'ho conosciuto nei libri di Martin Amis, che di Hitchens era il migliore amico e ne ha parlato a lungo in Koba il terribile e soprattutto in Esperienza. Copio allora qui un brano bellissimo e divertente dall'autobiografia di Amis, dal quale si evince in modo perfetto la personalità di Hitchens, e anche il motivo per cui mi stesse simpatico. E' un po' lungo, ma ne vale la pena.

- Allora, niente balle sinistre, Ok?
- ... Niente balle sinistre.
- Promesso?
- Promesso.
Il mio passeggero era Christopher Hitchens e lo stavo portando nel Vermont a incontrare Saul Bellow. Il programma era di cenare con lui, fermarci per la notte e rientrare a Cape Cod il mattino dopo. (...) Intorno alle 11.15 il silenzio si adagiò piano sul tavolo della cena. Christopher, del tutto sobrio ma con la palpebra appesantita, accartocciava tra le dita un pacchetto vuoto di Benson & Hedges. Anche i Bellow avevano gli occhi bassi. Io mi tenevo la testa tra le mani e fissavo i postumi della cena, o meglio dello scontro frontale di quella sera: i fari storti, le cerniere scardinate, il volante che ancora girava. Il piede destro mi faceva male tanti erano i calci che avevo rifilato negli stinchi a Hitch. Sarebbe semplicistico affermare che Cristopher aveva trascorso l'ultima ora e mezza circa a mettere insieme una triste teoria di balle sinistre. Ma cerchiamo di non farci paralizzare dalla paura di risultare semplicistici. Certe volte è esattamente quello che vuole... 

venerdì 26 agosto 2011

Termodinamica molecolare

Martin Amis è una specie di genio. O meglio un grande scrittore con lampi da genio e sovente qualche eccesso virtuosistico di troppo. La vedova incinta, il suo ultimo romanzo uscito lo scorso anno in Inghilterra e tradotto da Einuadi a maggio, è l'emblema della sua scrittura: un libro complesso, avvitato su stesso, spesso fumoso e lontano dal suo centro. Eppure. Eppure Amis sa illuminare le sue pagine come pochi altri scrittori contemporanei. Per parecchio del suo tempo cazzeggia con citazioni, rimandi letterari, paroloni utilizzati per eventi privi di interesse spacciati per "traumi", "ferite", "guerre". Sembra giocare sul vuoto, più che con il vuoto. E poi. E poi arriva il paragrafo che squarcia il velo, che rivaluta la costruzione bizantina delle altre frasi, che spara a colpo sicuro e come una freccetta ben lanciata - per citare un altro suo lavoro - centra al cuore il bersaglio. E fa della sua opera la versione più moderna (ancora modernista) dell'elegia del ridicolo celebrata e al tempo stesso sbertucciata dalla maestria spietata di Saul Bellow (che di Amis è stato il grande maestro). A volte, come in La freccia del tempo o L'informazione, l'economia minimale o massimale dello stile è funzionale al racconto. A volte, come nella Vedova incinta, lo stile rischia di appesantire il romanzo. Ma passaggi come questo, sul rapporto tra donna e donna considerato dallo sguardo stupido e stupito di un uomo (ma potrei citarne a decine su altri argomenti), rendono questo libro controverso degno di essere divorato.

"Keith sapeva che la diplomazia o politica donna-donna era una cosa che non avrebbe mai capito; era come guardare un mare lucente dall'alto di una scogliera, i milioni di punti luminosi che saettavano da un gocciolina all'altra - irrintracciabili. Una disciplina arcana, come la termodinamica molecolare. Laddove il disamore maschile era semplice indolenza, con il suo fair play..."

Insomma, io lo consiglio.

venerdì 8 aprile 2011

Lo stravagante mondo di Greenberg

A più di un anno dalla presentazione berlinese, dopo che per mesi il titolo cadeva sotto la voce pending nei listini delle case di distribuzione, è arrivato nei cinema italiani Lo stravagante mondo di Greenberg di Noah Baumbach, che in originale fa solo Greenberg, dal nome del suo protagonista, ma che qui si è cercato di vendere come una commediola lurida e folle alla Ben Stiller o alla Adam Sandler. Niente di tutto ciò, invece. O meglio, non proprio. Perché, sì, in effetti si parla davvero di un tizio che vive in un mondo tutto suo, stravagante insomma, ma non in modo allegro e svaccato come si potrebbe credere dal trailer del film. Greenberg è un po' autistico e un po' stronzo, è l'ennesimo figlio minore dell'eroe ridicolo per eccellenza creato da Saul Bellow, Moses E. Herzog, ebreo incazzoso e geniale, grafomane che scrive lettere a chiunque ed è incapace di vivere una vita serena per conto suo. Il personaggio di Stiller, che è ebreo naturalmente, non ha la statura tragica del fallimento narrato da Bellow, ma ha una sua lucida alterità, una sua cocciuta tenerezza.

venerdì 14 gennaio 2011

La versione di Barney dieci anni dopo

Alla fine ho visto La versione di Barney. Come Francesco Merlo. E ho letto il libro, dieci anni fa. Come quasi tutti, compreso Merlo. Visto adesso fa un certo effetto. E a parte celebrare i dieci anni dalla morte di Richler, il film sembra concepito dal ministero della cultura canadese come una vetrina di prodotti d.o.c, con i cammei di Cronenberg e Arcand, le canzoni di Leonard Cohen (almeno tre, e nemmeno delle più ricercate), l’hockey e i paesaggi naturali esposti come prosciutti in fiera. Fa un certo effetto, soprattutto, perché oggi uno come Barney Panofsky non è più attuale, ma è il simbolo di un’epoca e un secolo passati, per quanto sia doloroso ammetterlo. Solo dieci anni fa, quando il libro arrivò in Italia, tra le urla di giubilo di D’Orrico e Ferrara si fece a turno a identificarsi nella follia superomistica del personaggio, un eroe modernista e pienamente novecentesco ben felice di essere dannato e modellato sui villain sociopatici e sessuomani di Bellow e Roth. Oggi, invece, passato un decennio e anche di più (il romanzo è del 1997), di quell’adorabile figlio di puttana di Barney non sappiamo che farcene: in fondo, alla fine, resta un povero coglione e la compassione l’abbiamo spesa tutta per Herzog o per Sabbath.

sabato 12 giugno 2010

La fine della noia

Ieri l'Athlantic Monthly ha pubblicato le 14 tendenze intellettuali che starebbero cambiando l'America. Al quarto posto c'è quella che Il post, traducendo, chiama La fine della noia: la fine, cioè, dell'attesa, della lentezza, della calma, surclassate dall'immediatezza della tecnologia, dei computer, di Twitter, dell'iPad, del Blackberry, che si sono sostituiti ai nostri sogni e magari, in un futuro nemmeno così remoto, anche alla nostra creatività. Tutto sacrosanto. E pure utile, perché la cosa mi ha fatto rivalture, se mai ce n'era bisogno, uno grandioso romanzo di Saul Bellow: Il dono di Humboldt.