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mercoledì 6 giugno 2012

Le battaglie per i vincitori

E dunque è scoppiato il caso Prometheus. Il nuovo film di fantascienza di Ridley Scott, quello di cui si parla da mesi, che dicono essere la risposta ad Avatar, che nelle intenzioni dei suoi autori va all'origine della saga di Alien e addirittura della vita stessa, il filmone dell'anno girato in 3D con Fassbender truccato come Automan, uscito la scorsa settimana negli Stati Uniti e in mezza Europa (e da venerdì nella parte restate del globo), in Italia, ormai lo sanno anche i sassi, arriverà solamente il 19 ottobre. Se uno guarda su Imbd la lista dei paesi in cui il film verrà proiettato, l'Italia è all'ultimo posto (penultimo, anzi, ché dopo c'è la Svizzera italiana: va bene sfigati, ma non così tanto...): immagino che nemmeno nella classifica Onu sulla libertà di stampa, Bielorussia, Cambogia o Kuwait abbiano mai sperato di starci davanti. Eppure è così. Il 19 ottobre. Per allora, come ha fatto notare Federico Bernocchi (linkato da Federico Gironi), il film sarà già stato scaricato o comprato all'estero da una buona fetta di spettatori, con il rischio di influire negativamente sugli incassi delle già disastrate sale cinematografiche. E allora parte la polemica più o meno ovunque: tutti a dire che il caso è esemplare di quanto la distribuzione italiana sia vecchia (giusto); di come, forse, siano vecchi soprattutto i consumatori di cultura (giustissimo); di quanto il download sia illegale ma inevitabile (giusto, per quanto sbagliato); di come, soprattutto, il sistema distributivo cinematografico e televisivo non sia in grado di adeguarsi alla velocità con cui oggi viaggiano le informazioni e non stia capendo un tubo dei cambiamenti subito dall'industria culturale negli ultimi anni (ancora giustissimo, sacrosanto anzi).

mercoledì 15 febbraio 2012

Dirk Diggler in gonnella

E' incredibile, comunque, il livello di servilismo della stampa festivaliera nei confronti del cinema americano. Oggi è passato fuori concorso l'ultimo film di Soderberg, Haywire (da noi in uscita la prossima settimana con il titolo Knockout - Resa dei conti) e per la prima volta la sala delle conferenze stampa era così colma da costringere alcuni giornalisti a seguire l'incontro con regista e attori sui televisori all'ingresso. Certo, oltre a Soderbergh c'erano Fassbender (ma quanti film fa?), Banderas e la protagonista del film, l'attrice-lottatrice Gina Carano, che avà pure un bel viso ma in vestito da sera sfoggia i proverbiali polpacci da stopper. Certo, sono divi. Ma altrettanto certo è che  Haywire, che arriva subito dopo l'assai migliore Contagion, è un film evanescente, scritto coi piedi, girato con il polso sinistro, nemmeno con la mano sinistra, dove Soderbergh - a suo modo coerente e furbo, se vogliamo anche bravo - continua il suo gioco al massacro del cinema hollywoodiano, questa volta prendendo il thriller d'azione, con agenti speciali traditi e funzionari di Washington che ordinano omicidi, e riducendo il fantomatico genere a una serie di situazioni-pretesto per lasciare che i personaggi si massacrino di botte, che le location saltino da una parte all'altra del globo (Stato di New York, Barcellona, Dublino, San Diego, New Mexico) e che una serie impressionante di attori famosi sfili davanti la macchina da presa, presumibilmente al minimo della paga sindacale. Per una robetta di un'ora e mezza, girata in un digitale leggero e nei momenti d'azione ispirata furbamente alle serie tv anni '70, quelle con le musichette un po' jazz e un po' dance di cui Paul Thomas Anderson fece la parodia in Boogie Nights (Gina Carcano è forse una Dirk Diggler in gonnella?), ci sono, oltre a quelli presenti qui a Berlino, anche Michael Douglad, Channing Tatum e Bill Paxton, ciascuno con i propri cinque minuti di film e poi via, ancora un po' di botte e poi tutti verso un altro progetto, un altro cast da Hollywood classica, un'altra presa per il culo che i giornalisti dei festival saranno costretti a bersi perché arrivati fin qui a fare il loro lavoro... Soderbergh, forse, è meno scemo di quel che sembra.

venerdì 13 gennaio 2012

Schiavi del XX secolo

Oggi escono Shame di Steve McQueen e La talpa di Tomas Alfredson, entrambi presentati alla scorsa Mostra di Venezia. Comincio con il primo, che trovo un film profondamente inutile, ma proprio per questo perfettamente al passo coi tempi. Certo, McQueen l'altra volta ha fatto un film riuscito, Hunger; certo, c'è Fassbender che lo mette in mostra e c'è pure la Mulligan che canta New York New York (per molti un momento di grande cinema, per me uno strazio canoro degno di Amici). Certo, Shame è un prodotto che fa un sacco figo, che fa sentire dei duri perché parla di sesso come dannazione, perché è girato a New York, e in fondo siamo tutti un po' newyorchesi, e perché è interpretato da attori cool, ma con una perenne espressione malinconica che li fa somigliare a noi mortali... Soprattutto, Shame è un film vecchio e inerme: ma, ripeto, è per questo un film significativo. Ecco perché quando mi hanno chiesto di scriverne per la rivista Panoramique, ho cercato di concentrarmi sui suoi aspetti interessanti e non su quelli che mi fanno incazzare. Ecco cosa ne è venuto fuori (se vi va).

Nel precedente film di Steve McQueen, chiamato Hunger e ispirato alla vicenda di Bobby Sands, il detenuto dell’IRA che nel 1981 intraprese fino alla morte uno sciopero del cibo e dell’acqua, la fame era un simbolo di estremo rigore esistenziale. La richiesta di un riconoscimento politico per i detenuti politici irlandesi diventava un’invocazione di liberazione spirituale, con l’uomo pronto a sostituirsi all’icona sofferente di Gesù Cristo. In Shame quella stessa fame diventa un appetito animale insaziabile; ed è il sesso, non più la moralità delle scelte individuali, a farsi terreno di confronto tra l’uomo e la realtà.