Oggi escono Shame di Steve McQueen e La talpa di Tomas Alfredson, entrambi presentati alla scorsa Mostra di Venezia. Comincio con il primo, che trovo un film profondamente inutile, ma proprio per questo perfettamente al passo coi tempi. Certo, McQueen l'altra volta ha fatto un film riuscito, Hunger; certo, c'è Fassbender che lo mette in mostra e c'è pure la Mulligan che canta New York New York (per molti un momento di grande cinema, per me uno strazio canoro degno di Amici). Certo, Shame è un prodotto che fa un sacco figo, che fa sentire dei duri perché parla di sesso come dannazione, perché è girato a New York, e in fondo siamo tutti un po' newyorchesi, e perché è interpretato da attori cool, ma con una perenne espressione malinconica che li fa somigliare a noi mortali... Soprattutto, Shame è un film vecchio e inerme: ma, ripeto, è per questo un film significativo. Ecco perché quando mi hanno chiesto di scriverne per la rivista Panoramique, ho cercato di concentrarmi sui suoi aspetti interessanti e non su quelli che mi fanno incazzare. Ecco cosa ne è venuto fuori (se vi va).
Nel precedente film di Steve McQueen, chiamato Hunger e ispirato alla vicenda di Bobby Sands, il detenuto dell’IRA che nel 1981 intraprese fino alla morte uno sciopero del cibo e dell’acqua, la fame era un simbolo di estremo rigore esistenziale. La richiesta di un riconoscimento politico per i detenuti politici irlandesi diventava un’invocazione di liberazione spirituale, con l’uomo pronto a sostituirsi all’icona sofferente di Gesù Cristo. In Shame quella stessa fame diventa un appetito animale insaziabile; ed è il sesso, non più la moralità delle scelte individuali, a farsi terreno di confronto tra l’uomo e la realtà.
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venerdì 13 gennaio 2012
giovedì 5 maggio 2011
Il sentimento del tempo
Oggi, trent'anni fa, il 5 maggio 1981, moriva Bobby Sands, il militante dell'IRA che guidò la protesta contro la legge inglese che non riconosceva a lui e ai suoi compagni nordirlandesi lo status di prigionieri politici e si lasciò morire di fame in carcere. Bobby Sands è ancora oggi un martire della sua terra, un mito per qualsiasi movimento antagonista, un volto catturato in pochissime istantanee, tra qui questa, dove lo si vede sorridente e simile a un membro di una band progressive anni '70, con quegli occhi e quei capelli lunghi a esprimere la giovinezza di una generazione che ha avuto la fortuna di fare la Storia e la sfortuna di pagarlo con la vita. Tre anni fa l'artista Steve McQueen a Sands e alla sua scelta estrema, basata su una ragione morale più cattolica che militante, ha dedicato un film sconvolgente, Hunger, che in Italia nessuno si è sognato di distribuire. Prima era arrivato l'irlandese Una scelta d'amore, che raccontava lo strazio delle madri dei prigioneri dell'IRA rinchiusi con Sands e pure loro lasciati a morire di fame. La ragione per cui scrivo questo post, comunque, non è tanto ricordare o celebrare Sands - di cui consiglio il lucidissimo diario dalla prigione - ma la galleria fotografica pubbicata da Il Post e dedicata ai giorni successivi la sua morte, gli scontri a Belfast e Londonderry, gli scatti ai funerali (a colori, con Gerry Adams che porta la bara sulle spalle), le manifestazioni a New York... Istantanee di tanti anni fa che, come sempre in questi casi, grazie a una grana spessa, sbiadita, perduta, mi danno un senso di malinconia e bellezza che supera l'orrore della morte. E alla fine mi fanno pensare che il vero lascito della Storia sono proprio immagini come queste, che esprimono il sentimento del tempo come una lacerazione e con il loro potere evocativo straziante dicono più di qualsiasi parola che cerchi di esprimere cosa fossero quegli anni e chi li rendeva incandescenti.
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