Esce domani Il discorso del re di Tom Hooper, il film che solo l'altro giorno ha raccolto una gragnuola di nominations agli Oscar e nel settembre scorso ha vinto il Festival di Toronto. Come si diceva qui, è un classico prodotto di questa parte della stagione, fatto apposta per l'Oscar appunto, borghese e ben educato, recitato da dio (e in questo caso il doppiaggio è da criminali, perché è un vero piacere ascoltare l'inglese di Firth e Rush) e diretto dall'anonimo regista con piglio da primo della classe che lavora per il padrone. E' un film che non fa male a nessuno, salvo spacciare per buono e giusto il diritto di ogni re a guadagnarsi la propria regalità, come se la regalità fosse un valore e non un privilegio toccato in sorte a pochi fortunati. Di contro, però, bisogna ammettere che il discorso di Giorgio V sul mestiere di re nell'era della comunicazione di massa non è affatto male, con la radio che alla vigilia della Seconda guerra mondiale ha portato la democrazia nelle case e costretto i regali a fare qualcosa in più di starsene con la schiena diritta a cavallo: li ha costretti, cioè, a invadere il quotidiano di ogni individuo, a lisciar il pelo al popolo per conquistarsi la fiducia, diventando così la "più abietta delle figure sociali", dice il re, l'attore.