Visualizzazione post con etichetta Daniel Craig. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daniel Craig. Mostra tutti i post

mercoledì 1 agosto 2012

Il tutto e il frammento

Mentre ero in vacanza ho visto mezz'ora della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra (pardon, London), la parte finale del balletto sulla storia dell'Inghilterra nel '900 (o almeno credo fosse così: c'erano le suffragette), il filmino con Daniel Craig e la regina, l'intrusione di Mr Bean in Momenti di gloria e poi un pezzetto dell'orribile sitcom con la casa montata sul palco e le scene girate in studio, in un dialogo tra l'universo del reale e l'universo della finzione che mi immagino fosse incomprensibile per chi era allo stadio, a conferma, se ce n'era bisogno, che lì ogni cosa è fatta per la tv, che nemmeno il mitico evento vale più per quel che fa vedere, ma per come lo si fa vedere. Nelle intenzioni generali dello spettacolo, mi immagino, c'era la voglia di creare un unico grande spettacolo dell'immaginario britannico, oltre il polverume del té e delle tovagliette (con la regina a dare il suo contributo) e verso il pop e le mille luci della supercittà London York (o se volete New London), con i Queen, i Sex Pistols e i Prodigy a fare da guida musicale, e mica Peter Gabriel, gli Stone Roses o i Radiohead, giudicati forse troppo di nicchia, e un pacco di immagini da film un po' inglesi e un po' americani a celebrare, non la magica Albione, ma Hollywood ovviamente, perché in fondo quello era, una celebrazione dell'immaginazione pop pigra e sciatterella, tanto che a un certo punto arrivavano pure il musical di Broadway e il rap di strada, che almeno in origine di inglese non hanno un tubo. Nelle intenzioni, insomma, c'era l'idea di svecchiare la madre Inghilterra e renderla un linguaggio universale per il mondo intero, un vaso di Pandora pieno di miti e di sogni come l'America, ma il risultato era piuttosto quello di una bacheca scolastica in cui ciascuno attaccava la sua fotina - un po' a caso, dove capitava - e finiva per incasinare il quadro generale. Da casa, in tv, si capiva tutto, o quasi, ma l'effetto, invece di essere complessivo, era frammentato, caotico, a conferma che non basta sperare nelle virtù sciamaniche di un mezzo espressivo, o in un produttore esecutivo con le palle (mi immagino cosa volesse dire coordinare in diretta le decine di telecamere piazzate nello stadio, i montaggi pre-registrati e i filmati d'archivio), ma bisogna sfruttarne al meglio le potenzialità. Che nel caso della tv sono la capacità di registrare l'evento, il qui e ora, il frammento che contribuisce a creare il tutto, e non il contrario, cioè il tutto che giustifica il frammento.

venerdì 3 febbraio 2012

Somma zero

Ricordate lo Zuckerberg di The Social Network, il nervosismo dei suoi movimenti, le parole sparate a raffica, le conversazioni dal vivo gestite come botta e risposta da chat e, in generale, il tentativo disperato di redimere con la moltitudine del virtuale il fallimento delle relazioni umane? Ecco, Fincher ha girato Millenium - Uomini che odiano le donne come se fosse la conversazione tra Zuckerberg e la fidanzata che apriva il suo lavoro precedente: nervosa, esagitata, sul punto di esplodere. Il film non si ferma un attimo, per due ore e quaranta monta una scena dopo l'altra a ritmo sostenuto, riprendendo il proprio movimento forsennato nella velocità dei movimenti di Lisbeth, che ovviamente è la segreta detentrice del racconto, che cammina, osserva, spia, indaga, scopre, dando sempre l'idea di saper quel che fa, di non fallire il colpo, come se a ogni sua azione ne seguisse una della stessa entità, il cui esito è stato previsto e determinato. Il cinema di Fincher questa volta si fa razionale e infallibile, laddove, al contrario, Zodiac si costruiva sulla supposizione incerta di un detective, sui fatti mai riscontrati di una trama omicida realmente avvenuta. Non per questo, però, Uomini che odiano le donne poggia su un impianto solido e preciso: anzi, viene  il dubbio che l'agitazione che si respira per tutto il film sia creata appositamente per mascherare il nulla dietro una trama prevedibile. Sarà un caso che nella sequenza chiave del film, quella in cui Blomqvist arriva a capire l'identità del colpevole, altrettanto faccia Lisbeth, ma da un'altra parte però, e che dunque il risultato dei dieci minuti di montaggio alternato sia la stessa conclusione raggiunta dai due detective, personaggi simmetrici e uno l'annullamento dell'altro? No, non credo sia un caso. Uomini che odiano le donne è un film sul doppio e sulla ripetizione come unica risorsa del racconto contemporaneo: racconto che, infatti, manca quasi del tutto, che porta nello stesso posto in cui si è sempre stati, che nasce da una sostituzione e che a un certo punto incontra la propria soluzione e nemmeno se ne accorge. Credo insomma che quello di Fincher sia, nel bene e nel male, il perfetto thriller dei nostri tempi, la somma zero alla fine di un movimento eccessivo in cui ogni scena o addirittura sequenza è anestetizzata dalla seguente. Come Lisbeth, che non fallisce mai, che sa sempre tutto, che non conosce ostacoli, ma resta sempre sola.