"Com'è possibile camminare sui prati verdi e avere l'animo triste? Essere immersi nel caldo del sole mentre tutto intorno sorride e avere l'angoscia nel cuore? Lasciate a noi le nostre tristezza. A noi che non possiamo andare nei prati e non vediamo mai il sole". Sono le parole che chiudono La pecora nera di Ascanio Celestini, uscito oggi nelle sale dopo l'anteprima a Venezia. E' un film bello forse per caso, perché Celestini nella vita non fa cinema (e si vede), ma proprio per questo gli riesce di lasciar libere la sceneggiatura e la struttura e far sì che l'ansia e la bellezza della sua scrittura e della sua recitazione, centrare sulla ripetizione di parole e figure, influenzino anche il film. La chiave, a parte nella capacità di creare un luogo sacro, il manicomio, senza indugiare sulla retorica della bellezza della malattia, sta nella forza di una trama che si costruisce sull'immaginazione imballata dell'attore romano, con la follia che inizialmente sembra qualcosa di esterno, ma poi prende il possesso, ribalta la posizione dello spettatore rispetto ai personaggi, e costringe a reintreprere tutto.