Domani esce Un amore di gioventù di Mia Hansen-Løve, terzo e bellissimo film della regista di Tout est pardonnée e Il padre dei miei figli, a tutti gli effetti, vista la giovane età (è del 1981) uno dei nomi su cui puntare per il futuro. Il suo cinema è etereo e insieme corporeo, vicino per ispirazione e stile ai sentimenti fragili di Rohmer, alla fisicità di Techiné, alla foga vitalistica del migliore Assayas, di cui la regista è stata attrice ed è moglie; nonostante un discorso non ancora del tutto sicuro, spesso eccessivamente a caccia di un lirismo astratto e impressionista, di film in film Mia Hansen-Løve ha delineato un percorso emotivo sui grandi momenti di passaggio della vita e sull'incontro con la sofferenza. I suoi film parlano di famiglia, di ricordi, di amore, di assenza, di passione, di bellezza che sboccia e a fatica resiste. In Un amore di gioventù per la prima volta non parla di morte, anche se l'amore intenso e impossibile che racconta è anch'esso una forma di lutto: ma è sempre la vita a emergere, a pulsare, a scorrere sui corpi dei personaggi e a illuminare il film. In questo caso, poi, in relazione a quanto ho scritto qualche giorno fa su La mia vita è uno zoo, c'è un uso della musica - anzi, di una sola canzone - che si pone come l'esatto contrario della pomposità di Cameron Crowe. E da questo si capisce parecchio del cinema della regista.