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martedì 21 febbraio 2012
Sconsolato presente
Paradiso amaro è un film adulto, quasi senile, diretto e interpretato da due artisti adulti, tra un po' senili pure loro, rivolto a un pubblico di altrettanti adulti che a un certo punto della vita hanno magari cominciato a fare bilanci. E come scrive Martin Amis - vado a memoria - uno non sa di essere vicino alla vecchiaia, fino a quando non comincia a pensarci su e si accorge di esserci dentro da un pezzo. La frase vale per il personaggio di Clooney, che prima di riprendere a occuparsi della sua famiglia si dimentica di averne una, salvo poi ritrovarsi in un mondo che non conosce, e anche per Alexander Payne, che fino a qualche anno fa era considerato uno dei nuovi autori del cinema americano (citato sempre in compagnia dei due Anderson) e ora che è tornato dopo sette anni di silenzio è invecchiato e giustamente non parla più da giovincello incazzoso come ai tempi di Election. In Paradiso amaro Payne non è ironico o caustico e non esprime quel vitalismo tenace che caratterizzava pure il pensionato signor Schmidt. In Paradiso amaro, Payne sembra rassegnato, quasi spaventato, dalla rozza normalità delle cose, dal deteriorarsi del mondo che circonda i suoi personaggi. In apparenza sembra svogliato, e il suo film senza energia, ma tutto è in sintonia con la luce abbacinante e priva di vita che circonda le Hawaii cementificate dall'America più borghesizzata. L'isola esotica che crediamo di conoscere, in Paradiso amaro è invece un entroterra di villette residenziali e un lungomare di casermoni di lusso: Payne lo filma con distanza, senza emozione, e nell'unico momento in cui potrebbe addentrarsi in un paesaggio noto, rigoglioso e naturale, lo tiene significativamente a distanza, lasciandolo nel cuore e nella memoria dei personaggi. Il paradiso amaro di cui parla il titolo italiano (pare scelto dallo stesso Payne, visto che l'originale The Descendants, Gli eredi, evidentemente non piaceva) è così un luogo socializzato e per questo umiliato: il paradiso vero, invece, quello che il nome Hawaii evoca e che i personaggi sono chiamati a difendere, nel film si vede solo da lontano, teatro di un ricordo e di una proiezione. Succede in una scena sola, l'unica veramente bella del film, ma grava su tutto il resto: come se per una volta, in tempi di memoria ricreata e condivisa, un regista avesse scelto di affrontare il presente e di raccontarlo nonostante la sua anonima insipienza.
sabato 17 dicembre 2011
Le idi di marzo (con qualche errore)
Con un po' di spocchia ma qualche ragione, la rivista The Atlantic se l'è presa a morte con Le idi di marzo di Clooney e in questi giorni non perde occasioni per stroncarlo. Prima ci ha pensato con la lista dei film più significativi dell'anno, scegliendo i Muppets come miglior film politico e precisando "no, no Le idi di marzo. Assolutamente, assolutamente no Le idi di marzo"; poi, dopo le nomination ai Golden Globe di due giorni fa, è arrivato un pezzo dal titolo che è tutto un programma ("Le idi di marzo non dovrebbe essere candidato a nessun premio, mai"), in cui punto per punto l'autore elenca le assurdità nella trama del film. Alcune sono clamorose (e, bisogna ammettere, evidenti non solo al The Atlantic), come ad esempio il fatto che il responsabile dalla campagna elettorale del principale candidato alle primarie del Partito Democratico non sappia di avere alle dipendenze la figlia del presidente del consiglio nazionale di quello stesso partito, oppure che questa stessa persona possa prelevare 500 dollari dal budget della campagna per far abortire la suddetta ragazza, senza minimamente preoccuparsi del fatto che qualcuno possa chiedergli ragione di quei soldi... Personalmente, sempre parlando delle assurdità nella trama di un film peraltro onesto e ben intenzionato, magari un po' sopravvalutato ma di certo figlio dei tempi in cui viviamo, disilluso di una disillusione ormai sdoganata anche tra i liberal, personalmente, dicevo, mentre vedevo il film mi chiedevo come fosse possibile che alla conferenza stampa di un candidato alle primarie del Partito Democratico si presenti l'ex responsabile del suo staff, licenziato in tronco il giorno prima, e nessuno lo noti o si accorga che sta guardando fisso e da lontano il suddetto candidato, tenendo vistosamente in mano un cellulare acceso. Va bene la condensazione narrativa per rendere il film avvincente, ma o sei Polanski in The Ghost Writer e allora va bene tutto purché la storia funzioni, oppure se hai qualche ambizione sociologica o politica le cose dovresti farle un po' meglio. Poi, certo, c'è Ryan Gosling, e allora almeno una scena in cui lui se ne sta con lo sguardo fisso a guardare il fuori campo, enigmatico e perplesso, come se sapesse sempre quello che fa mentre dà l'idea di non capirci un tubo, tanto fico e pure tanto star col fascino magnetico, allora una scena così la devi per forza fare, e quindi pazienza se insieme al resto ci sta un po' così...
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