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sabato 25 giugno 2011

So I ignored everything for a long time

In un modo o nell'altro si torna di continuo a parlare di David Foster Wallace. Perché qualche mese fa è uscito il suo romanzo incompiuto, il magico, abissale, complesso The Pake King (che ho provato a leggere e capire in lingua originale, ma non essendo abituato l'ho mollato abbastanza presto), perché ogni tanto qualcuno ne parla, tipo Franzen, che durante il tour promozionale per Libertà ha parlato spesso e volentieri, con un misto di commozione e affetto, dell'amico perduto, e tipo sua moglie Karen Green, che oggi, come mi hanno segnalato alcuni amici, ha concesso la sua prima intervista da quando, quasi tre anni fa, il più grande scrittore americano dagli anni '80 in poi, eccessivo e lucidissimo (troppo eccessivo, troppo lucido) genio del discorso e della costruzione logica delle frasi, ha dichiarato conclusa la sua battaglia contro la depressione e deciso di impiccarsi. L'interivsta è lunga e toccante, soprattutto perché la signora Green, che è un'artista, svicola abilmente dal dolore nascondondosi dietro la storia della "macchina del perdono", un marchingenio di sua invenzione che servirebbe a incanalare la rabbia verso chi se ne è andato o verso chi l'ha fatto andare. Poi parla del suo essere vedova, del suo rapporto con il marito ora che non c'è più. E tratteggia quello che mi sembra un ritratto perfetto e malinconico del dolore silenzioso e dubbioso di una donna che non sa cosa pensare, ora che la vita la costringe a essere una nuova persona, staccata da quello che era il suo illustre marito: